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Un vertice senza linea

Andrea Furcht

Si sono tenuti a Roma, a pochissimi giorni di distanza una dall’altro, due appuntamenti carichi di interesse per il tema “popolazione”: le assise della FAO (3-5 giugno) e il convegno per il centenario di Aurelio Peccei (16-17 giugno), fondatore del Club di Roma, pioniere in epoca contemporanea dell’allarme per esplosione demografica e deterioramento ambientale.

 

In questa seconda riunione, l’allarme era però centrato molto più su energia e ambiente che non sulla demografia in sé: eloquente segno del mutamento di sensibilità in questi decenni. Un cambiamento di umori che a mio parere si deve non tanto al fatto che oggi è visibile un deciso smorzamento di fecondità e di crescita (che pur tale rimane, e porta la popolazione verso il traguardo dei nove miliardi verso il 2050 – v. Andrea Furcht, Sartori, i demografi, la sovrappopolazione,), quanto all’imbarazzo di insistere su quello che suona come un rimprovero a popolazioni in buona parte tra le più povere del pianeta.

 

Riprova dell’esistenza di questo tabù, il comunicato finale del vertice FAO (http://www.fao.org/fileadmin/user_upload/foodclimate/HLCdocs/declaration-E.pdf): redatto nello stile nebuloso tipico delle burocrazie, si occupa di tutto (produzione, aiuti, distribuzione, commercio) salvo non dedicare neppure una parola alla sovrappopolazione, tuttora sostenuta da una fecondità vertiginosa in molti dei paesi più poveri.

 

Invischiato nella melassa dell’ipocrisia delle istituzioni internazionali, questo convitato di pietra fa sentire la sua voce come può, vale a dire indirettamente: basta riflettere un attimo su cosa significhi il fatto che, nel mondo, il numero assoluto di affamati resti grosso modo costante, o aumenti anzi lievemente, a fronte di un regresso nella loro incidenza[1]: se la popolazione non crescesse, anche il numero di affamati si ridurrebbe per solo effetto statistico; ciò anche a prescindere da quanto una fecondità localmente troppo elevata possa peggiorare le condizioni di povertà diffusa.

Non sembra difficile immaginare che un metodo immediato per combattere la fame sia quello di ridurre il numero di figli per donna dove esso è più elevato. Questo può significare evitare subito sofferenze e morte; non solo, ma implica oltretutto un vantaggio per chi nasce: ci saranno così non solo più cibo, ma anche maggiore cura da parte dei genitori e magari risorse sufficienti anche per un’istruzione degna di questo nome; l’intera società sarà più equilibrata nella struttura per età. Queste nazioni domani saranno non solo meglio nutrite, ma anche meno disperate, meno violente, più colte, in grado di portare il proprio contributo creativo alla grande famiglia umana.

 

Gli aiuti per ridurre la fecondità, indirizzati a chi desideri avere meno figli, possono venire portati anche con gli stessi canali con i quali arrivano quelli alimentari e sanitari, quando questi siano efficienti e disponibili a farlo; l’informazione può invece essere proposta anche con canali innovativi[2].

 

Nonostante il momento migliore fosse decenni fa, siamo forse ancora in tempo ad agire, limitando i danni nei paesi ove la natalità è troppo elevata. Non resta altrimenti che augurarsi che stavolta il finale non preveda che il convitato di pietra spalanchi la botola degli inferi, trascinando con sé non un solo Don Giovanni, ma la parte più sfortunata dell’umanità.


[1] Il dato di riferimento per il 1990-92 era di 823 milioni, sceso ad 800 milioni nel 1996 e risalito poi a 862 ad oggi. Nel frattempo la popolazione mondiale è passata da 5,3 miliardi (fonte: http://www.census.gov/ipc/www/idb/worldpop.html) ai 6,7 odierni: questo implica un’incidenza in discesa dal 15 al 13%.

[2] Si veda il sito del Population media center (http://www.populationmedia.org/).

* (andrea.furcht@fastwebnet.it)

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