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Un set di scenari demografici (anche) per l’Italia.(*)

Peter McDonald, Jeromey Temple, Ariane Utomo

Gli aspetti strutturali di una popolazione, quali ad esempio il numero dei residenti e la loro distribuzione per sesso e per età, si possono prevedere per un futuro anche piuttosto remoto, e con un margine di errore relativamente basso (beh, cum grano salis, ovviamente: v. ad esempio Marco Marsili, “Pizza e spaghetti in salsa demografica: se nemmeno il WSJ desiste dal rappresentare il Paese per stereotipi“).
Partendo da questa base, con alcune altre ipotesi, si possono ottenere previsioni derivate: ad esempio ipotizzando costanza o una certa ragionevole evoluzione dei tassi specifici per sesso e per età di attività, di disoccupazione, di produttività, o simili. Diventa allora possibile immaginare quali saranno le conseguenze economiche di una certa evoluzione demografica, o di certe ipotesi sull’evoluzione della produttività o dei tassi di occupazione, o di una combinazione di questi elementi.

MoDEM 2.0
Fare questi calcoli a mano, naturalmente, è quasi impossibile: al massimo, ci si può arrivare a formare un’idea qualitativa della possibile evoluzione delle grandezze in esame. Molto meglio usare un modellino demo-economico: su internet se ne trovano diversi, ma noi vi consigliamo di provare il MoDEM 2.0, che sta per Modified Demographic and Economic Model, versione 2.
Perché proprio questo? Per varie ragioni. Intanto, è disponibile online, e gratuitamente, al sito http://www.pc.gov.au/research/commissionresearch/nationalreformagenda/modem/modem2?SQ_DESIGN_NAME=printer_friendly. Poi è semplice da usare, e consente all’utilizzatore di introdurre le proprie ipotesi sul futuro – non necessariamente uguali a quelle esemplificative adottate da noi, per questo articolo. Infine, è un programma concettualmente semplice: fa relativamente poche cose, ma con una logica chiara e produce risultati che, a nostro modo di vedere, si concentrano sulle variabili più importanti. Sì, come tutti i programmi “semplici” non prevede interazioni tra i fenomeni: ad esempio, in un paese come l’Italia, se si chiudono le frontiere agli immigrati, la forza lavoro tende a diminuire, ed è ragionevole pensare a una qualche forma di adattamento, per esempio attraverso un aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, o un innalzamento dell’età pensionabile. Il programma questo non lo fa automaticamente: ma l’utilizzatore sì, può farlo, e introdurre i dati di input in modo che essi formino un insieme coerente.

Alcuni scenari futuri per l’Italia, più o meno plausibili
Sarebbe troppo lungo, adesso, spiegare in dettaglio il funzionamento del modello, che è del resto relativamente standard: si fanno previsioni demografiche, prima di base (popolazione per anno solare, per sesso e per età) e poi derivate (forza lavoro, pil per lavoratore e quindi anche pil pro capite, disoccupazione, ecc.).
La tabella 1 mostra, tra le tante, alcune delle ipotesi che si possono formulare per avere un’idea di cosa potrebbe succedere nei prossimi 45 anni in Italia. Il punto di partenza è lo scenario “costante”, quello in cui tutti i parametri indicati restano fissi al valore osservato nel 2005, mentre altri, non esplicitati, variano: per la sopravvivenza, in particolare, si prevede lo stesso progresso che prevedono le Nazioni Unite (http://esa.un.org/unpd/wpp2008/index.htm). Si considerano poi scenari con migrazioni che dimezzano o, addirittura, che vanno (immediatamente) a zero; uno scenario con produttività che cresce in maniera più sensibile del modestissimo tasso corrente (+2% annuo, anziché +0.08%), e, infine, uno scenario in cui le donne lavorano progressivamente di più, fino a raggiungere, nel 2025, gli stessi tassi di partecipazione (al mercato del lavoro) che si osservano oggi in Svezia.


Tab. 1 – Scenari previsivi per l’Italia fino al 2055

TFT Immigrati (000) Produttività Tassi di attività
Scenari (1) (2) (3) (4)
Costante 1,38 330 0,08 50,09
Fecondità alta 1.7 (dal 2010) 330 0,08 50,09
Migrazione zero 1,38 0 0,08 50,09
Migrazione bassa 1,38 165 0 50,09
Produttività alta 1,38 330 2,00 50,09
Occupazione alta 1,38 330 0,08 Da 50.09 (2005) a 67.27 (2025)

Nota: sono evidenziate le variazioni rispetto allo scenario di base (costante)
1) TFT=Tasso di fecondità totale (o numero medio di figli per donna)
2) Flusso netto annuo di immigrazione (valori assoluti in migliaia)
3) Tassi di crescita annui della produttività del lavoro, in %
4) I tassi di attività considerati analiticamente sono specifici per sesso e per eta. Quel che si mostra in tabella è il risultato sintetico complessivo (valore %)

Non è possibile soffermarsi qui su tutti i risultati che MoDEM 2.0 produce. Consideriamone allora solo un paio. Intanto: che cosa avverrà della popolazione nel suo complesso (Fig. 1)? La risposta è che la combinazione di valori prevista nello scenario costante porta a una popolazione totale sostanzialmente poco variabile, in equilibrio tra una bassa fecondità (che spinge verso il basso) e un’alta immigrazione (che spinge invece verso l’alto). Basta però ipotizzare alta fecondità o bassa immigrazione per cambiare, anche radicalmente, il risultato: al 2055 si oscillerebbe allora tra i 68 e i 42 milioni di persone – dai 60 attuali.

Can we afford to grow older?
“Possiamo permetterci di invecchiare?” E’ il titolo di un libro del 1996, di Richard Disney. Lì si considerava la pressione dell’invecchiamento sulla sfera previdenziale, e i risultati non erano particolarmente confortanti per nessuno dei paesi OCSE considerati. Ma anche senza scomodare le pensioni, l’invecchiamento della società italiana, che sottrae forza di lavoro, e cmq sposta i lavoratori verso le età più anziane e quindi un po’ meno produttive, potrebbe agire da freno potente sui tassi di crescita del reddito pro-capite, che rischia di restare negativo, per i prossimi 50 anni, più o meno indipendentemente dallo scenario demografico (fig. 2).
Le prospettive cambiano se si considerano invece scenari economici alternativi: se la forza “esogena” di crescita della produttività del lavoro passasse dal quasi nulla che è attualmente, al 2% (un valore che oggi appare inarrivabile, ma che in passato è stato invece facilmente raggiunto e superato), le cose, ovviamente migliorerebbero assai, sotto questo profilo.
Questa è quasi una tautologia, d’accordo. Consideriamo allora lo scenario “alta occupazione”, che poi vuol dire “alta occupazione femminile”, perché i maschi italiani già lavorano (per il mercato formale del lavoro) come e più dei maschi europei. E consideriamo che lo scenario “alto” non è una chimera: è quel che avviene già oggi in Svezia.
Ebbene, se il miracolo si compisse, se le donne italiane cominciassero a lavorare sempre di più per il mercato, fino a raggiungere, nel 2025, i tassi di attività delle donne svedesi, la crescita del pil-pro-capite sarebbe robusta per i prossimi 15-20 anni, pur in presenza di una produttività del lavoro stagnante. Dal 2026, come si nota, poiché i tassi di occupazione resterebbero a quel punto costanti (al livello svedese), si rientrerebbe nello scenario consueto, di crescita lievemente negativa, causata essenzialmente dal processo di invecchiamento accoppiato da bassa crescita della prosuttività.
E allora, almeno una conclusione appare possibile, grazie al modellino MoDEM 2.0 qui proposto: l’invecchiamento demografico tende, tra le altre cose, ad abbassare il redito pro-capite, perché nella popolazione aumenta il peso dei non produttori e dei lavoratori più anziani, qui ipotizzati poco produttivi. A queste tendenze sfavorevoli si può però reagire, e in particolare creando un sistema socio-economico diverso, in cui le donne (e i giovani) trovino più facilmente sbocco verso il mercato del lavoro. E con questa sola mossa si risolverebbe la maggior parte dei problemi demo-economici dell’Italia, almeno per i prossimi 20 anni.

(*) Articolo presente anche su www.nelmerito.it

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