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Un Censimento in mezzo al guado (*)

Antonio Golini

Fra qualche giorno, lo sappiamo bene, ci conteremo. Il prossimo 9 ottobre infatti si terrà, ancora una volta come è accaduto quasi ogni 10 anni fin dai tempi dell’Unificazione, il 15° Censimento della popolazione e delle abitazioni, in stretta collaborazione fra l’Istituto nazionale di statistica, gli oltre 8.000 comuni italiani e altre istituzioni. Il perché della conta è quello classico: nel nostro stesso interesse è necessario sapere quanti siamo, dove siamo e come siamo; quali siano le nostre esigenze e quelle delle nostre zone. Il Censimento viene fatto perciò in primo luogo per stabilire le nostre necessità.
 
Tra mobilità e informalità
La sua qualità, com’è ovvio, dipende in primo luogo dalla accuratezza delle nostre risposte e dalla organizzazione dei comuni che, fra l’altro, dovranno mettere a confronto censimento e anagrafi, questa volta, sembra, più rigorosamente ed esaustivamente di quanto sia successo le volte precedenti. Perché è vero che ci sono le anagrafi di popolazione dove tutti noi dovremmo essere  iscritti in maniera corretta e che dovrebbero quindi, almeno in teoria, bastare per la conta dei residenti. Ma in un periodo storico di così grande mobilità territoriale, sociale, professionale – ci muoviamo così intensamente e frequentemente anche con l’estero e l’estero con noi – le anagrafi non sono in grado di seguirci e di tenere sempre aggiornati i loro registri; né noi stessi diamo sempre loro questa possibilità.
Le difficoltà e il limiti del censimento nascono proprio da due crescenti e sempre più diffuse caratteristiche negli individui di una popolazione, caratteristiche che certo non vanno incontro alla statistica tradizionale:
1.      una straordinaria e crescente mobilità, con eventi che coinvolgono tutti gli aspetti della vita, individuale e familiare e che si traduce in intensa mobilità residenziale e territoriale, scolastica, lavorativa, affettiva;
2.      una crescente informalità, nel senso che gli eventi della vita sono sempre più spesso vissuti senza formalizzazione burocratico-amministrativa e quindi senza che se ne abbia traccia statistica. Informalità che è relativa a: domicilio, unioni coniugali, lavoro, mobilità territoriale. Gli eventi quindi si producono e si ripetono, diacronicamente e sincronicamente, con grande frequenza e con sempre maggiore informalità senza lasciare una traccia staticamente rilevante e rilevabile.
 
Tante banche dati renderanno superfluo il censimento?
Può darsi perciò che questo sia l’ultimo Censimento “classico” che si tiene in Italia, così come in ogni altro Paese avanzato, dal momento che la presenza e i percorsi di ognuno di noi lasciano traccia in una serie grandissima di registri – l’Anagrafe, il Catasto, il Servizio sanitario nazionale e regionale, il sistema scolastico, l’Inps, l’Inail, il Pubblico registro automobilistico, i gestori telefonici, e così via – per cui basterebbe collegare tutte queste banche dati per avere informazioni accurate, attendibili, dinamiche e aggiornate. E con ogni probabilità questo sarà fatto in un futuro prossimo venturo, il che potrebbe in teoria consentire “censimenti virtuali”, ottenuti semplicemente dal collegamento tra tutti i registri, di popolazione e non.
Bruno De Finetti, il grande probabilista, aveva fornito del collegamento fra tutti i registri una straordinaria e folgorante intuizione e formulazione addirittura  49 anni fa in un seminario che tenne nell’allora Istituto di Demografia della Facoltà di Scienze Statistiche della “Sapienza”. Aveva personalmente disegnato lo schema, riprodotto in figura, con gessetti colorati sulla lavagna dell’aula in un paio d’ore il pomeriggio precedente.
Al suo schema si potrebbero oggi probabilmente aggiungere elementi nuovi: ad esempio, i dati campionari, diventati nel frattempo sempre più importanti, e le potenzialità di sfruttare (e magari georeferenziare) dati tratti dai telefoni, dai computer e dai satelliti, così che si possano quindi legare, leggere e interpretare in un continuo divenire quelli che da sempre abbiamo dovuto tenere distinti, gli  stock e i flussi di popolazione.
 
Ritorno al presente
Ma per ora, ancora una volta, il Censimento viene fatto con metodo classico, anche se con strumenti in parte nuovi: per esempio, la riconsegna del questionario potrà avvenire via Internet.
Certo, il Censimento cade in un periodo molto turbolento, dal punto di vista economico e istituzionale. In un periodo di grave crisi economica e di stringenti provvedimenti finanziari la fiducia del cittadino può diminuire o addirittura venire a mancare per il timore che le informazioni fornite possano dare elementi di conoscenza ad amministrazioni in grado di colpirlo fiscalmente. E d’altra parte gli stessi comuni tendono ad avere rapporti tesi con l’amministrazione centrale nel momento in cui essa riduce fortemente le risorse che mette a loro disposizione, il che va provocando nell’Anci – l’Associazione nazionale dei comuni italiani – varie e sentite forme di protesta.
Insomma, l’Istat e i nostri Comuni per contarci devono poter contare su di noi. Sarebbe un gran danno per tutti se non consentissimo loro di farlo accuratamente.
 
(*) articolo pubblicato grazie alla collaborazione di Neodemos con AISP (Associazione Italiana di Studi sulla Popolazionehttp://www.sis-aisp.it)

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