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The art of prophecy is very difficult, …

Gustavo De Santis

"… especially with respect to the future."[1] Probabilmente questa simpatica di battuta non è di Mark Twain, cui pure viene spesso attribuita, ma è indubbiamente nel suo stile. E la si potrebbe applicare, tra le altre cose, anche alle previsioni demografiche.
 
Vedo, prevedo e stravedo
La demografia è il campo delle scienze sociali in cui le previsioni demografiche sono più affidabili, perché in esse è forte il peso del passato, che è noto. Mentre, ad esempio, le previsioni politiche durano lo spazio di un mattino, e quelle economiche si caratterizzano per cogliere sistematicamente segnali di miglioramento, che si concretizzeranno però l’anno prossimo (mentre per l’immediato bisogna avere pazienza), con previsioni demografiche ci si può ragionevolmente spingere molto più in là, anche di una cinquantina d’anni. Attenzione: "ragionevolmente" non vuol dire che ci si azzecca: vuol dire semplicemente che si può indicare un sentiero lungo il quale il paese appare avviato, anche se è possibile che, dopo due o tre curve, il sentiero pieghi in una direzione che adesso non è possibile scorgere.

Nel concreto: nel 2003 l’Istat ha prodotto le sue prime previsioni demografiche (http://www.istat.it/dati/catalogo/20030326_01/volume.pdf). Andavano dal 2001 al 2051 e prevedevano che, per allora la popolazione italiana sarebbe calata a circa 52 milioni di abitanti (fig. 1). Passano solo 5 anni, e nel 2008 l’Istat produce nuove previsioni, che, questa volta, prevedono al 2051 ben 62 milioni di abitanti (fig. 1)[2]. Che è successo nel frattempo?
 
 
I fattori della crescita
Una popolazione, si sa, cresce per effetto delle nascite e delle immigrazioni, e diminuisce per effetto dei decessi e delle emigrazioni. Ora, la sopravvivenza sta andando un po’ meglio del previsto: la durata media della vita è oggi di 79 anni per gli uomini e 84 per le donne, cioè un po’ più alta di quel che l’Istat aveva previsto nel 2003 (77 e quasi 84 anni, rispettivamente) e anche in futuro dovrebbe crescere più di quanto originariamente previsto, arrivando, nel 2050, a 84.5 e 89.5, rispettivamente per uomini e donne. Ma non è una differenza sostanziale rispetto alla versione originale.
Per la fecondità, siamo oggi esattamente a quanto previsto 5 anni fa (1.37 figli per donna), ma si pensa adesso che le prospettive siano un pochino più rosee: nel 2050 potremmo arrivare a 1.58 figli per donna, contro gli 1.42 originariamente previsti. Intendiamoci bene: sono pochi in entrambi i casi, visto che ce ne vorrebbero 2 per mantenere approssimativamente costante la popolazione. In ogni caso, la differenza tra i due scenari è piuttosto piccola, come si vede, e non è tale da spiegare tutta la differenza che si è vista sopra: 10 milioni di abitanti in più! E allora?
E allora, l’arcano si spiega con la nuova previsione/constatazione dei flussi migratori: l’Istat aveva previsto arrivi netti pari a circa 2 per 1000 abitanti, per ogni anno: in pratica circa 120 mila ingressi netti l’anno. E invece, si veleggia oggi su una cifra che è 3/4 volte superiore. L’Istat ne tiene quindi conto, pur prevedendo che questa fase, di forti ingressi, non durerà a lungo, e che già tra 5 anni, verso il 2013, ci si possa assestare dalle parti di un più modesto +3 per mille all’anno di flussi immigratori (cioè circa 200 mila nuovi ingressi annui). Ma sono proprio i tanti stranieri in più, sia quelli già arrivati, sia quelli che ancora dovranno arrivare, a fare praticamente tutta la differenza.
 
Bene o male?
Le nuove previsioni, conviene essere chiari su questo punto, non sono LA verità, e non è improbabile che tra 5 anni debbano essere nuovamente smentite e riaggiornate. Ma non sono inutili: il "messaggio" delle previsioni precedenti era chiaro: con la poca immigrazione che era allora ragionevole prevedere, la popolazione italiana sarebbe diminuita e, soprattutto, sarebbe rapidamente invecchiata. Il rapporto tra gli anziani (ultra sessantacinquenni) e gli adulti (15-64) sarebbe infatti cresciuto da 30 a 64, e anche altri indicatori, qui non riportati, (età media, quota di ultraottantenni, ecc.) si sarebbero mossi nello stesso senso e approssimativamente con la stessa intensità (fig. 2).
Adesso, invece, le prospettive sono un pochino migliori. L’invecchiamento ci sarà, certo, perché questo è inevitabile in un mondo in cui ciascuno di noi vuole vivere sempre più a lungo e la crescita demografica non può essere infinita. Ma sarà lievemente minore, e l’indice di vecchiaia potrebbe nel 2050 fermarsi a 61 (vecchi per 10 adulti), anziché a 64.
E’ una consolazione un po’ magra, per il vero: l’Italia è già oggi il paese più vecchio del mondo, nonché quello che spende di più per pensioni, e un ulteriore deciso peggioramento della situazione dovrebbe atterrirci. Questi dati ci dicono soltanto che il futuro sarà un pochino meno nero di quel che si poteva ragionevolmente temere cinque anni fa.
E in queste condizioni, cosa facciamo? Politiche per sostenere la fecondità? Porte aperte agli stranieri che vogliono venire da noi? Figli e forza lavoro sono i due carburanti che mandano avanti le società degli uomini. Al petrolio non abbiamo ancora trovato un’alternativa: alla nostra incapacità di fare figli, invece sì, grazie all’immigrazione. Ma, irresponsabilmente, la nostra unica preoccupazione di oggi sembra essere quella di chiudere anche questo rubinetto.


[1] "Le previsioni sono un’arte molto difficile, soprattutto se riguardano il futuro."

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