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Teen Immigration: la prima generazione di ragazzi che migrano soli in Europa

Anna Granata, Elena Granata

L’immigrazione nei paesi europei di minorenni è un fenomeno importante e in continuo mutamento. Anna Granata ed Elena Granata sottolineano che oggi, questa Teen immigration, composta da ragazze e ragazzi abituati a muoversi tra più culture, plurilingui e nativi digitali, può rappresentare una notevole opportunità di rilancio sociale e demografico per un paese che invecchia come l’Italia.

Mai l’Europa, in tutta la sua lunga storia, ha conosciuto un’immigrazione di pionieri minorenni provenienti da paesi extraeuropei ed europei, aperta al mondo e ignara delle sue mete, nativa digitale e plurilingue, informata della propria storia politica e civile e insieme attenta ai cambiamenti. Non si può non evidenziare, nella dinamica delle migrazioni internazionali, la differenza tra questa generazione e le precedenti: un fenomeno inedito, proprio perché privo di fili e di relazioni con reti parentali e amicali già insediate nel nostro continente. È un’immigrazione “a sbalzo”. Ci occupiamo da anni di mobilità internazionale e nuove generazioni – entro i nostri diversi ambiti disciplinari, urbanistica e pedagogia – ma abbiamo sentito l’esigenza di elaborare una nuova espressione per definire questa generazione: la Teen Immigration¹, bambini e ragazzi che fanno da apripista per le migrazioni in Europa. Tre sono le caratteristiche della loro esperienza: (1) il precoce allontanamento da casa, sostenuti o meno dalle proprie famiglie; (2) l’arrivo da minori in Europa e l’inserimento in un sistema di accoglienza, istruzione, accompagnamento verso l’autonomia; (3) la fitta rete (concreta e virtuale) di coetanei, sparsi per il mondo, attraverso i social network e sulla base di una cultura giovanile comune.

Partire bambini dal continente africano

Se guardiamo all’anagrafe, con una lente europea ed ancor più italiana, sono poco più che bambini, provenienti prevalentemente dal continente africano. Ragazzi che si mettono in viaggio verso l’Europa nell’età che per noi rappresenta la prima adolescenza. In molti paesi dell’Africa subsahariana, dal Gambia alla Guinea, dall’Egitto alla Nigeria, questa esperienza non ha nulla di singolare: ragazzi e ragazze si spostano abitualmente dalla casa nativa per ragioni di studio o di lavoro, trasferendosi presso parenti prossimi che vivono nelle città, iniziando a rendersi autonomi dai villaggi e dalle famiglie d’origine. Questa uscita dal nucleo familiare avviene sia in modo sereno e concertato con i genitori, sia in modo traumatico quando le famiglie hanno storie più travagliate, portando all’isolamento dal nucleo famigliare ragazzi che si mettono in cerca di condizioni di sopravvivenza.

Una mobilità per lo più facile, entro territori di prossimità che attirano con la promessa di un lavoro, di un’attività remunerativa, persino di un’esperienza da condividere con amici e compagni del proprio villaggio. Questa mobilità avviene spesso dentro gli Stati d’origine e sempre più di frequente con migrazioni che investono gli Stati limitrofi: dal Gambia verso il Senegal, dalla Guinea verso la Liberia, e così via.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Il viaggio che doveva portare i ragazzi in contesti di prossimità si allunga, diventa un viaggio senza ritorno, con tratte sempre più estese e destinazioni sempre più lontane. Ed è qui che l’Italia comincia a essere interessata dall’arrivo di ragazzi soli e sempre più giovani, provenienti da paesi africani diversi, molti dei quali non avevano prima relazioni migratorie con il nostro Paese. Questo significa che gruppi di ragazzi provenienti dal Benin, dal Gambia o dalla Guinea Konakry sono i pionieri di nuove catene migratorie, senza comunità di riferimento nel nostro Paese e senza appoggi. È un’immigrazione «a sbalzo », senza reti di protezione.

Tra la partenza dal Paese di origine e l’arrivo nel nostro Paese è intercorso un tempo assolutamente variabile. Qualche mese, quando il viaggio è avvenuto in modo fortunato, qualche anno nei casi più drammatici. Il viaggio li ha portati attraverso pericoli, fughe, prigionie, lavori forzati, torture, abbandoni, solitudini infinite: una volta arrivati in Italia non sono più i ragazzi giovani e inesperti che erano alla partenza. Il viaggio li ha trasformati, li ha separati forzatamente dalle loro abitudini e dalla loro cultura.

Di tutto questo viaggiare e travagliare rimane molto poco nelle cronache burocratiche e nelle pratiche amministrative. La varietà dei profili viene assimilata nell’unica definizione di « minori stranieri non accompagnati »² che ˗ seppure così utile per garantire tutele, protezione e accompagnamento ˗ consente di vedere solo una parte della questione.

Arrivare minori in Europa

I dati sui minori stranieri non accompagnati in Italia ci aiutano ad affinare la lettura. Nel 2017 sono arrivati 14.579 minori stranieri, 10.787 nel 2018 e 7.272 nel 2019. Le due regioni più coinvolte sono la Sicilia (con il 28,4% di ragazzi accolti nelle comunità) e la Lombardia (con l’11,2%), che accoglie prevalentemente nella città di Milano. I principali Paesi di provenienza sono: l’Albania, l’Egitto, il Pakistan, la Costa d’Avorio, il Gambia e la Guinea Conakry. La distribuzione per età dei minori non accompagnati evidenzia che, alla fine del 2019, il 63.6% presenti in Italia aveva 17 anni, il 22.7% 16 anni, il 7.1% 15 anni e il restante 6.6% meno di 15 anni. Nello specifico, dal 2016 al 2019 è cresciuta la percentuale dei minori nella fascia più alta, tra i 16 e i 17 anni. Inoltre, anche se con brevi variazioni, la percentuale maschile è nettamente maggioritaria rispetto a quella femminile (93,2%)³.

Questi dati evidenziano che i minori stranieri non accompagnati hanno un’età sempre maggiore al momento dello sbarco in Italia: più dell’80% ha infatti tra i 16 e i 17 anni. Questa indicazione è molto utile per chi deve organizzare al meglio la loro accoglienza da minori e l’accompagnamento verso l’autonomia alla maggiore età: i servizi sociali e le istituzioni predisposte alla loro tutela hanno a disposizione sempre meno tempo per avviarli positivamente all’autonomia prima dall’uscita dai sistemi di protezione, al compimento dei 18 anni.

Rispetto ad altri Paesi europei, che offrono a questi minori soluzioni di prima accoglienza e dormitori, va senza dubbio detto che il servizio di accoglienza italiano si presenta come più ampio e diversificato, contemplando, oltre al vitto e all’alloggio, anche lo studio della lingua italiana, l’accesso a percorsi di istruzione, la tutela legale e la copertura sanitaria. Nelle comunità per minori più attente e organizzate l’esperienza (spesso molto breve) di accoglienza viene pensata come un «ponte» verso la maggiore età e verso l’autonomia. Il tempo in comunità è tempo per studiare la lingua italiana, acquisire nozioni di storia, geografia, letteratura, matematica e ottenere spesso in tempi rapidi la licenza media. Ma il tempo in comunità è anche un tempo – in casi più eccezionali e all’avanguardia in Italia – in cui fare esperienze di tirocinio, mettere piede nel mondo del lavoro, ottenere una certificazione come mulettista o cameriere, che sarà poi molto utile nella successiva ricerca di un lavoro. In un universo di pratiche e modalità di gestione molto diversificato, anche a livello di regioni diverse, le comunità ponte sono quelle dove sono vengono avviati percorsi di integrazione, con il supporto di famiglie del territorio, facilitando il più possibile l’incontro con associazioni, imprenditori e cooperative sociali.

La Teen culture

Il terzo elemento caratterizzante i ragazzi della Teen Immigration riguarda un tratto di comunanza culturale generazionale. Sono ravvisabili alcuni elementi tipici delle community giovanili: il modo di vestire, i riferimenti musicali, la consuetudine con le nuove tecnologie, un plurilinguismo diffuso, la fascinazione per il calcio, una diffusa conoscenza delle situazioni politiche dei propri paesi d’origine, l’attitudine ad assumere usi e costumi del Paese d’adozione. Questa apertura mentale viene potenziata dai percorsi scolastici che i ragazzi compiono all’arrivo in Italia, conseguendo l’esame di terza media, spesso con ottimi risultati, come non è mai avvenuto nelle generazioni precedenti. L’acquisizione della lingua italiana, le conoscenze storiche, la prima alfabetizzazione alle scienze e alla logica matematica in vista del diploma di scuola media inferiore è una base imprescindibile di integrazione. Il tipo di esperienza fatta e il periodo trascorso nelle comunità minori ha facilitato soprattutto relazioni tra pari, rafforzando reti tra coetanei, non sempre e non solamente connazionali, e con ragazzi a loro volta privi di legami familiari o comunitari.

Questo elemento di orizzontalità ha contribuito a rafforzare l’appartenenza generazionale e la nascita di linguaggi, routine, rituali comuni.

I social network accentuano questi tratti generazionali. I ragazzi sono inseriti in gruppi web di coetanei del loro Paese d’origine, conosciuti durante il viaggio o all’arrivo in Italia. Tra loro condividono video, foto e notizie che spaziano dalla musica alla politica alla religione, usando la propria lingua madre o più frequentemente un globish fatto di parole imparate alla scuola inglese del Paese d’origine o utilizzate sui social: anche chi non è mai stato a scuola conosce le parole-chiave con cui comunicare nel web per esprimere i propri gusti, le proprie aspirazioni o la propria protesta. In questo modo danno vita a una vera e propria teen culture fatta di gusti e mode condivise, informazioni sul lavoro e sui documenti, messaggi politici e religiosi.

La rivoluzione tecnologica in corso ha sconvolto anche il modo di concepire il movimento delle persone tra Paesi e continenti diversi. Chi migra oggi può essere costantemente connesso con il proprio contesto di vita originario ma anche con altre persone in giro per il mondo, con comunicazioni anche quotidiane. Persino la nostalgia per la terra d’origine e per i propri cari viene mitigata dall’accesso quotidiano a comunicazioni intercontinentali tramite le nuove tecnologie. La double absence (1999), di Abdelmalek Sayad ci parla di un tempo ormai passato.

Questa dimensione è ancora più forte e decisiva per i ragazzi della Teen Immigration. Loro sono, come i loro coetanei autoctoni, una generazione costantemente connessa, che vive le relazioni più sul web o nelle chat che negli scambi face-to-face. Vivono qui, studiano e lavorano in Italia, ma stanno al telefono anche un’intera serata col fratello minore rimasto in Africa o con l’amico del cuore emigrato in un altro Paese europeo. La prima generazione emigrata ai tempi di WhatsApp e dello smartphone sempre connesso.

Una straordinaria opportunità demografica

Il tempo passa in fretta e questa generazione di minori sta per arrivare alle soglie della maggiore età. Come possiamo comprendere, ogni racconto sui minori rischia di perdere di vista questo fatto: i teenager che abbiamo accolto nelle strutture ospitanti, educato e formato, a cui abbiamo insegnato una lingua e che abbiamo, nei casi migliori, orientato verso percorsi di autonomia, al passaggio alla maggiore età rischiano di tornare invisibili, scomparendo nelle maglie larghe e disperse della burocrazia e dei decreti legge, della varietà dei percorsi migranti. E chi non ce l’avrà fatta a reggersi in piedi, trovando per tempo reti, supporti, lavoro, casa, famiglie di appoggio, dovrà fare i conti con la propria incolmabile fragilità.

Mentre seguiamo con profondo allarme – anche negli articoli di questa piattaforma – l’avanzare di una crisi demografica senza pari, che si associa alle nuove emigrazioni di giovani italiani in cerca di condizioni lavorative migliori in altri paesi, la notizia di una “nave di ragazzini”, come è stata talvolta chiamata dai media all’arrivo a Lampedusa, dovrebbe essere accolta come una straordinaria notizia.

I ragazzi della Teen Immigration rappresentano una notevole opportunità di rilancio demografico. Ragazzi che sono già, per la loro esperienza di vita, cittadini del mondo, plurilingui, abituati a muoversi tra più culture, collegati a mondi lontani tramite i social network, potrebbero davvero contribuire a ringiovanire il Paese, immettendo in esso energie e capacità. I segnali che vengono oggi dalla politica vanno esattamente nella direzione opposta, con manifestazioni gravi di disimpegno e irresponsabilità verso le nuove generazioni. Sapranno la società civile e le sue istituzioni educative marcare la propria presenza attiva?

Note

¹ Granata A. Granata E., Teen Immigration. La grande migrazione dei ragazzini, Vita e Pensiero, Milano 2019. Il libro tratteggia i caratteri di questa generazione ma riporta anche le storie di una quarantina di ragazzi accolti in famiglia nella città di Milano e accompagnati verso l’autonomia abitativa e professionale.

² Definizione introdotta dalla Comunità europea nel 1997. Art. 1, Risoluzione del Consiglio dell’Unione europea sui minori stranieri non accompagnati, cittadini dei Paesi terzi, 26 giugno 1997.

³ Dati del Ministero del Lavoro (Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione), aggiornati al 30 giugno 2019.

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