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Studenti e Facoltà diseguali

Loris Vergolini, Nadir Zanini
Un titolo universitario potrebbe essere percepito dai giovani delle classi meno abbienti come uno dei pochi strumenti di ascesa sociale. Se ciò fosse vero, chi ha meno risorse familiari tenderebbe a iscriversi a corsi di laurea che offrono maggiori opportunità lavorative. Ma come stanno davvero le cose?

Scelte “razionali” nel Regno Unito?

La teoria della scelta razionale sostiene che i figli delle classi subordinate, al momento dell’iscrizione all’università, tendano a scegliere facoltà che possono essere spese “bene” sul mercato del lavoro [1]. Infatti, a fronte di un investimento rischioso, l’obiettivo sarebbe quello di massimizzare l’utilità futura in termini di occupazione e di reddito. Di conseguenza, individui provenienti da background sociali svantaggiati tenderebbero ad iscriversi in misura maggiore a corsi di natura prettamente tecnica (ingegneria, economia aziendale, ecc.), che, notoriamente, offrono migliori sbocchi lavorativi, piuttosto che  corsi umanistici.

Nel Regno Unito i risultati empirici confermano l’azione di un tale meccanismo [2]. Risulta, infatti, una netta sovra-rappresentazione di studenti provenienti dalle classi sociali meno abbienti nelle facoltà tecniche. Al contrario, i corsi di studio in materie umanistiche, i cui laureati risultano meno appetibili nel mercato del lavoro, sono frequentati in larga parte da studenti provenienti da famiglie particolarmente benestanti.

E nel nostro Paese?

Per quanto riguarda l’Italia è possibile consultare i dati raccolti con l’indagine sui Percorsi di studio e di lavoro dei diplomati che l’Istat conduce periodicamente su un campione di diplomati. Da una prima analisi, contrariamente al caso britannico, non sembra emergere una chiara relazione tra la classe sociale e il corso di studi intrapreso. Più in particolare, i figli della classe operaia non mostrano una maggiore propensione all’accesso alle facoltà tecniche rispetto ai figli delle classi sociali più elevate. Come a dire che la teoria della scelta razionale, in Italia, non pare supportata dai dati.

Tuttavia, si potrebbe considerare una diversa classificazione dei percorsi di studio, basata sul doppio criterio della gerarchia di potere e dello status scientifico che, se combinati, garantiscono una remunerazione attesa e una posizione sociale tendenzialmente elevati. In quest’ottica ci riferiamo sostanzialmente alla distinzione tra le facoltà che danno accesso alle libere professioni, medicina e giurisprudenza in primis, e tutte le altre, che difficilmente possono offrire il raggiungimento di alti livelli rispetto a entrambi i criteri (scienze sociali e naturali, ingegneria, ambito umanistico, ecc.).

Seguendo questa particolare classificazione e con qualche analisi più approfondita, i dati suggeriscono l’esistenza di una relazione tra la classe sociale di appartenenza e il tipo di facoltà scelta. In particolare, emerge chiaramente che, a parità di altre condizioni (tra cui: carriera scolastica pregressa, titolo di studio dei genitori, area geografica di provenienza), più alta è la classe sociale e maggiore è la probabilità che lo studente che si vuole iscrivere all’università scelga una facoltà come medicina o giurisprudenza [3] (fig. 1).

Questa relazione, valida per entrambi i sessi seppur con lievi differenze, sembra stabile nel tempo, almeno dopo la riforma del “3+2” approvata nel 1999 e attuata a partire dal 2001.

Qualche considerazione conclusiva

Dalle nostre analisi abbiamo potuto appurare come la scelta della facoltà sia in qualche modo collegata alla classe sociale e che questa relazione tenda ad operare in modo da non ridurre le originarie diseguaglianze sociali.

Ciò che sorprende maggiormente è, però, che tale relazione diviene significativa solo a seguito della riforma universitaria. Dal 2001, infatti, corsi di studio come medicina e giurisprudenza tendono ad essere preferiti dai figli delle élite economiche del paese. Si tratta, infatti, di corsi di studio che necessitano di un lungo (e quindi costoso) percorso di studi prima di giungere ad avere un lavoro remunerato. Ciò dovrebbe far riflettere sull’importanza delle misure di Diritto allo Studio, come strumento per riequilibrare le diseguaglianze sociali, garantendo a tutti le stesse opportunità di istruzione e formazione.
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[1]  Per un approfondimento si veda Breen, R. e Goldthorpe, J. (1997) Explaining educational differentials – towards a formal rational action theory. Rationality and Society, 9:275-305.
[2]  Ci riferiamo ad alcune statistiche pubblicate da Sutton Trust, una influente charity inglese e riprese da Sheperd, J. (2010) “Arts degrees become the preserve of the wealthy”, guardian.co.uk, 26 settembre, www.guardian.co.uk/education/2010/sep/26/arts-degrees-wealthy-humanities-university.
[3] I dati non consentono, purtroppo, di individuare fra gli studenti iscritti alle facoltà di economia quelli interessati alla libera professione di commercialista, piuttosto che all’economia come scienza sociale o aziendale. Ciò non inficia i risultati ottenuti, dato che l’esclusione di tutti gli studenti di economia dalla categoria dei corsi che offrono maggiori opportunità rende eventualmente quanto ottenuto una sottostima del reale effetto della classe sociale sulla scelta della facoltà.

(*) Le opinioni espresse nel lavoro sono attribuibili ai soli autori. Esse non impegnano, quindi, in alcun modo la responsabilità delle Istituzioni di appartenenza.

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