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Come sopravvivere alla crisi: l’esempio dei peruviani in Spagna

Stefania Yapo

Dall’osservazione dei dati sui movimenti di entrata e uscita e sulle naturalizzazioni di cittadini peruviani in Spagna emerge una nuova prospettiva sulle opzioni a disposizione dei migranti per far fronte alla insicurezza lavorativa e personale sopraggiunta con la crisi del 2008. Occorre ricordare che il contratto di lavoro è elemento decisivo per garantire il soggiorno legale del “migrante economico”, pena la decadenza del diritto di risiedere nel paese ospitante. Il primo dato rilevante è il dimezzamento della popolazione peruviana residente in Spagna: dalle 120.131 presenze del 2008 alle 61.257 del 2015. Il secondo è il numero di occupati e iscritti alla previdenza sociale tra i peruviani, passato dagli 82.642 del 2008 ai 31.773 del 2015 (INE, 2017). Come spiegare queste forti riduzioni? E perché nascondono strategie di sopravvivenza alla crisi?

Partire

Per quanto il saldo migratorio complessivo tra il 2008 e il 2015 rimanga positivo e pari a 18.703 unità, l’afflusso netto di migranti peruviani verso la Spagna è diminuito notevolmente, passando da 27.523 unità annue a sole 5.255. Va inoltre notato che il saldo ha iniziato a essere negativo proprio in corrispondenza della crisi ed è tornato in positivo solo a partire dal 2014. Il picco di “uscita” dei cittadini peruviani si è registrato nel 2013 con ben 11.065 persone che hanno deciso di emigrare all’estero, spesso ritornando nel paese di origine. La precarietà del contesto socio-economico o derivante direttamente dal percorso migratorio hanno probabilmente spinto più di 58.000 peruviani a lasciare  il paese iberico, nel periodo 2008-2015, in cerca di opportunità migliori (INE, 2017). L’instabilità data dalla mancanza di un lavoro e dalla conseguente impossibilità di rinnovare il permesso di soggiorno è certamente elemento imputabile a questa prima opzione.

Restare

La seconda opzione di cui si sono avvalsi i migranti peruviani è stata l’acquisizione della cittadinanza nel paese ospitante: essi sono rimasti, però cambiando le condizioni della loro permanenza. Tenendo conto di due ulteriori aspetti – il percorso facilitato che consente ai cittadini peruviani di naturalizzarsi dopo 2 anni di residenza continuativa in Spagna e la durata media di questo processo che si aggira tra i 2 e i 5 anni – sembra plausibile che la crisi abbia spinto a “investire” nel nuovo status. Diventare un cittadino implica, fra le altre cose, godere di pieni diritti (e doveri) al pari di qualsiasi altro cittadino spagnolo nativo, poter mantenere la propria cittadinanza peruviana, nonché diventare cittadino europeo e godere dei diritti di questa cittadinanza derivata. Se è vero che il numero di naturalizzazioni tra i peruviani in Spagna è in crescita costante dal 2005, è altrettanto vero che nel 2013 è stato toccato l’apice con ben 19.225 nuove acquisizioni, che nella decade 2005-2015 ammontano in totale a 98.198 unità (EUROSTAT, 2017). Va altresì aggiunto che nel 2012, dato il numero elevato di richieste in attesa di essere elaborate (si parla di 400.000 casi in sospeso), il Ministero della giustizia si dotò di oltre mille collaboratori e aumentò le spese di budget di un milione di euro per far fronte all’enorme mole di lavoro (Eudo, 2013). Grazie alla naturalizzazione, il neo cittadino spagnolo non ha più l’onere di rinnovare il permesso di soggiorno, poiché il diritto di residenza è garantito, indipendentemente dall’essere occupato o meno.

Non è un gioco a somma zero

Coloro che hanno scelto l’opzione “partire” sono giunti in Spagna come migranti, o meglio come cittadini di paesi terzi, e sono emigrati nuovamente rimanendo cittadini stranieri. Invece, coloro che hanno scelto l’opzione “restare” e che sono riusciti ad ottenere la doppia cittadinanza non sono più conteggiati tra i cittadini stranieri e ora rientrano nelle statistiche dei cittadini spagnoli. Se da un lato questo spiega perché ci sono apparentemente molti meno peruviani, dall’altro non assicura che chi ha lasciato il paese sia un non-cittadino. Infatti, una volta ottenuta la cittadinanza, la mobilità verso il Perù così come verso gli altri Paesi europei ed extra-europei (e l’eventuale rientro) è facilitata.

Pur tenendo conto della complessità che si cela dietro le stime, il caso dei peruviani in Spagna dice qualcosa in più sull’apparente paradosso del 2013, che è stato l’anno in cui si è registrato il maggior numero delle uscite dal paese e, allo stesso tempo, l’anno in cui si è avuto il maggior numero di naturalizzazioni. Se l’andare via dal paese sembra la soluzione più logica, l’opzione del restare dipende in larga misura dalla struttura delle opportunità previste dal regime di cittadinanza. In vista di un investimento sul futuro, anche ottenere la cittadinanza del paese ospitante può rivelarsi un elemento fondamentale per sopravvivere a una crisi, perché consente di diventare legalmente parte integrante della società. Ciò non significa che la mancanza di occupazione cessi di essere un problema cruciale, ma essa non determina più a priori il discrimine tra residenza legale e illegale.

Bibliografia

*INE, Instituto Nacional de Estadísticas

*Francisco Javier Moreno Fuentes and Alberto Martín Pérez, 2013 “Naturalization Procedures for Immigrants. Spain” EUDO Citizenship Observatory

*EUROSTAT, database Acquisition of citizenship by age group, sex and former citizenship, Last update 20.02.2017

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