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Sedici anni, l’età per votare (*)

Alessandro Rosina

Dopo la scelta fatta dall’Austria, risulta sempre più vivace anche nel nostro paese la discussione sull’abbassamento dell’età al voto. Uno dei più concreti segnali di apertura in questo senso è la recente decisione di far partecipare anche sedicenni e diciassettenni all’elezione dei componenti delle Assemblee costituenti del Partito democratico che si terrà il 14 ottobre (http://primariepd.org/primarie/).Varie sono le obiezioni sollevate, da molte parti, sull’estensione di tale possibilità anche per le elezioni amministrative e politiche, nessuna però appare pienamente convincente.



I motivi a favore

Se ci sono buoni motivi per ringiovanire l’elettorato nel mondo occidentale, tali motivi sono ancor più accentuati nel nostro paese. Ne prendiamo in considerazione i principali. Da noi, come ampiamente riconosciuto, i meccanismi del ricambio generazionale sono più inceppati che altrove. Varie sono le evidenze empiriche che lo testimoniano, ed il riscontro più evidente è il fatto che la classe dirigente e, soprattutto, quella politica sono caratterizzate da una scarsa presenza di esponenti delle più giovani generazioni.

Alla maggior età media delle più importanti cariche di governo ed istituzionali si associa anche, rispetto agli altri paesi occidentali, una più scarsa attenzione politica verso i giovani. Ed infatti le politiche nei loro confronti risultano cronicamente carenti in Italia e la protezione sociale particolarmente bassa. Attualmente la spesa sociale italiana è in Europa quella tra le più sbilanciate a favore delle generazioni più anziane. Oltre i due terzi va in pensioni e invalidità, mentre nettamente inferiore rispetto alla media europea è la quota che va per casa, disoccupazione ed esclusione sociale. Le difficoltà a mettere in campo gli “ammortizzatori sociali” contro la precarietà, ad intaccare i privilegi acquisiti per dar spazio alle forze più dinamiche, a costruire un sistema previdenziale più equo dal punto di vista generazionale, sono alcuni esempi che testimoniano quanto poco la politica italiana stia investendo nel ridurre i rischi e nell’aumentare le opportunità delle più giovani generazioni.

Se già attualmente la classe politica è tra le più anziane e la spesa sociale a favore dei giovani è tra le più basse, tutto ciò potrebbe ulteriormente peggiorare come conseguenza dell’invecchiamento della popolazione. A causa della persistente denatalità italiana, il peso demografico dei giovani è destinato infatti a ridursi da noi più che altrove e per converso ad accrescersi quello degli anziani. Saremo nei prossimi decenni, assieme al Giappone, il paese con struttura per età più squilibrata al mondo. Il che significa meno peso elettorale e (presumibilmente) politico dei giovani, e ancor più spesa sociale assorbita (per previdenza e salute pubblica), a parità di risorse, dalle generazioni più anziane.

Dare il voto a sedicenni e diciassettenni consente quantomeno di dar più rilevanza al voto “dei” giovani e (presumibilmente) “per” i giovani. Attualmente il peso elettorale (per ora virtuale) dei 16 e 17enni equivale a quello degli over 85. Ci si può chiedere perché nella decisione di chi è chiamato a responsabilità di governo (o amministrazione locale) i novantenni contino più dei diciassettenni. Tanto più che da qui al 2035 il peso dei primi è destinato comunque a diventare il triplo rispetto a quello dei secondi (Fig. 1).
I motivi contro

A fronte della proposta di abbassare sotto i diciotto anni l’età alla quale si ha diritto al voto sono state sollevate da varie parti alcune perplessità. Uno dei principali argomenti utilizzati è che “non sono ancora maturi per il voto” e che a tale età i giovani devono concentrarsi soprattutto sullo studio. E’ vero che una quota elevata (oltre l’80%) di 16-17enni frequenta le scuole superiori, ma ciò vale anche per i 18enni (oltre il 70%). Inoltre una parte di essi lavora. Se le leggi italiane prevedono che un sedicenne possa lavorare e pagare le tasse, perché non dovrebbe poter esprimere il suo voto su chi poi amministra la cosa pubblica? Riguardo all’immaturità vi è inoltre chi sostiene che pretendiamo troppo da loro e che c’è il rischio di volerli responsabilizzare troppo e farli crescere in fretta. Una tesi curiosa visto che semmai in Italia c’è il rischio contrario, ovvero quello di tenerli immaturi a lungo e rallentare tutti i passaggi di transizione alla vita adulta. La gran parte dei giovani danesi vive già in modo indipendente dai genitori a 18-20 anni. La maggioranza dei giovani europei lascia la casa dei genitori entro i 25 anni. Nel nostro paese è invece sempre più comune rimanervi fino ai 30 ed oltre. Ben venga quindi un voto che tratta meno da immaturi e responsabilizza un po’ di più i giovani italiani.

C’è poi chi è scettico perché teme un voto troppo influenzabile da un lato e troppo “ideologizzato” dall’altro. Ed allora? E’certo possibile che molti giovani votino come i propri genitori, ed altri si facciano un’opinione attraverso gli strumenti di confronto che offre internet (blog, forum, ecc.). Perché nella democrazia italiana dovrebbe invece pesare di più il voto meno “ideologico” e più “inerziale”, meno basato su internet e più sulla televisione, di un 85enne?

Infine, un argomento spesso usato è quello, basato su impressioni personali, che comunque la grande maggioranza dei sedicenni non sarebbe interessata a partecipare alle elezioni amministrative e politiche. I dati raccontano invece una storia diversa. Secondo l’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana”, i disinformati e disinteressati dei fatti della politica sono meno della metà dei 16-17enni. Recenti indagini su tale fascia d’età (ad esempio quella condotta a Milano dall’Osservatorio sui diritti dei minori) evidenziano come quasi tre su quattro sarebbero contenti di poter votare (ed oltre il 40% di chi è favorevole si sente più informato e consapevole rispetto alle generazioni precedenti).



Investire sul futuro

Si dice spesso che l’Italia è un paese bloccato, ingessato, che ha bisogno di liberare le sue forze più dinamiche ed investire sul proprio futuro. Per farlo sono necessarie scelte coraggiose e segnali di discontinuità rispetto alle vecchie logiche. L’abbassare il diritto di voto ai sedici anni significa per la politica, quantomeno, doversi maggiormente confrontare con l’Italia che sarà, porsi il problema di chi sono e come si stanno formando le più giovani generazioni. E magari scommettere un po’ di più sul futuro e difendere un po’ meno i privilegi acquisiti.

(*) L’articolo è presente anche su www.lavoce.info

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