• Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

      • Geodemografia 2019. Quindici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Scuole vecchie alla prova della demografia

Stefano Molina

L’anno scolastico 2019-20 verrà ricordato come anomalo. Dopo settimane (mesi?) di chiusura, si auspica la ripresa delle normali delle attività didattiche. Una volta superata l’emergenza sanitaria andrà però affrontata una questione da troppo tempo trascurata, ossia la sempre più preoccupante inadeguatezza delle nostre scuole. E il ripensamento degli spazi di apprendimento, come ci spiega Stefano Molina in questo articolo,  dovrà allora fare i conti con il declino della popolazione scolastica.

Prosegue inesorabile il declino delle nascite in Italia: i 435.000 nati del 2019 sono davvero poca cosa se confrontati con i 570.000 di dieci anni prima, per non parlare del milione di nascite della metà degli anni sessanta. L’inerzia che governa i sistemi demografici non consente di farsi illusioni circa la possibilità di invertire in tempi brevi le tendenze in atto: nei prossimi anni la popolazione giovanile sarà sempre meno numerosa, con inevitabili ripercussioni sul sistema di istruzione. Quelle che interesseranno il corpo docente sono state esaminate in un precedente intervento su Neodemos: in assenza di interventi mirati, lo scenario più probabile pare quello di una contrazione degli organici.

Ma la scuola non è fatta solo di studenti e insegnanti: è fatta anche di spazi fisici. E tra le questioni davvero importanti che l’Italia dovrà affrontare nel prossimo futuro vi è l’adeguamento del patrimonio di edilizia scolastica alle molteplici esigenze del suo sistema educativo. Dal Rapporto sull’edilizia scolastica della Fondazione Agnelli (Laterza, 2020) possiamo ricavare una fotografia dei 40.000 edifici che oggi ospitano le scuole italiane, dall’infanzia alle superiori: un ritratto dal quale emergono numerosi limiti.

Un patrimonio di edilizia scolastica inadeguato

Le scuole italiane possono risalire a tempi molto lontani (in alcuni casi si tratta di monasteri o di caserme oggi destinati a uso scolastico), ma la maggioranza degli edifici è stata costruita dal 1958 al 1983, durante gli anni del baby boom e del rapido aumento della scolarità (Figura 1): in quella fase – vera e propria epoca d’oro dell’edilizia scolastica – sono stati costruiti oltre 800 edifici all’anno.

Nel XXI secolo, esauritesi sia la spinta demografica sia la crescita della scolarità, di nuove scuole se ne sono costruite relativamente poche: anche per questo, l’età media degli edifici scolastici italiani è oggi piuttosto elevata: in media oltre 53 anni, con punte di 75 anni in Liguria e 64 in Piemonte. Le conseguenze sono molteplici, ma possono essere riassunte in un’unica parola: inadeguatezza. Le nostre scuole sono inadeguate sul piano della didattica, perché progettate e realizzate secondo il dogma della centralità dell’aula e la dominanza di un’unica strategia di insegnamento, quella trasmissiva. Mal si prestano, dunque, a un’auspicabile maggiore coralità di strategie e metodi coerenti con la diffusione dell’innovazione didattica e organizzativa. Sono inadeguate sul piano della sicurezza, come purtroppo dimostrano le numerose valutazioni negative sullo stato di degrado/ef­ficienza delle opere edilizie e degli impianti formulate dagli stessi enti proprietari, ossia Comuni e Province (fonte: Anagrafe dell’Edilizia scolastica). E sono pure poco adeguate sul piano della sostenibilità, con scarsissima attenzione all’efficienza energetica, e dell’inclusione, con una quota importante di scuole ancora non attrezzate per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

La riduzione degli iscritti come opportunità

Per trasformare scuole obsolete in ambienti di apprendimento efficaci, sicuri, sostenibili e inclusivi serviranno consistenti investimenti, pubblici e privati, da distribuire almeno sui prossimi due decenni. Si tratta dell’arco di tempo nel quale il sistema scolastico nazionale dovrà nuovamente fare i conti con una forte decompressione demografica, peraltro differenziata territorialmente e per grado di scuola (si veda la Figura 2). Sarebbe auspicabile che l’allocazione delle risorse per il miglioramento dell’edilizia scolastica – molte già stanziate con la Legge di Bilancio 2020, altre in arrivo con la possibilità di destinarvi l’8 per 1000 – fosse coerente con la futura rarefazione delle iscrizioni.

In estrema sintesi, dalla lettura mirata delle previsioni delle popolazioni regionali realizzate dall’Istat si possono trarre le seguenti indicazioni:

  1. alla scala nazionale sta venendo meno di una delle principali ragioni – quella demografica – che nei decenni passati, un po’ ovunque sul territorio, aveva determinato la costruzione di nuovi edifici scolastici. L’enfasi si sposterà quindi dalla costruzione di nuove scuole alla ristrutturazione di quelle già esistenti;
  2. negli ambiti territoriali dove il calo della popolazione giovanile sarà più marcato, autorità scolastiche ed enti locali dovranno decidere se chiudere alcuni punti di erogazione del servizio scolastico, inevitabilmente sottoutilizzati; data l’importanza anche simbolica della presenza di scuole sul territorio, le decisioni richiederanno un attento coinvolgimento delle popolazioni interessate;
  3. all’interno della grande maggioranza degli edifici che continueranno a essere attivi, la riduzione nel numero di classi libererà spazi per attività diverse dalla lezione frontale: aule-laboratorio, aree per il lavoro individuale degli studenti, uffici per i docenti, sale di dibattito, ampliamenti di spazi limitrofi ecc. Si può stimare in quasi due milioni di metri quadri lo spazio attualmente destinato ad attività didattiche che in un decennio sarà progressivamente “liberato”. Un cambiamento non marginale, forse un’opportunità per le autonomie scolastiche, che andrà tuttavia gestito con una strategia al momento assente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

image_pdfimage_print