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Replacement migration in salsa veneta

Gianpiero Dalla Zuanna
Una popolazione con bassa natalità può rimanere vitale e rinnovarsi nel tempo – senza invecchiare e diminuire rapidamente – grazie a persistenti flussi immigratori? La pubblicazione sul Rapporto 2010 di Veneto Lavoro di alcuni recenti dati sull’occupazione giovanile ci mostrano con chiarezza che nel Veneto del ventunesimo secolo sta avvenendo proprio questo.[1]
Nel quinquennio 2004-08 gli occupati dipendenti esordienti del settore privato del Veneto con meno di 30 anni sono stati, in media, 65 mila l’anno. Questo numero rappresenta la quasi totalità della nuova occupazione giovanile generata dal sistema produttivo della regione, perché difficilmente il primo lavoro proveniva dal sistema pubblico, o era un lavoro autonomo. Di questi 65 mila nuovi posti di lavoro, 43 mila sono stati occupati da giovani italiani e 22 mila da giovani stranieri. Venticinque anni prima, negli anni 1979-83, nel Veneto sono nati ogni anno 43 mila bambini, quasi tutti di nazionalità italiana, con una fecondità media di 1,41 figli per donna. Se nel 1979-83 i genitori veneti avessero avuto un numero di figli sufficiente per rimpiazzarli (ossia 2,10 figli per donna), nel Veneto sarebbero nati 64 mila bambini l’anno: quelli sufficienti a coprire, venticinque anni dopo, il fabbisogno di lavoratori. Invece, queste 21 mila mancate nascite sono state “sostituite”, venticinque anni dopo, dall’ingresso nel mercato del lavoro di altrettanti giovani stranieri.
Il Veneto del 2004-08 è quindi un ottimo esempio di replacement migration, di flussi migratori che hanno posto rimedio a una fecondità insufficiente a garantire l’ordinato rimpiazzo fra le generazioni. Se ciò non fosse avvenuto, le conseguenze sarebbero state perniciose, sia per il mercato del lavoro, sia per il sistema-popolazione. Da un lato, il numero di occupati sarebbe diminuito rapidamente (15 mila lavoratori in meno all’anno). Infatti, nel corso dello stesso quinquennio nel Veneto hanno compiuto 60 anni all’incirca 58 mila persone ogni anno, e i 43 mila veneti “doc” neo-immessi nel mercato del lavoro non sarebbero stati sufficienti per sostituirli, anche perché gran parte di nuovi pensionati erano lavoratori manuali con basso titolo di studio, mentre più di metà dei nuovi aspiranti lavoratori avevano un diploma di scuola secondaria o una laurea. In secondo luogo, senza i nuovi stranieri la popolazione che vive nel Veneto sarebbe invecchiata molto più rapidamente: oggi il mezzo milione di cittadini stranieri residenti nel Veneto hanno in media 30 anni, contro i 45 anni dei quattro milioni e mezzo di cittadini italiani. In pratica, ciò significa che nell’ultimo decennio il progressivo invecchiamento non è stato causato dalla bassa fecondità – cui hanno posto rimedio le consistenti immigrazioni – ma solo dall’incremento della sopravvivenza.
Cosa accadrà nel Veneto dei prossimi decenni? Tutto fa pensare che questo meccanismo di rimpiazzo della popolazione continuerà. Ogni anno, nei prossimi 20 anni, i nuovi sessantenni saranno 72 mila l’anno: sono i figli del baby-boom, nati nel 1951-70. Nello stesso ventennio 2011-30, se non ci saranno immigrazioni i nuovi ventenni saranno ogni anno, 46 mila. Ogni anno si ripeterà quindi quanto è accaduto nel quinquennio 2004-08, ma con un “deficit” demografico annuo ancora più accentuato (26 mila persone l’anno in meno nella fascia di età 20-59). Nello stesso periodo, nei paesi in via di sviluppo – se non ci saranno emigrazioni – la popolazione in età 20-59 aumenterà di 60 milioni di persone ogni anno. Non dovrebbe essere difficile trovare 30 mila persone disposte a trasferirsi, ogni anno, all’ombra del campanile di San Marco…
La vera incognita è un’altra: continuerà il Veneto – come tutto il Centro Nord Italia – a creare lavoro con gli stessi ritmi dei primi anni del ventunesimo secolo? Lo shock occupazionale della crisi è stato durissimo, specialmente per i giovani. Lo stesso Rapporto di Veneto Lavoro ci dice che nel 2009 i giovani occupati esordienti sono stati appena 44 mila, ossia 21 mila in meno del quinquennio precedente. Di questi nuovi occupati, 26 mila sono stati gli italiani (16 mila in meno), 18 mila gli stranieri (solo 5 mila in meno). In questa fase della crisi, nel Veneto, è stato più facile trovare lavoro per un giovane straniero piuttosto che per un giovane italiano. Si tratta di un caso, oppure gli imprenditori – nei momenti di difficoltà – preferiscono la manodopera straniera, più flessibile e meno costosa?


[1] Regione del Veneto. Rapporto 2010 di Veneto Lavoro, Franco Angeli, Milano (pag. 51).

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