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Profughi e rifugiati come risorsa per comuni in declino demografico

Alessandro Cavalli

Di fronte ai fatti drammatici dell’esodo di profughi e migranti che premono ai confini d’Europa, l’opinione pubblica sembra dividersi tra i “buonisti”, che vogliono accoglierli tutti, e i “cattivisti” che vorrebbero lasciarli naufragare o fermarli con la forza. C’è un problema di emergenza, al quale ogni governo coinvolto cerca di far fronte tamponando le falle, con un occhio alle ripercussioni che ogni mossa potrà avere sul comportamento degli elettori alle prossime scadenze.

Una strategia per il lungo periodo

E’ sconcertante come pochi guardino al di là dell’emergenza, alle strategie da mettere in atto a medio-lungo termine per far fronte al fenomeno. Perché il fenomeno non è destinato ad esaurirsi, ma accompagnerà la vita delle nostre società per decenni a venire. Le guerre del Medio Oriente potranno anche finire (ce lo auguriamo), ma lasceranno delle società devastate dalle quali molti vorranno comunque fuggire e l’Africa resterà ancora per lungo tempo un serbatoio di popolazioni che cercheranno altrove delle chances di vita migliori della fame e della miseria che le aspetta a casa loro. E l’Europa è il continente più vicino, è un continente ricco e, almeno in questa fase storica, ha una popolazione demograficamente in declino.

Bisogna quindi pensare fin da ora non solo a come affrontare il problema di quelli che arrivano ogni giorno, ma come possano essere inseriti a medio-lungo termine nella nostra società, al di là di come distribuirli tra i 28 paesi dell’UE. Ce ne sarà per tutti ed ogni paese dovrà pensare a come gestire i propri.

Esempi dalla Germania…

Schermata 2016-04-28 a 19.45.30Si calcola che lo scorso anno più di un milione di profughi e rifugiati abbiano chiesto asilo politico nella Repubblica Federale. Questa cifra viene distribuita in base all’accordo di Königstein che stabilisce la quota di spese comuni da attribuire ai diversi Länder (Figura 1; i criteri si fondano per i 2/3 sulla capacità contributiva e per 1/3 sulla popolazione).

Gli immigrati tendono a stabilirsi soprattutto nelle grandi città, dove è più facile che trovino comunità di connazionali o parenti già risiedenti e dove comunque si aspettano di trovare migliori opportunità lavorative, residenziali e servizi di accoglienza. Si tratta comunque di una popolazione che ha, quasi per definizione, una elevata propensione alla mobilità e che è disposta a spostarsi dove le prospettive di inserimento appaiono più favorevoli.

Lo hanno capito alcuni sindaci di comuni rurali dei Länder orientali del Meclemburgo-Pomerania, della Sassonia e della Turingia in declino demografico (per effetto della denatalità, dell’invecchiamento e dell’esodo verso le città e le regioni occidentali) che hanno intravisto nell’accoglienza dei profughi un’opportunità di ripresa o, se non altro, un modo per frenare il declino. Succede che occasioni di sviluppo vengano talvolta perse per mancanza di una popolazione nel pieno delle forze e disponibile ad impegnarsi. In questi casi, gli immigrati possono diventare una risorsa, possono innescare qualche dinamica virtuosa, evitare, ad esempio, che negozi, scuole e altri servizi vengano chiusi per carenza di utenti.

Inoltre, sembra che una comunità, se ben organizzata e dotata di reti consolidate di volontariato (ad esempio, un servizio anti-incendio, una corale, una banda comunale) sia meno soggetta a sviluppare sindromi di paura e di rifiuto degli stranieri e più disposta alla solidarietà e alla loro integrazione che non l’ambiente anonimo delle grandi città dove è più facile che si innestino processi di ghettizzazione.

Certo, come sono arrivati, proprio perché potenzialmente mobili, gli immigrati possono anche andarsene, ma questo rischio può diventare un ulteriore incentivo per trattenerli e favorire la loro integrazione. Se si generano processi di esclusione, oppure di inclusione, dipende in larga misura dalla cultura dell’accoglienza e questa, a sua volta, dal tipo di leadership di queste comunità.

Non ci sono ancora rilevazioni e ricerche sistematiche che permettano di misurare l’ampiezza del fenomeno che tuttavia sembra meritevole di attenzione perché ci fa vedere un aspetto incoraggiante dove in genere domina la paura.

…proposte per l’Italia

Per quanto riguarda l’Italia, qualcuno ha avanzato la proposta di dare ai rifugiati una chance per tentare un parziale ripopolamento delle zone montane abbandonate dalla popolazione autoctona, scesa verso le coste e la pianura. Lo spopolamento delle zone alpine e appenniniche che non sono riuscite a riconvertirsi al turismo è un fenomeno reale ed è, oltretutto, una delle cause del dissesto idro-geologico di ampie zone del territorio.

In Liguria, dove vive chi scrive, basta inoltrarsi poche decine di chilometri dalla costa che si trovano interi paesi quasi, se non del tutto, disabitati e ad ogni stagione di piogge scendono immancabilmente molte frane che contribuiscono ulteriormente a rendere il territorio inabitabile. L’agricoltura montana è praticamente abbandonata, anche quando potrebbe forse ancora giocare un certo ruolo con produzioni di nicchia di elevato valore aggiunto (si pensi, nel caso ligure, alla vite, all’ulivo, ai frutti di bosco). Ma non c’è più nessuno che voglia lavorare la terra e, soprattutto, mantenere quella rete minuta di manufatti (terrazzamenti, scoli delle acque, ecc.) che rendono possibili le colture.

In questi luoghi ci sono moltissime abitazioni vuote e abbandonate, alcune irrimediabilmente diroccate, altre facilmente restaurabili che potrebbero accogliere una popolazione, soprattutto famiglie, che, opportunamente addestrata e organizzata, garantirebbe una parziale rinascita di territori altrimenti destinati al degrado.

E’ facile immaginare le difficoltà, gli ostacoli e le resistenze che una proposta del genere incontrerebbe nel suo cammino. Chi ha una certa familiarità con il mondo della montagna sa bene come sia difficile integrare degli estranei nelle comunità autoctone. E poi le abitazioni, ancorché abbandonate, e i terreni hanno pur sempre ancora dei proprietari che in qualche modo dovrebbero essere coinvolti, convinti e probabilmente incentivati. E tra gli immigrati non tutti sarebbero adatti a questo tipo di attività e probabilmente alcuni si rifiuterebbero di impegnarsi nel progetto. Insomma, può essere una bella idea, ma difficilmente realizzabile. Però, ci sono due problemi di fronte ai quali non ci si può tirare indietro: la presenza di flussi cospicui di immigrati che si può prevedere fin d’ora non potrà essere interrotta, da un lato, e il degrado-dissesto di gran parte del territorio italiano dalle Alpi alla Sicilia, dall’altro lato.

La realtà del resto sembra precorrere la consapevolezza che del fenomeno ne hanno i leader politici nazionali. La rivista on-line Dislivelli, nel numero di febbraio 2016 riferisce di una serie di esperienze in corso, spesso promosse da singole associazioni o amministrazioni comunali. Qualche attenzione ha destato sulla stampa il comune calabro di Riace che ospita ca. 6.000 tra rifugiati, profughi e migranti, ma sembra (vedi articolo di Paolo di Stefano su Il Corriere della Sera, digital edition, del 12 marzo) che il numero di stranieri presenti nelle comunità di montagna al gennaio 2014 raggiungesse la cifra di 350 mila. Oggi è certamente salito.

 

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