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Povertà e vulnerabilità delle famiglie italiane (*)

Elena Granaglia

Povertà stabile, reddito in discesa

L’Indagine conferma la sostanziale stabilità della povertà in Italia, dopo il picco del 1993. La quota di individui che vive in famiglie povere è pari al 13,4% della popolazione, considerando povero chi ha un reddito equivalente inferiore al 50% del reddito mediano e utilizzando la scala di equivalenza OCSE modificata (che pesa 1 il capofamiglia, 0,5 i componenti con 14 anni e più e 0,3 i soggetti con meno di 14 anni). Al 10% delle famiglie con redditi più bassi va il 2,5% del reddito complessivo, mentre il 26,3% è detenuto dal 10% più ricco (quest’ultimo valore equivale sostanzialmente a quanto detenuto dalla metà delle famiglie italiane, quelle meno abbienti).
 
La stabilità in aggregato dell’incidenza di povertà non può, però, fare ignorare che si tratta di uno dei valori più alti nella UE. Inoltre, nel confronto con l’indagine precedente, si osservano alcuni cambiamenti. Da un lato, nel biennio 2006-2008, la stabilità si associa ad una contrazione del reddito disponibile in termini reali, del 4%, se si considera il reddito medio delle famiglie e del 2,6%, se si considera il reddito equivalente. Dall’altro lato, tale contrazione non nuoce a tutti allo stesso modo.
 
La perdita dei lavoratori autonomi è di circa 7 punti di reddito equivalente, quella dei lavoratori dipendenti di circa 3 punti e quella delle persone in condizione non professionale di circa 1 punto e mezzo (cfr. Figura 1). Nel quindicennio fra il 1993 e il 2006, il reddito equivalente dei lavoratori autonomi è, però, cresciuto di 35 punti contro una crescita solo di 7 punti per i lavoratori dipendenti (e di 15 punti per i non aventi condizione professionale). Inoltre, si ricordi  quanto documentava l’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane relativa al 2006, ossia, che il miglioramento registrato dai lavoratori dipendenti nel biennio 2004-2006 era in larga misura attribuibile all’incremento dei percettori di reddito nelle famiglie di tali lavoratori (+5%.). Gli autonomi, invece, avevano subito un decremento (-1,3%). Ciò non significa, ovviamente, che tutti gli autonomi abbiamo migliorato la propria posizione Al contrario, sempre considerando l’Indagine relativa al 2006, a miglioramenti cospicui per artigiani e titolari di impresa familiare si assocerebbero peggioramenti vistosi per le restanti tipologie (liberi professionisti, lavoratori atipici e soci-gestori di società). Il che pone, fra l’altro, più di una perplessità circa l’utilità ai fini conoscitivi dell’uso di una categoria così disomogenea come quella dei lavoratori indipendenti. Ciò nondimeno, il miglioramento relativo dei lavoratori dipendenti avvertito nell’ultimo periodo non può essere sopravalutato.
 
Tali dinamiche del reddito hanno influenzato la quota di povertà all’interno delle diverse categorie: nel quindicennio passato, la povertà si è dimezzata fra i lavoratori autonomi (calando da circa il 14% nel 1993 a meno del 7% nel 2008), mentre è aumentata di circa 1 punto la quota dei poveri fra i lavoratori dipendenti ed è rimasta sostanzialmente invariata quella fra i soggetti in condizione non professionale.
 
Non poveri, ma vulnerabili
Le dinamiche del reddito appena considerate influenzano, altresì, i rischi di vulnerabilità, considerando anche il ruolo giocato dall’età e dalla circoscrizione di residenza. Sempre considerando il reddito equivalente, gli ultimi due anni registrano un peggioramento per le classi di età fino a 55 anni (soprattutto per chi ha meno di 44 anni), mentre continuano a migliorare i soggetti di età superiore (Fig. 2). Registra, altresì, un peggioramento più accentuato chi vive al Centro e al Sud e alle Isole rispetto a chi vive al Nord. Nello scorso biennio, invece, Sud e Isole avevano registrato il miglioramento più accentuato.
 
Rispetto ai rischi di vulnerabilità, si consideri, inoltre, la distribuzione della ricchezza. Come nel 2006 (quando, però, il dato rifletteva un incremento di due punti rispetto al biennio precedente), anche nel 2008, il 10% delle famiglie detiene quasi il 45% della ricchezza, in presenza di un indice di Gini della ricchezza pari a 0,613[1]. Similmente stabile è la quota di ricchezza detenuta dal 60% delle famiglie meno abbienti, pari ad un valore di poco superiore a quello posseduto dall’1% delle famiglie più ricche, ossia, al 13%.
 
Famiglie che cambiano
Si consideri, infine, la composizione delle famiglie. La prima cosa che si nota è che continuano ad aumentare le famiglie mono-componente, ormai più del 26% del totale, con una crescita imponente di quasi 18 punti nell’ultimo trentennio. Al riguardo, non si vuole, certo, esaltare una vita familiare che potrebbe rivelarsi una trappola. Vivere da soli non permette però, di sfruttare le economie di scala delle coabitazioni e, qualora malati o necessitanti di cure, comporta una maggiore dipendenza dall’aiuto esterno. Quest’ultimo rischio appare elevato quando si ricordi che oltre la metà di chi vive solo ha più di 64 anni (le donne rappresentano la maggioranza, seppure l’incidenza sia in decrescita e sia, invece, in crescita il numero degli uomini). Ci sono poi le coppie con figli, ormai poco più del 39% (sempre del complesso delle famiglie), contro un’incidenza di oltre il 62% un trentennio fa. Un trend di crescita contenuto è, invece, registrato dalle famiglie monoparentali, la cui incidenza nell’ultimo trentennio è salita meno di 2 punti.
 
L’Indagine si riferisce ad un anno, il 2008, in cui il PIL scese di circa un punto. Oggi, ci troviamo a convivere con l’ulteriore decremento di circa 5 punti subito nel 2009. Proprio per cercare di individuare, nel modo più tempestivo possibile i primi effetti della crisi, l’ultimo Rapporto sulle Politiche contro la Povertà e l’Esclusione Sociale 2008-2009 redatto dalla Commissione di Indagine sull’Esclusione sociale (accessibile a www.commissionepoverta-cies.eu.) ha affiancato alla tradizionale presentazione dei dati ufficiali di povertà e allo svolgimento di approfondimenti originali, una serie di audizioni ad attori privilegiati tese, appunto, a mettere a fuoco alcune delle più recenti dinamiche in atto. Ciò nondimeno, la nuova Indagine della Banca d’Italia offre un contributo importante a sostegno della presenza di quelle che appaiono tendenze ormai durature della nostra società: la crescita dei rischi di povertà presso diversi gruppi di lavoratori, dei rischi di non autosufficienza finanziaria associati al vivere da soli e all’età e delle difficoltà di fare figli. Si tratta di quelli che, quanto meno in parte e in riferimento al periodo dei trenta gloriosi dello stato sociale, potremmo definire nuovi rischi di povertà e vulnerabilità rispetto ai quali le nostre politiche sociali appaiono particolarmente carenti.
 


[1]  Che è quindi molto concentrata. L’indice di Gini è, invece, pari a poco più di 0,3 per i redditi (0,323 per i redditi familiari equivalenti e a 0,349 per i redditi familiari “grezzi”).
 
 
(*) Articolo presente anche su www.nelmerito.com

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