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Nativi interculturali. Una ricerca su immaginari ed esperienze dei diciottenni in Italia

Anna Granata

Da quasi sessant’anni la Fondazione Intercultura porta avanti un progetto educativo di singolare pregnanza: fare dell’incontro interculturale un’esperienza a tutto tondo che interessi la dimensione culturale e linguistica ma anche quella esistenziale e affettiva dei ragazzi che, al quarto anno di liceo, vengono selezionati per trascorrere un anno all’estero, in Paesi più “vicini” (quali Germania, Francia, Stati Uniti), o più “lontani” (Cina, Tailandia, Russia, ecc.) entro una nuova scuola e una nuova famiglia.
Indagare in profondità il vissuto di questa componente giovanile del nostro Paese avrebbe da solo consentito di approfondire molti aspetti dell’esperienza interculturale.
La nostra ricerca, nata da un accordo tra il Centro di ricerca sulle relazioni interculturali (Università Cattolica) e la fondazione stessa, si è posta però un obiettivo più complesso: leggere questa particolare esperienza in un contesto culturale che sta cambiando – nell’Italia del 2013 – provando a intersecare l’esperienza di questi ragazzi (Gi) con quella di coetanei di origine straniera (G2), che vivono l’esperienza della diversità nel proprio contesto di vita a partire dalla loro recente presenza nella società italiana (Granata, 2011), e con quella di coetanei di origine italiana (G0), che si sperimentano nella relazione con l’altro nelle occasioni di “multiculturalismo quotidiano” (Colombo, Semi 2011).

Dove sono i diciottenni?

La ricerca si pone al crocevia tra approcci disciplinari e filoni di ricerca diversi: gli studi sui giovani, che oggi si concentrano in Italia spesso sui giovani-adulti, dando rilievo più alla componente matura dell’universo giovanile, ancora dipendente economicamente dalla famiglia e spesso precaria nel mondo del lavoro, e dimenticando però i “veri giovani” (Rosina, 2012); gli studi pedagogici, più spesso concentrati sui percorsi di crescita di “alunni” e “figli”, identificati come tardo-adolescenti, dimenticando però coloro che già si proiettano al di là del contesto familiare e scolastico; gli studi interculturali e in particolare le indagini sulle cosiddette seconde generazioni, che hanno segnato un passaggio importante dagli studi sugli immigrati agli studi sui loro figli), ma che oggi rischiano di creare una nuova “nicchia di diversi” (Balbo, 2011), fermando l’orologio dei nostri laboratori di ricerca a una fase ormai già superata.

Questa ricerca nasce anche da questo disagio verso studi che rischiano di incrementare la distanza anziché colmarla. Da qui la scelta di concentrarsi su una generazione di “nativi interculturali” accomunati da biografie, immaginari e vissuti più simili tra loro rispetto a quelli dei loro genitori. I ragazzi di diciotto anni che praticano contesti quotidiani di scambio interculturale sono oggi le “sentinelle più sensibili” di una narrazione viva e autorevole sull’esperienza interculturale nel nostro Paese: dare loro voce, incrociando le parole degli uni e degli altri, aiuta a ricostruire un mosaico che al momento è ancora povero di tessere.

Sul campo, nel web

L’indagine, di tipo qualitativo, ha assunto i caratteri della ricerca esplorativa. Sono state condotte trenta interviste in profondità della durata di due ore, con ognuno dei ragazzi coinvolti nella ricerca. Skype è stato immediatamente individuato come lo strumento migliore attraverso cui creare una relazione “face to face”, anche se virtuale, con una buona parte dei ragazzi intervistati, che dall’intimità e tranquillità della propria camera hanno accettato di buon grado di poter rispondere alle domande previste. Per alcuni, poi, è venuto spontaneo suggerire coetanei da intervistare non necessariamente legati ai territori quotidiani di vita: chi ha suggerito l’amica trasferita con la famiglia in Inghilterra da qualche mese, chi ha individuato nell’ex compagno di scuola, oggi studente ad Oxford, una persona interessante da ascoltare. Non a caso, anche la distinzione iniziale in tre gruppi omogenei (Gi, G2 e G0) è stata rapidamente messa in discussione dai numerosi intrecci che sono emersi tra questi tre gruppi. La rete di amicizie plurali dei ragazzi di diciotto anni è apparsa particolarmente ampia e variegata.

Compagno di classe, non straniero

Molteplici sono gli aspetti emersi da questa ricerca. In questa sede ne possiamo descrivere solo alcuni, rimandando poi alla prossima pubblicazione della ricerca (Granata, in stampa). Tutti i ragazzi intervistati affermano di avere molteplici occasioni di scambio con persone di culture diverse e sottolineano come questa esperienza abbia caratterizzato la loro vita fin dalla prima infanzia.

Se nella scuola dell’infanzia e primaria erano numerose le occasioni di confronto con coetanei di diverse origini, tale esperienza sembra affievolirsi negli anni successivi, e divenire decisamente minoritaria al liceo, contesto nel quale la presenza di figli di immigrati è esigua. Possiamo parlare di pluralismo decrescente (o segregazione crescente) nel percorso di crescita e scolastico di un ragazzo oggi in Italia. Ce lo dicono i dati Miur (2012), ma ce lo dicono anche i ragazzi stessi, che hanno dato rilievo a questo aspetto, affermando come il contesto della scuola primaria o secondaria di primo grado fosse molto più plurale.

A incidere su questa percezione è anche l’idea stessa di “compagno straniero”, estranea ai ragazzi intervistati. Alla domanda se vi siano compagni stranieri nella propria classe, quasi tutti rispondono negativamente, salvo poi affermare che la propria compagna di banco ha i genitori egiziani, o che il proprio migliore amico parla tigrino, inglese e italiano, perché originario di una famiglia eritrea. Immigrato o straniero, per i diciottenni intervistati è solo chi non parla italiano, non chi ha tratti somatici o marcatori culturali riconoscibili come appartenenti ad altri paesi/culture, così come l’immigrazione è una condizione di passaggio, che lascia spazio poi a una piena appartenenza al nuovo contesto di vita (Abdallah-Pretceille, 2011).

Una visione plurale, dinamica e cosmopolita di cittadinanza – alquanto diversa rispetto a quella desumibile dalla normativa vigente (Molina 2013) – sembra dunque farsi largo grazie ai diciottenni in Italia. Saremo in grado di valorizzarla?

Per saperne di più

Abdallah-Pretceille M.A., L’éducation interculturelle, Presses universitaires françaises, Paris, 2011

Balbo L., Questioni di sociologia ma non solo. Omissioni, silenzi, vuoti, Scripta Web, Napoli 2011

Colombo E., Semi G., Multiculturalismo quotidiano. Le pratiche della differenza, Franco Angeli, Milano, 2011

Granata A., Sono qui da una vita. Dialogo aperto con le seconde generazioni, Carocci, Roma, 2011.

Granata A., Ho il mondo in testa. L’intercultura a diciotto anni, Carocci, Roma, (in stampa)

Molina S. “Stallo in tre mosse: il dibattito italiano sulla cittadinanza ai figli degli immigrati ”, Neodemos, 08/05/2013

Rosina A., L’Italia che non cresce. Gli alibi di un paese immobile, Laterza, Roma-Bari, 2013

 

v. anche Fondazione Intercultura

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