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Mobilità del lavoro e adeguamento agli shock nell’area dell’euro: il ruolo degli immigrati

Gaetano Basso, Francesco D’Amuri, Giovanni Peri

Nell’area valutaria dell’Euro, la mobilità del lavoro tra paesi è molto più bassa che negli Stati Uniti, per i forti ostacoli normativi e linguistici che la ostacolano. L’articolo di Gaetano Basso e Francesco D’Amuri conferma che la mancanza di un’adeguata mobilità rende difficile l’aggiustamento agli shock e alle crisi. Questa difficoltà è in parte attenuata dalla presenza degli stranieri, assai più mobili dei nativi nei paesi europei; una maggiore immigrazione, potrebbe, secondo i due Autori, ridurre il “divario di mobilità” con gli Stati Uniti.

L’importanza della mobilità del lavoro nelle aree valutarie è stata a lungo riconosciuta dalla letteratura economica (Mundell, 1961). In presenza di una politica monetaria comune, gli shock che aumentano la disoccupazione nella regione A rispetto alla regione B sarebbero più facili da assorbire se parte della forza lavoro si spostasse da A a B. Nella realtà, il grado di mobilità del lavoro varia significativamente tra paesi e aree valutarie: in Europa è molto più limitato rispetto a quanto rilevato per gli Stati Uniti (Beyer e Smets, 2015, Arpaia et al., 2016, e Dao et al., 2018). Inoltre, la propensione alla mobilità dopo uno shock economico negativo varia tra gli individui a seconda delle loro caratteristiche come età, istruzione o condizione migratoria (Cadena e Kovak, 2016).

La mobilità del lavoro è in Europa assai più bassa che negli Stati Uniti

In un recente articolo (Basso et al. 2019), analizziamo la relazione tra gli shock di domanda e la mobilità del lavoro nei paesi e nelle regioni dell’area dell’euro nell’ultimo decennio con quella osservata in un’altra area valutaria, gli Stati Uniti. La variazione media della popolazione a fronte di uno shock occupazionale è molto più bassa nell’area dell’euro rispetto agli Stati Uniti, con stime puntuali dell’elasticità rispettivamente pari a 0,2 e 0,8. Ciò significa che, in media, quando uno shock economico negativo riduce l’occupazione del 10 per cento, si trasferirà in un altro paese solo il 2 per cento della popolazione nell’area dell’euro, rispetto all’8 per cento negli stati americani. Se l’analisi viene condotta al livello delle regioni e si tiene cosi conto anche della mobilità all’interno di uno stesso stato, l’elasticità aumenta fino a circa 0,3 per l’area dell’euro, mentre rimane su un livello vicino a 0,8 per gli Stati Uniti.

Non sorprende che, in entrambe le aree valutarie, la mobilità sia più elevata per le persone più giovani e più istruite; inoltre, non differisce tra fasi positive o negative del ciclo e tra shock occupazionali di piccole o grandi dimensioni.

La diversa propensione alla mobilità dei nativi e dei nati all’estero

Nell’area dell’euro, gli individui nati fuori dal paese di analisi hanno tassi di mobilità paragonabili a quelli medi degli Stati Uniti e molto più alti dei nativi. L’elasticità stimata per uno shock all’occupazione varia tra 0,7 e 0,8; la stima puntuale è robusta rispetto all’utilizzo di specificazioni econometriche alternative. È interessante notare che la risposta alla migrazione è simile quando si distinguono i nati all’estero in un altro paese dell’UE e al di fuori dell’UE. L’analisi sugli Stati Uniti non conferma la presenza di tale eterogeneità: individui nati in un altro stato americano o all’estero hanno tutti propensioni molto simili a muoversi in risposta a uno shock che colpisce un dato stato. Quali sono le implicazioni di tali risultati in termini della capacità di un mercato del lavoro di assorbire gli shock? La maggiore mobilità dei migranti implica che siano soprattutto loro a sopportare l’onere delle fluttuazioni del tasso di occupazione in risposta a shock alla domanda di lavoro specifici di una determinata area. Un semplice esercizio controfattuale può aiutare ad apprezzare l’entità di tale contributo. Abbiamo dapprima simulato l’impatto di una riduzione dell’1,9 per cento del livello di occupazione sul tasso di occupazione in ciascun paese dell’area dell’euro utilizzando le elasticità stimate per nativi e per i nati all’estero. In questo scenario base, i tassi di occupazione scendono di 1,4 punti percentuali in media (i punti verdi nella figura). Abbiamo quindi valutato due scenari alternativi e simulato le variazioni del tasso di occupazione ipotizzando che tutti gli individui avessero l’elasticità (bassa) dei nativi o l’elasticità (elevata) degli stranieri.  Il confronto tra il primo scenario (minore mobilità) e lo scenario base ci informa sull’attuale contributo della mobilità dei nati all’estero nell’assorbire gli shock di domanda. Le nostre stime suggeriscono che i tassi di occupazione a livello di paese scenderebbero in media di 1,5 punti percentuali (punti blu): quindi la maggiore mobilità dei nati all’estero riduce l’impatto negativo sul tasso di occupazione di circa il 7 per cento. All’opposto, se tutti gli individui avessero la stessa propensione alla mobilità degli stranieri (scenario maggiore mobilità), l’impatto dello shock negativo sull’occupazione sarebbe dimezzato (punti arancioni). Queste evidenze sono sostanzialmente comuni a tutti i paesi dell’area dell’euro. Ulteriori risultati mostrano che nelle aree in cui la presenza di immigrati è storicamente bassa, i nativi sono più esposti agli shock di domanda di lavoro e tendono a migrare di più. Ciò conferma indirettamente che la mobilità degli immigrati rende meno necessaria quella dei nativi e permette di attenuare l’effetto di shock sulla variazione dei tassi di occupazione dei lavoratori del paese ospitante.

Conclusioni 

Questi risultati confermano che la mancanza di un’adeguata mobilità del lavoro è un ostacolo potenzialmente rilevante agli aggiustamenti del mercato del lavoro nell’area dell’euro (Blanchard e Katz, 1992; Obstfeld e Peri, 1998; Arpaia et al., 2016). Allo stesso tempo, la tendenza di lungo termine verso una maggiore immigrazione in Europa, unita al fatto che gli stranieri sembrano essere molto più mobili dei nativi, potrebbe in futuro ridurre il “divario di mobilità” tra l’area dell’euro e gli Stati Uniti.

Bibliografia

Arpaia, A., A. Kiss, Palvolgyi, B. e A. Turrini (2016) “Labour mobility and labour market adjustment in the EU” IZA Journal of Migration, 5:1-21.

Basso, G., F. D’Amuri e G. Peri (2019) “Immigrants, labor market dynamics and adjustment to shocks in the Euro Area” IMF Economic Review, in corso di pubblicazione.

Beyer, R. C. M. e F. Smets (2015) “Labour market adjustments and migration in Europe and the United States: how different?” Economic Policy, 30(84): 643–682.

Blanchard O.J. e L. F. Katz (1992) “Regional Evolutions” Brookings Papers on Economic Activity, 1: 1-75.

Mundell, R. (1961). “A Theory of Optimum Currency Areas”. The American Economic Review, 51(4), 657-665.

Obstfeld, M. e G. Peri (1998). “Regional non-adjustment and fiscal policy,” Economic Policy, vol. 13(26): 205-259.

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