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Minoranze e globalizzazione

Alessandro Rosina
globalizzazione
Sono ventuno le minoranze etnico-linguistiche presenti nel nostro Paese: Arbëreshë, Carinziani, Carnici, Catalani, Cimbri, Corsi, Croati, Ebrei di Roma, Franco-Provenzali, Friulani, Gallo-italici e Gallo romanzi del meridione, Grecanici, Ladini, Mòcheni, Occitani, Sloveni, Tabarchini, Tirolesi, Walser, “Zingari”. Ne fanno parte, nel complesso, circa due milioni di abitanti. Si tratta virtualmente della ventunesima regione italiana, più popolosa della Liguria.
Uniti nella diversità
Le minoranze etnico-linguistiche sono riconosciute e tutelate in Italia dalla Legge 15 dicembre 1999 n. 482. Nella Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali[1], gli Stati membri del Consiglio d’Europa si impegnano inoltre a proteggere e a valorizzare le minoranze, nella convinzione che “una società pluralistica e veramente democratica deve non solo rispettare l’identità etnica, culturale, linguistica e religiosa di ogni persona appartenente ad una minoranza nazionale, ma anche creare delle condizioni adatte a permettere di esprimere, di preservare e di sviluppare questa identità” e che “la creazione di un clima di tolleranza e di dialogo è necessaria per permettere alla diversità culturale di essere una fonte, oltre che un fattore, non di divisione, ma di arricchimento per ogni società”.
“Uniti nella diversità”, è del resto il motto ufficiale dell’Unione Europea. La diversità è ricchezza, l’unità è sicurezza. Alla radice di tutto vi sono la tolleranza cristiana e il pluralismo illuminista, benché né il Cristianesimo né l’Illuminismo siano stati in grado, di per sé, di impedire il generarsi nel nostro continente di alcuni tra i peggiori mostri della Storia. Il 20° secolo, ad esempio, si è aperto con il genocidio degli armeni e si è concluso con le operazioni di pulizia etnica nei balcani, passando per la “soluzione finale” nazista. Eppure l’Europa ha, nel suo DNA, il confronto e la sintesi di culture diverse. Soprattutto il Mediterraneo è stato luogo di incontro di civiltà (Roma, Atene, Gerusalemme) che costituiscono il bagaglio fondamentale dell’essere europei. Ma evidentemente tutto ciò non basta, come anche la storia ci insegna. La tutela e la valorizzazione delle minoranze può quindi aiutare a creare gli anticorpi necessari per non ricadere nei tragici errori del nostro, anche recente, passato.
Identità multiple
Nella confronto dialettico tra difesa della propria identità e desiderio di appartenenza ed integrazione un denominatore comune è quello del senso di insicurezza. Nel villaggio rurale del passato, come ricorda ad esempio Castel, la minaccia esterna, sia in termini di rischio di aggressione fisica che di disgregazione sociale, era rappresentata dalla figura del vagabondo, dalla sua “non appartenenza” a un ambito preciso.
Nelle società moderne avanzate, invece, “l’individuo viene riconosciuto di per se stesso, indipendentemente dalla sua iscrizione in ambiti collettivi.” E ogni individuo appartiene contemporaneamente a molti ambiti. Siamo uomini e donne, ma possiamo anche cambiare genere o rimane in mezzo al guado come i transgender. Siamo bianchi e neri, ma anche meticci, o desiderare persino cambiare colore (come fa Michael Jackson). Persino punti fermi, come le caratteristiche ascritte, sono sempre più destinati a diventare mutevoli.
In un certo senso, quindi, siamo diventati un po’ tutti “vagabondi”, ma più cresce la complessità della realtà che ci circonda, più aumenta il nostro senso di insicurezza. Siamo attrezzati per tutto questo? Le identità multiple e mutevoli fanno parte, in fondo, del nostro percorso esistenziale. Possiamo essere contemporaneamente padri e figli. O allo stesso tempo avere la funzione di madre e padre, come accade ai monogenitori. Possiamo in qualche fase della vita (tipicamente in corrispondenza dell’accudimento in età anziana) diventare padri dei nostri padri e madri delle nostre madri. Può capitarci di appartenere a una minoranza e avere responsabilità di governo di uno stato, rappresentandolo ai più alti livelli. La diversità, l’appartenenza multipla, l’identità fluttuante, saranno sempre più condizioni tipiche della “modernità liquida”, per dirla alla Bauman, del “modus vivendi” del villaggio globale. Gli occitani che vivono in un “paese che non c’è”, che oltre all’Italia abbraccia Francia e Spagna, sono un esempio di appartenenza multipla: votano per il governo italiano, acquistano in euro, conversano in lingua d’òc, scrivono le e-mail in inglese.
Rete e cortocircuiti
Il problema si pone quando l’appartenenza multipla comporta una collisione tra modi di vita non compatibili. Un esempio tipico è quello degli stranieri di seconda generazione: da una parte le tradizioni del paese di origine e il modo di vita dei propri genitori; dall’altra i vincoli e le opportunità offerti nel paese nel quale sono nati e gli atteggiamenti ed i comportamenti dei loro coetanei “indigeni”. Oppure quando una particolare appartenenza diventa totalizzante e porta all’isolamento rispetto al resto del mondo, come avviene per particolari sette, ma anche per qualche minoranza etnico-linguistica. I cinesi sono una comunità più chiusa delle altre, ma il fatto che una ragazza cinese abbia partecipato ad una edizione del Grande Fratello è un non trascurabile segnale di apertura reciproca. Più problematica è forse la situazione di Rom e Sinti (difficile pensare che uno di essi partecipi al Grande Fratello e poi torni a vivere in una roulotte). Il loro “modus vivendi” è per molti versi alternativo a quello di tutti gli altri. L’appartenenza multipla diventa quindi difficilmente praticabile, e ostilità e diffidenza reciproca sono, di conseguenza, più ardue da superare (come le cronache di tutti i giorni segnalano). Quella degli “zingari” è in effetti una vera sfida “geopolitica” (ed intellettuale), di soluzione particolarmente complicata. E’ vero che si tratta della prima “nazione” capace di pensarsi al di fuori della “trappola territoriale”, ma il configurarsi come nodo sostanzialmente scollegato al resto della rete (anche se segnali in diversa direzione ci sono) rischia di comprimere le loro possibilità di reinventarsi un proprio spazio “virtuale” all’interno del villaggio globale. In un mondo sempre più popolato da vagabondi dalle identità multiple, questo è il rischio che corre, in fondo, anche ciascuno di noi.
Per approfondimenti
Amiotti G., Rosina A. (2007, a cura di), “Identità e integrazione. Passato e presente delle minoranze nell’Europa mediterranea” , FrancoAngeli, Milano.
Castel R. (2004). “L’insicurezza sociale. Cosa significa essere protetti?”, Einaudi, Torino.
Todorov T. (2006), “Identità. Le radici perdute dell’uomo contemporaneo”, Repubblica, 30 giugno 2006.

[1]www.coe.int/t/e/human_rights/minorities/2._framework_convention_(monitoring)

 

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