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Migranti: inclusione tra aperture e difficoltà. Il caso Veneto.

Patrizia Veclani, Nedda Visentini

Costi elevatissimi della crisi economica sono ricaduti soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, in gran parte costituite da stranieri. Come fanno fronte all’instabilità, di reddito soprattutto, e come cambia loro presenza nei territori sono questioni importanti per indagare la tenuta della coesione sociale e il Veneto, quarta regione prescelta dagli stranieri residenti in Italia, appare sotto questo profilo un caso di interesse non solo locale. .Qui, la tumultuosa crescita dell’immigrazione straniera che ha caratterizzato gli anni pre-crisi sembra lasciare il posto a flussi più contenuti, ma non arrestati, tenuto conto che la crisi internazionale interessa fortemente anche i Paesi più poveri da cui in genere provengono queste persone. Nel 2013 diminuiscono gli stranieri che dall’estero si iscrivono alle anagrafi comunali (23.102), il 42% in meno rispetto al 2010, e nel contempo aumenta il numero di chi si trasferisce in altri Paesi (+18%). Il saldo rimane positivo ma in calo, più per la flessione degli ingressi che per un rinforzo consistente dell’esodo. Probabilmente la crisi economica, facendo venir meno per gli stranieri il motivo principale del loro insediamento, il lavoro, costringe a riorientare i percorsi migratori verso territori che offrono opportunità migliori.

Se manca il lavoro
Chi si insedia per necessità economiche in un Paese straniero conosce bene le difficoltà dei familiari che rimangono in patria; emigrare, inoltre, rappresenta un investimento di uscita dalla povertà che è collettivo e familiare più spesso che individuale, dato che il supporto economico della famiglia è decisivo per intraprendere il viaggio. Il “far fortuna” del migrante perciò riguarda innanzitutto riuscire ad inviare soldi a casa. Una stima delle rimesse pro-capite[1] ne evidenzia una tendenza progressiva alla riduzione a partire proprio dall’inizio della crisi; se nel 2007 dal Veneto uno straniero riusciva a inviare a casa mediamente 1.150 euro all’anno, nel 2012 ne invia 895.

Così è in tutte le regioni italiane: per effetto della crisi anche gli stranieri riescono a risparmiare meno, colpiti dalla disoccupazione più spesso dei nativi. Tra il 2008 e il 2013 il tasso di disoccupazione tra gli stranieri in Veneto passa dal 9% al 14,3%, mentre tra gli italiani è del 6,6%.

Forse proprio in risposta alla crisi, la quota di stranieri che intraprende un’attività in proprio è in aumento, contrariamente a quanto accade tra gli italiani: nel 2013 quasi 41mila stranieri sono soci o titolari di impresa (+33% rispetto al 2005) e rappresentano il 9,6% del totale degli imprenditori.

Cittadini o ospiti: un dualismo da superare
Stabilirsi, integrarsi in una società nuova: un percorso già difficile per il suo mettere in gioco identità sociali e modelli culturali che, se non supportato da un adeguato riconoscimento e dalla possibilità di esercitare in varie forme la cittadinanza, rischia di essere problematico. L’acquisizione dello status di cittadino è un passo non privo di ostacoli con cui il migrante afferma il proprio desiderio di integrazione, anche formale. Criteri e assunti per diventare cittadini divergono ampiamente tra gli Stati dell’Unione europea, per cui non è facile un confronto internazionale: indicativamente in Italia si registrano 1,2 acquisizioni di cittadinanza ogni 100 stranieri residenti, valore nettamente inferiore a quello medio europeo (3,8%) e in Veneto il dato è ancora più contenuto (0,6%).

Nel nostro Paese il riconoscimento della cittadinanza per naturalizzazione è un atto discrezionale con cui lo Stato valuta anche “i vari elementi che coinvolgono la vita familiare e sociale dello straniero, il tempo e la qualità della sua permanenza sul territorio, nonché l’autenticità dell’aspirazione a diventare cittadino italiano”[2]. Risponde invece unicamente a criteri oggettivi l’acquisizione di cittadinanza per matrimonio, rivisti in maniera restrittiva dal “pacchetto sicurezza” (L.94/2009). I dati mettono così in rilievo anche nel Veneto una forte contrazione delle acquisizioni per matrimonio nel 2009 (-64% rispetto al 2006), oggi in ripresa ma comunque superate dalle naturalizzazioni per residenza, che rappresentano il 60% del totale, segno di una presenza stabile sul territorio.

I servizi per tutti: abitare, curarsi
ll desiderio di stabilità trova conferma nell’aspirazione, espressa dalla maggioranza degli stranieri (60%), a ristrutturare o acquistare un’abitazione nella stessa città in cui vive. Per molti, tuttavia, rimane un’aspirazione irrealizzabile: meno di un quarto delle famiglie straniere in Veneto possiede la casa in cui vive (circa il 77% le italiane). La difficoltà di accesso all’abitazione spiega anche l’alta incidenza del sovraffollamento (41,7% delle famiglie straniere contro l’8,9% delle italiane) e la richiesta di alloggi a canone sociale, oltre 6 volte la domanda espressa dalle famiglie italiane.

Altro aspetto fondamentale dei servizi di cittadinanza sociale è la cura. Con un’età mediamente più giovane, gli stranieri godono in genere di buona salute e ricorrono quindi meno degli italiani a cure mediche. Più in generale, l’accesso ai servizi sanitari rimane limitato forse a causa della marginalità socio-economica, del contesto culturale, nonché per la scarsa conoscenza dell’organizzazione sanitaria, non sempre sufficientemente chiarita agli stranieri. Si sottopongono meno a visite mediche, specie se specialistiche, e ad accertamenti diagnostici, mentre fanno maggiore ricorso al pronto soccorso, percepito come l’accesso più facile per la soluzione. Diverso è anche l’utilizzo dell’ospedale: prevalgono i ricoveri urgenti (67% dei ricoveri di stranieri contro il 57% fra gli italiani), mentre sono ridotti quelli in elezione (es. chirurgici), specie per i maschi. I più alti tassi di ospedalizzazione di donne straniere sono legati ai ricoveri ostetrici (parti e interruzioni volontarie di gravidanza). Pur con una certa variabilità a seconda della nazionalità, mediamente le donne straniere hanno più difficoltà, anche economiche, nella fruizione dei servizi del percorso nascita. Ciò implica un minor monitoraggio dei fattori di rischio, con la conseguenza di incorrere più spesso in un esito sfavorevole del parto o di dover subire un parto cesareo, nonostante la loro giovane età. Anche il più alto tasso di ospedalizzazione entro il 1° anno di vita evidenzia una criticità nell’area della salute materno-infantile.


[1] Fonte Banca d’Italia, che registra le transazioni transfrontaliere tra persone fisiche tramite un istituto di pagamento o altro intermediario autorizzato; sfuggono quindi i flussi di contanti trasferiti per via personale.

[2] Circolare del Ministero dell’Interno n. K.60.1/2007.

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