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L’Orchestra di Piazza Vittorio: un esempio d’integrazione

Elena Manetti

 L’Italia è stata recentemente meta di importanti flussi di immigrazione e, forse anche per questo, gli immigrati vengono spesso guardati con sospetto: si teme che vivano ai margini della legge (se non peggio), o che costituiscano un pericolo per l’occupazione italiana, o altre cose ancora. Proprio perché contrasta questi pregiudizi, appare importante ricordare qui il caso dell’Orchestra di Piazza Vittorio, che è riuscita a porsi come un esempio di armonia tra culture e di integrazione all’interno della società italiana.

Il gruppo musicale è attualmente composto da diciotto musicisti professionisti che provengono da dieci paesi diversi (Italia, Argentina, Cuba, Senegal, Tunisia, Brasile, Equador, India, Stati Uniti e Ungheria) e parlano nove lingue. Molti di questi orchestrali sono arrivati in Italia pensando di trovare un Paese culturalmente e musicalmente accogliente, ma lo scontro con la realtà è stato duro: prima di entrare a far parte di questo progetto musicale si sono trovati a svolgere occupazioni ben più modeste: c’è chi ha fatto il lavapiatti e c’è chi ha suonato nelle metropolitane e sugli autobus della nostre città.

La composizione dell’Orchestra non è stata sempre la stessa: tra gli artisti che partono e quelli che arrivano, è possibile descrivere questo ensemble come un porto musicale, un punto d’incontro tra sonorità, strumenti, voci, culture e tradizioni che giungono da tutto il mondo.

La storia

L’Orchestra è nata nel 2002 nel quartiere Esquilino di Roma, prendendo il nome dalla storica Piazza Vittorio Emanuele II, dove fino a qualche anno prima c’era un mercato multietnico, intorno al quale si incontravano tutte le etnie e le comunità presenti nella città, musicisti compresi. Il luogo di nascita è emblematico, perché questo rione romano è conosciuto per le sue trasformazioni demografiche a livello residenziale: da qualche tempo ha smesso di essere un quartiere tipicamente romano ed è diventato sede abitativa e commerciale di immigrati, in particolare cinesi, coreani, bengalesi ed egiziani.

Tutto questo accadeva a pochi mesi di distanza dall’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle a New York, quando gli stranieri avevano altre preoccupazioni ed esigenze, venivano guardati con sospetto e, spesso, ostacolati nel loro ingresso e soggiorno in Italia. Conviene anche ricordare che proprio nel 2002 venne emanata la Legge Bossi-Fini che tra le varie novità prevedeva l’immediato allontanamento dal territorio italiano degli irregolari, con l’accompagnamento alla frontiera da parte della forza pubblica. Così Mario Tronco, pianista e autore del gruppo musicale Avion Travel, e il documentarista Agostino Ferrente decisero di mettere in piedi un’orchestra multietnica, con l’obiettivo di «diffondere una nuova immagine dell’immigrato, ossia quella di un serio professionista in grado di entrare in relazione costruttiva con i residenti autoctoni e divenire un valore aggiunto per la città di Roma in primis, e più ambiziosamente per l’Italia e il resto del mondo» [1].

Le difficoltà iniziali furono notevoli, con incomprensioni linguistiche e tensioni anche personali tra gli orchestrali, ma con il tempo, grazie alla curiosità e alla voglia di conoscersi dei musicisti, i problemi si appianarono.

Il vero debutto, il 24 novembre 2002 al Romaeuropa Festival, riscosse tanto successo che l’Orchestra iniziò a tenere concerti in giro per il mondo e, a distanza di circa unici anni dalla sua fondazione, è riuscita a portare la sua musica non solo in tutta Europa, ma anche in America e in Australia.

Un esempio da seguire

Si tratta di un caso probabilmente unico: è il primo gruppo musicale che crea posti di lavoro per gli immigrati, togliendoli dalla condizione di “emarginati” e mettendoli anche in regola con i permessi di soggiorno, facendoli diventare così nostri concittadini a tutti gli effetti. L’Orchestra di Piazza Vittorio dimostra come uno straniero possa essere in grado di costruirsi una vita intorno al proprio talento, e non sia necessariamente destinato allo svolgimento di lavori marginali.

Nel 2012 l’Orchestra ha conosciuto un momento di particolare fama, perché ha partecipato alla realizzazione della campagna pubblicitaria per l’offerta Etnica 2012 di TIM (Telecom Italia Mobile). L’azienda di telefonia mobile italiana, che aveva creato piani tariffari specifici per gli stranieri in Italia (con costi contenuti per le chiamate verso l’estero), scelse i componenti dell’Orchestra come testimonial. Nelle fotografie e nei video i musicisti apparivano con i loro costumi tradizionali: telefonavano a casa (nella patria di origine), facevano sentire ai loro cari un pezzo di musica, e poi mandavano brevi, ma accorati saluti, nella loro lingua (e senza sottotitoli!). Una forte vena nostalgica, quindi, ma anche un messaggio di integrazione (nell’Orchestra di Piazza Vittorio), e di realizzazione personale (come musicisti), che sembra quindi poter andare ben oltre il mero contenuto commerciale dello spot.

Per saperne di più

Gammaitoni M. (2012) L’Orchestra di Piazza Vittorio tra utopia e immaginario sociale, in Finzioni e mondi possibili. Per una sociologia dell’immaginario, D’Amato M.,.

Manetti E. (2013) L’immigrazione straniera e l’etnomarketing in Italia.TIM e l’Orchestra di Piazza Vittorio, Tesi di Laurea magistrale, Fac. di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Università di Firenze.

Vedi anche

Su Youtube si trovano numerosi video relativi a questa orchestra. Ad esempio, il film completo

o qualche ben eseguito brano musicale 

Oltre, naturalmente, ai numerosi spot realizzati nel corso della citata campagna promozionale.

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