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Lo studio ti allunga la vita

Gianpiero Dalla Zuanna

Durante gli ultimi quarant’anni, in tutto l’Occidente la vita si è allungata, grazie soprattutto alla diminuzione della mortalità oltre i 65 anni. Fra il 1974 e il 2014, la vita media è cresciuta di 10,7 anni per gli uomini (da 69,6 a 80,3) e di 9,3 anni per le donne (da 75,7 a 85,0). Questa notevole crescita spiega il grande incremento di anziani degli ultimi quarant’anni. Spiega anche la necessità – per tutti i paesi occidentali – di mettere mano alle regole del sistema pensionistico. Infatti, se nel 1974 un uomo che iniziava a lavorare a 20 anni e andava in pensione a 55 poteva aspettarsi di vivere per altri 15 anni, oggi un neopensionato 55enne avrebbe davanti a sé 25 anni di pensione, a fronte dello stesso periodo (35 anni) di lavoro. È evidente che il sistema non potrebbe essere in equilibrio, a meno di non abbassare ai minimi termini l’assegno pensionistico!

Questi calcoli tengono conto in qualche modo solo delle differenze fra maschi e femmine, ma non rendono giustizia ad altre grandi differenze fra i diversi gruppi in cui si può suddividere la popolazione. In questa breve nota discutiamo alcuni dati recentissimamente pubblicati dall’Istat sulle differenze di sopravvivenza secondo il titolo di studio, e riflettiamo sulle conseguenze di queste differenze sull’equità del sistema pensionistico.

Non tutte le età sono uguali

Schermata 2016-05-23 a 15.11.59Come in tutti i paesi occidentali, anche in Italia le persone meno istruite vivono meno a lungo di quelle più istruite. Nel 2012, l’attesa di vita dei laureati era di 5,2 anni superiore rispetto agli uomini con licenza elementare o senza titolo (77,2 contro 82,4). Per le donne la differenza si dimezza (2,7 anni), ma è sempre rilevante (83,2 contro 85,9) – tabella 1. Queste differenze diminuiscono con il crescere dell’età, ma restano sempre significative. A 65 anni (l’età “tipica” per la pensione), un uomo laureato può aspettarsi di vivere 2,2 anni in più rispetto a un suo coetaneo con licenza elementare, una donna laureata 1,3 anni in più. Come ben si vede in tabella 1, a tutte le età le differenze per titolo di studio della speranza di vita sono doppie per i maschi rispetto alle femmine.

Schermata 2016-05-23 a 15.12.39Più in dettaglio, vediamo ciò che accade alle diverse età (tabella 2).Schermata 2016-05-23 a 15.12.55 Le differenze sono molto intense per i giovani, il cui rischio di morte è però bassissimo. Fra le donne di età 40-59, la probabilità di morte delle persone con licenza media inferiore è del 50% più alta rispetto alle coetanee laureate, fra gli uomini addirittura del 100% più alta. Come si vede bene in figura 1, le queste differenze relative si assottigliano con il crescere dell’età, al crescere del rischio di morte. Tuttavia, le differenze assolute continuano a crescere, come ben illustrato nelle ultime righe di tabella 2.

Un’interpretazione complicata

Non è semplice comprendere bene il significato di queste differenze, anche perché l’Istat non ha (ancora) pubblicato i dati dettagliati per causa di morte. La maggiore discriminazione degli uomini rispetto alle donne potrebbe

indicare che le differenze siano dovute in parte alle differenze occupazionali, perché dopo una certa età buona parte delle donne fa la casalinga – a prescindere dal titolo di studio – e perché una parte significativa degli uomini con basso titolo è impegnato in lavori faticosi e oggettivamente esposti al rischio di infortuni, a differenza di quanto accade per le donne.Schermata 2016-05-23 a 15.13.22 Bisognerà poi comprendere quanta parte di queste differenze sono dovute al diverso accesso alle cure e ai diversi stili di vita (mangiare, bere, fumare eccetera). Infine, parte della posizione molto sfavorita delle persone giovani con licenza elementare potrebbe essere dovuta al fatto di essere un gruppo molto selezionato e deprivato. Infatti, a partire dai nati negli anni ’60, gli italiani con la sola licenza elementare o addirittura senza nessun titolo di studio sono meno del 10%, quando erano ancora più del 50% fra i nati nei primi anni ’40 (vedi tabella 3).

Questi risultati dovrebbero consigliare di rettificare il sistema pensionistico. Infatti oggi la definizione dell’età all’uscita non tiene conto delle differenze per titolo di studio e per classe sociale, e per questo motivo – paradossalmente – i più poveri e i meno istruiti si trovano a pagare parte delle pensioni dei più ricchi e dei più istruiti. Senza intaccare l’equilibrio del sistema, l’età all’uscita potrebbe essere modificata, abbassandola per le persone meno istruite e alzandola per quelle più istruite. Non è un’operazione semplice, ma credo sia una doverosa azione di equità, e i dati pubblicati dall’Istat la rendono effettivamente possibile.

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