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Livelli di istruzione: the way we were (are, and will be) (*)

Gustavo De Santis

Si parla spesso dell’invecchiamento della popolazione, in Italia e negli altri paesi ricchi, con toni (giustamente) preoccupati, ma aggiungendo anche una cauta nota di speranza, legata al fatto che la società del futuro potrebbe essere diversa da quella attuale, e il problema dell’invecchiamento, quindi, meno grave.
Ma diversa in che senso? Tra i numerosi cambiamenti che si sperano favorevoli, vi è l’incremento del grado di istruzione della popolazione, perché, a parità di età, una persona istruita gode tipicamente di migliori condizioni di salute, ha un reddito più alto, ha più conoscenze dei propri diritti (ad esempio nei riguardi della pubblica amministrazione), ecc. Insomma, potrebbe migliorare, e magari anche drasticamente, il “capitale umano” della popolazione, e questo progresso “qualitativo” potrebbe forse contrastare il temuto regresso associato all’invecchiamento. Ma quanto c’è di vero?

Piramidi per età e grado di istruzione
Per avere un’idea di come stanno cambiando le cose sotto il profilo dell’istruzione, consideriamo la figura 1, dove compare la piramide per sesso e per età della popolazione italiana, dai 15 anni in su. Il “di più” di questa piramide, rispetto a quelle tradizionali, sta nel fatto che essa riporta anche la distribuzione della popolazione per grado di istruzione, distinto in 4 grandi categorie: senza titolo di studio, con licenza elementare, con licenza media (inferiore o superiore), con diploma di laurea.

Purtroppo, la classificazione è un po’ rozza, soprattutto per la categoria “istruzione secondaria”, che raggruppa due titoli di studio che in Italia sono molto diversi: la licenza media e la licenza di istruzione secondaria superiore. Per giunta, la maggior parte degli ultra 15enni ricade proprio in questa categoria. Si potrebbero ottenere categorie più dettagliate, guardando ai dati dell’ultimo censimento demografico (http://dawinci.istat.it/), ma questo ci darebbe la situazione solo al 2001, non più recente, e soprattutto non consentirebbe comparazioni internazionali (che qui comunque non sfruttiamo) e diacroniche.

Dal 1970 al (possibile) 2050
La figura 2 mostra i cambiamenti che interessano l’Italia dal 1970 allo scenario del 2050 che KC e colleghi (2010) ritengono più probabile, sulla base delle tendenze in atto. Si possono notare le grandi differenze che separano le due Italie di cui si parla: giovane e scarsamente istruita la prima (del 1970); vecchia ma colta la seconda (del 2050). Sparirà la popolazione sprovvista di titolo di studio (già oggi molto ridotta e confinata alle età più anziane), e anche quella con sola licenza elementare costituirà solo una sparuta minoranza. Aumenteranno i laureati (dal 7 al 40%, sul totale degli ultra 20enni), e anche tra le persone con istruzione secondaria vi sarà un netto spostamento verso la secondaria superiore – un movimento che purtroppo, come già osservato, i dati dello studio di cui si parla qui non consentono di rilevare. Un calcolo molto approssimativo (quello definitivo, a cura di KC e colleghi, 2010, non è ancora stato portato a termine), dice che il numero medio di anni di studio degli italiani potrebbe passerebbe da circa 6 nel 1970 a oltre 12 nel 2050. Tutto bene, dunque?

Istruzione: forma e sostanza
Beh, non proprio. A parte il non trascurabile margine di incertezza insito in tutte le previsioni, e in questa in particolare, conviene ricordare che qui non si distingue per tipo di istruzione secondaria o per tipo di laurea: potremmo un domani avere molti laureati in “Sociologia degli Ultras”, o in “Storia e cultura delle minoranze alloglotte del Paraguay”, e questo farebbe migliore le statistiche, ma forse non è quello di cui il paese ha più bisogno. E, più in generale: dov’è la garanzia della corrispondenza tra i titoli di studio conseguiti e quelli “utili” per la crescita del paese?
Vi è poi un problema di tempi di conseguimento del titolo: gli anni passati sui banchi di scuola sono un investimento in capitale umano, ma se per laurearsi, in luogo dei tre anni oggi previsti per la laurea breve, ci se ne mettono cinque o sei, l’apparente investimento in capitale umano cela invece una non trascurabile perdita di tempo.
Vi è infine, un terzo problema, forse più grave degli altri perché più nascosto e quindi più insidioso. E se il laureato di oggi non valesse poi molto? Se il diplomato non sapesse fare i calcoli più elementari? E, in altre parole, se ci fosse uno scadimento del valore sostanziale del pezzo di carta, formalmente identico a quello di qualche anno fa, ma in realtà rilasciato con maggior faciloneria, come ce ne accorgeremmo? Il pericolo mi sembra tanto più reale, quanto meno se ne parla, e quanto più si insiste sugli aspetti formali (quanti laureati? quanto tempo ci mettono a laurearsi?) tralasciando quelli sostanziali.
Le misure sono difficili, e chi lo nega?, ma pochi sono i tentativi di affrontare questo che mi pare l’aspetto forse più rilevante dell’intera questione. E le poche indicazioni che abbiamo al riguardo (le indagini INVALSI, ad esempio[1]), non sono particolarmente rassicuranti sotto questo profilo.

Per saperne di più
KC S.,  Barakat B., Goujon A., Skirbekk V., Sanderson W.C., Lutz W. (2010) “Projection of populations by level of educational attainment, age, and sex for 120 countries for 2005-2050”, Demographic Research, 22 (15): 383 – 472
(http://www.demographic-research.org/volumes/vol22/15/)


[1] V. http://www.invalsi.it; ma v. anche Gianna Barbieri & Piero Cipollone; I poveri di conoscenza; Bruno Losito I risultati di PISA 2006: le differenze interne al sistema scolastico italiano.

(*) presente anche su www.nelmerito.com

 

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