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L’esercito immobile (*)

Alessandro Rosina, Daniela Del Boca

I dati dell’ultimo Rapporto Annuale dell’Istat confermano il quadro a tinte fosche della condizione dei giovani nel nostro paese. Si sta cronicizzando, in particolare, la loro dipendenza dalla famiglia di origine.

 

Dipendenti loro malgrado

Alla fine degli anni Settanta c’era un’ampia omogeneità tra i paesi Europei e gli Stati Uniti nei tempi di transizione verso l’indipendenza. Gran parte dei giovani lasciavano la casa paterna e formavano una loro famiglia prima dei 25 anni. Le grandi trasformazioni della modernità sembravano aver annullato alcune storiche differenze tra i vari paesi sulle caratteristiche del processo di entrata nella vita adulta.

Negli ultimi trent’anni i giovani nord-europei hanno continuato a lasciare la famiglia presto, aiutati anche da adeguate politiche di promozione e protezione dell’autonomia, nel Sud Europa è invece iniziata una fase di progressivo prolungamento dei tempi di uscita. Ai fattori culturali si sono sovrapposti sempre più quelli economici, facendo consolidare un sistema coerente caratterizzato da bassi tassi di attività e inadeguato sostegno del welfare pubblico. Tanto che se nel passato rimanevano più a lungo a coabitare con i genitori i giovani del centro-nord, recentemente la permanenza risulta maggiore nel Sud, ovvero nei contesti meno dinamici ed economicamente più svantaggiati.

A conferma di ciò, il rapporto ISTAT mostra come negli anni più recenti siano cambiati i motivi della non uscita, con una sensibile crescita delle difficoltà oggettive e corrispondente diminuzione di chi dichiara che rimane per comodità o pigrizia (i cosidetti “bamboccioni”). Aumenta quindi di fondo la voglia di autonomia ma non cresce la capacità dei giovani di liberarsi dalla dipendenza dei genitori.

Una situazione che la crisi ha notevolmente peggiorato, ma che era già sui livelli di guardia ancor prima di entrare in questa fase di recessione. Sempre secondo i dati di un’indagine condotta dall’Istat, tra i ventenni e i trentenni che a fine 2003 vivevano con i genitori, solo uno su cinque risultava essere uscito ad inizio 2007. Tra chi aveva affermato ad inizio periodo che sicuramente nei prossimi tre anni avrebbe conquistato una propria indipendenza, solo il 53% è riuscito effettivamente a farlo.

Qualche chance in più riesce comunque ad averla chi investe subito e di più, chi ha forti motivazioni e le donne, le quali in tutti i contesti tendono a lasciare la famiglia di origine prima dei coetanei maschi[1].

 

Lo spreco di capitale umano

Quanto poco sia valorizzato il capitale umano delle nuove generazioni italiane lo testimoniano bene anche i dati del recente rapporto Eurostat “Youth in Europe – 2009 Edition”. Se si considerano i tassi di attività nella fascia 25-29, l’anomalia italiana emerge non solo dai livelli – da noi molto più bassi – ma anche dal legame con il titolo di studio. Negli altri paesi, già prima dei 30 anni i laureati si trovano in vantaggio rispetto a chi è meno qualificato. Solo da noi ciò non avviene (Tabella 1).

 

Tab. 1 – Tassi di attività in età 25-29 per titolo di studio (anno 2007)

 

Basso

Medio

Alto

Differenza

Alto-Basso

Eu-27

74.2

81.9

89.3

15.1

Italia

69.8

73.8

69.3

-0.5

Spagna

85.3

84.7

88.5

3.2

Francia

78.6

88.7

90.7

12.1

Regno Unito

68.3

84.7

92.5

24.2

Germania

67.7

81.6

92.3

24.6

Fonte: elaborazione da dati Eurostat.

 

Lo stesso rapporto Eurostat citato, ricorda l’invito della Commissione Europea a considerare come elemento cruciale, per lo sviluppo sociale ed economico, la promozione di una piena partecipazione dei giovani nella società e nel mondo del lavoro. Tutti i dati a disposizione ci dicono che noi siamo uno degli Stati membri più lontani da tale obiettivo.

Più che altrove i giovani italiani risultano essere non solo una risorsa scarsa, ma anche più sprecata e meno valorizzata. Sono infatti oltre due milioni gli under 30 che non studiano e non lavorano. Sospesi in quel tempo morto che separa episodi di lavoro precario e brevi corsi di formazione.

Appaiono, nel rapporto Istat, come un esercito immobile. Non reso attivo da chi guida il paese per creare sviluppo e ricchezza, ma nemmeno mobilitato “dal basso” per proteste e lotte contro gli squilibri generazionali. La conseguenza: un’economia che non cresce e una società che non si rinnova. Supereremo la crisi, ma così non andremo certo lontano.

 


[1] Chiuri M.C. e Del Boca D., Home-leaving Decisions of Daughters and Sons Review of Economics of the household 3, 2010

http://www.springerlink.com/content/u0h7261174417516/?p=61ea206e5eb142cc8ab1bfb076930979π=4

 

 

 

(*) presente anche su www.lavoce.info

 

 

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