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Leggendo “IUS SOLI E IUS CULTURAE”

Ennio Codini

Chi scrive ha avuto modo di leggere Ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti poco dopo aver dato alle stampe un suo libro che tocca tali temi (La cittadinanza. Uno studio sulla disciplina italiana nel contesto dell’immigrazione, Giappichelli, Torino, 2017) e in giorni segnati dal dibattito sull’opportunità o meno di approvare in extremis prima dello scioglimento delle camere una discussa riforma dei modi d’acquisto della cittadinanza; ha considerato perciò la raccolta di scritti presentata da Neodemos alla luce del suo libro e nel contesto del citato dibattito, e forse le riflessioni che ne sono scaturite possono essere di un qualche interesse per chi ha letto Ius soli e ius culturae e quel dibattito ha seguito con passione.

I possibili errori

Comunque in questi anni i migranti e i loro figli stanno ottenendo la cittadinanza (come segnalano Blangiardo e Bonifazi et al.). Allora opinioni diffuse risultano insostenibili. Non si può dire, come talvolta sostengono coloro che si battono per una riforma, che nuove regole sono necessarie per “dare” la cittadinanza agli immigrati e ai loro figli. Ma nemmeno si può dire, come spesso sostengono i difensori dello status quo, che bisogna mantenere le regole vigenti in quanto barriera atta a impedire che degli “estranei” diventino cittadini. Quindi non si discute del se bensì del come e del quando.

Coloro che si battono per una riforma sono spesso portati a dire a questo proposito: «Con minori ostacoli e prima di quanto oggi non avvenga!». I difensori dello status quo allora oppongono che così facendo si incentiverebbe l’immigrazione. Ma hanno torto (e a volte sono anche malafede come rileva Livi Bacci): solo lo ius soli puro (ossia l’acquisto automatico per il mero fatto della nascita nel territorio) può avere un qualche effetto incentivante rispetto all’immigrazione (da tempo se ne discute negli USA dove la costituzione prevede tale modalità), ma in Italia non si parla di questo. Però chi chiede di ridurre ostacoli e tempi per l’acquisto della cittadinanza deve comunque giustificare questo suo approccio.

C’è chi ragiona così: come diceva Hannah Arendt la cittadinanza è “il diritto ad avere diritti”, l’acquisto è dunque la porta d’accesso a tutele che d’altra parte sono il presupposto di ogni qualsivoglia integrazione. E’ un modo di pensare abbastanza diffuso. Però è sbagliato nell’attuale contesto, e anche pericoloso. Perché da tempo ormai sistematicamente la Corte costituzionale applica il principio di eguaglianza anche agli stranieri. Di conseguenza i legislatori e le pubbliche amministrazioni devono equiparare quasi sempre gli immigrati regolari (che sono quelli per i quali si può prefigurare l’acquisto della cittadinanza) ai cittadini, che si tratti dei diritti civili o delle tutele quanto al lavoro o dell’accesso al welfare state. Talvolta ciò non accade, gli immigrati o alcuni di essi sono vittima di discriminazione, ma è possibile e doveroso allora opporsi invocando la Costituzione e se necessario rivolgersi ai tribunali per avere giustizia, come sta avvenendo ora per il c.d. bonus bebè. Davvero dobbiamo valorizzare e difendere il principio per cui in generale i diritti sono di tutti coloro che vivono e hanno diritto di vivere in questo Paese; anche perché comunque con qualsiasi disciplina della cittadinanza sempre avremo stranieri tra noi (per lo più cittadini in pectore ma ancora stranieri) sicché se dovessimo dare spazio all’idea a questo punto della nostra storia reazionaria dell’essere la cittadinanza sola garanzia del possesso dei diritti condanneremmo questi stranieri a subire pesanti discriminazioni.

Ma allora, se i diritti sono (e devono continuare ad essere!) in generale dell’uomo e non del cittadino, vale la pena di discutere della cittadinanza? Sì. Perché si tratta di un simbolo di appartenenza e poi, e soprattutto, alla cittadinanza si lega la pienezza dei diritti politici essendo che come recita il primo articolo della nostra costituzione la sovranità appartiene al popolo (ossia all’insieme dei cittadini). Pensando a questo dobbiamo interrogarci sulla disciplina dei modi d’acquisto. E allora dobbiamo andare al di là di un generico desiderio di consentire un acquisto “con minori ostacoli e prima”. E dobbiamo anche andare al di là del riferimento quasi ossessivo che c’è stato in questi mesi ai bambini, perché i diritti politici sono cosa “da adulti” (e così sostanzialmente si può evitare il pericolo dei “minori scompagnati” di cui parla Blangiardo).

Per una riforma organica

Il tema diventa quello di una riforma organica della disciplina che dia chance agli immigrati adulti così come ai loro figli che si preparano a divenire adulti nel nostro paese.

Non serve allora probabilmente un qualche ius soli temperato. Esso tra l’altro per sua natura darebbe necessariamente luogo a discriminazioni irragionevoli. Perché si andrebbe comunque a dare la cittadinanza ad alcuni bambini e ad altri no sulla base di criteri come il reddito familiare (cui si lega il diritto al soggiorno permanente) o l’essere un genitore legalmente residente al almeno x anni quando è del tutto evidente che non possiamo accettare l’idea che sia il reddito familiare a determinare l’integrazione così come non possiamo ragionevolmente sostenere che un anno in più o in meno di regolare soggiorno di un genitore “cambi tutto” per le prospettive di vita di un bambino. E si noti: l’arbitrarietà della discriminazione appare tanto più evidente pensando a quel che si avrebbe in molte famiglie dove i nati prima nascerebbero stranieri e loro fratelli minori invece nascerebbero italiani pur crescendo poi insieme.

Serve invece uno ius culturae, o ius scholae, ossia un legame tra la frequenza scolastica e l’acquisto della cittadinanza. Perché la scuola, la secondaria in particolare, precede l’ingresso nella vita adulta nella quale la cittadinanza assume importanza. E poi, e soprattutto, perché è negli anni dell’adolescenza che il ragazzo si interroga davvero sulla propria identità civica (è questo il tempo per “stringere i legami con la società” riprendendo le parole di Livi Bacci), e d’altra parte la scuola è il luogo deputato da sempre a formare i nuovi cittadini (e oggi ancora, come ricorda Molina). E non possiamo limitarci a dire che la scuola non ci riesce, perché tale suo ruolo per i nati da italiani come per i nati da stranieri è irrinunciabile.

Questa osservazione a proposito della scuola deve poi condurci a una più generale: la disciplina della cittadinanza dovrebbe legare l’acquisto ai processi d’integrazione che già si sviluppano o dovrebbero svilupparsi sostenendoli e valorizzandoli (divenendo una parte di quelle “politiche pro-integrazione” di cui parla Dalla Zuanna). E allora, non solo per i minori si dovrebbe legare la cittadinanza alla frequenza della scuola secondaria, ma per gli immigrati adulti l’acquisto dovrebbe avvenire all’interno di esperienze significative per l’appartenenza (legarsi a quelle “relazioni” di cui parla Saraceno; senza dare troppo spazio a quegli accertamenti oltre una certa soglia “rischiosi” come segnala Pastore). Abbiamo introdotto tra mille polemiche l’accordo di integrazione. Perché non sviluppare i relativi percorsi di formazione linguistica e civica – che oggi sono davvero poca cosa – e quelli che si hanno per il permesso permanente in una prospettiva di acquisto della cittadinanza in un tempo ragionevole (come auspica Strozza) nel contesto di esperienze che anzitutto per il loro valore relazionale “integrano”?

 

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