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Le Nazioni Unite e gli Obbiettivi per lo Sviluppo Sostenibile

Massimo Livi Bacci

Lo scorso 26 di Settembre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha solennemente approvato la cosiddetta “Agenda 2030”, etichettata con l’impegnativo titolo “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”. Tale Agenda si concreta nella formulazione di una serie di obbiettivi, detti anche “Obbiettivi per lo Sviluppo Sostenibile” (OSS) da raggiungersi entro il 2030. L’Agenda è il risultato di un accordo informale raggiunto “per consenso” (che poi vuol dire all’unanimità, nel paludato linguaggio delle organizzazioni internazionali) in seno alle Nazioni Unite nell’agosto di quest’anno, e presentato all’Assemblea Generale per l’approvazione e per l’adozione formale, dopo un intenso lavoro triennale di consultazione con le istituzioni internazionali, i governi e le organizzazioni della società civile. A questa Agenda dovrebbe ispirarsi, o attenersi, l’azione degli Stati e delle Istituzioni nel prossimo quindicennio. L’Agenda sostituisce la solenne “Dichiarazione del Millennio” dei capi di stato, che nel 2000 formulò i cosiddetti “Obbiettivi del Millennio” (MDG, Millennium Development Goals) da raggiungersi nel 2015, in tema di povertà, alimentazione, istruzione, ambiente, salute… ed altro ancora. Obbiettivi solo parzialmente raggiunti od approssimati nel quindicennio trascorso e rilanciati in un contesto molto più ambizioso dalla nuova Agenda. Naturalmente gli Obbiettivi dell’Agenda non sono prescrittivi (e con quale autorità potrebbero essere imposti?): sono solo delle sollecitazioni di principio che meritano approvazione e rispetto, se obbedite, o biasimo e riprovazione se inascoltate. Niente di più!

Prediche utili … se ascoltate!

Il preambolo della dichiarazione approvata è magniloquente e retorico. “Questa Agenda è un piano di azione per i popoli, per il pianeta e per la prosperità, e mira anche a rafforzare la pace universale in un contesto di ampia libertà. Riconosciamo che lo sradicamento della povertà in tutte le sue forme e dimensioni, inclusa la povertà estrema, è la più grande sfida globale e una condizione indispensabile per lo sviluppo sostenibile. Tutti i paesi e tutti i soggetti interessati (stakeholders), operando in partenariato e in collaborazione, attueranno questo piano. Noi (capi di stato) siamo risoluti a liberare la razza (race) umana dalla tirannia della povertà e del bisogno, e a guarire e rendere sicuro il pianeta. Siamo determinati nel fare quei passi arditi e radicali che sono urgentemente necessari per riportare il pianeta sul sentiero della sostenibilità e della resilienza.”¹ Il documento prosegue sottolineando la necessità che le azioni integrino gli aspetti sociali con quelli economici ed ambientali; proponendo i meccanismi di monitoraggio dei progressi compiuti, le aree di azione, la necessità di mobilitare in modo equo le risorse necessarie. Infine, vengono presentati gli Obbiettivi da raggiungere.

Moniti, esortazioni o prediche sono mezzi importanti e utili per suscitare ed orientare l’impegno e le azioni delle istituzioni volte al bene comune. Ma la loro efficacia dipende essenzialmente dal prestigio di chi li predica e dalla credibilità degli obbiettivi proposti. Purtroppo ambedue sono carenti. Il prestigio dell’Assemblea dei Capi di Stato è davvero scarso. Come possiamo prestare fede ad impegni sottoscritti anche da quei capi di stato sorretti da regimi tirannici (alcuni dei quali sanguinari) che notoriamente violano i più elementari diritti umani? Quale forza di persuasione morale possono avere le loro esortazioni? Quanto alla credibilità degli obbiettivi proposti, anche questa è scarsa, come passiamo ad argomentare.

La moltiplicazione degli Obbiettivi

La dichiarazione del Millennio del 2000 fu articolata in 8 goals (obbiettivi) generali, e 16 targets (traguardi) concreti, individuabili e quantificabili a mezzo di 48 indicatori statistici, tutti sicuramente rilevanti per lo sviluppo. Un tableau de bord certo non esauriente, ma chiaro e verificabile. Il parto del Summit 2015 è sicuramente molto più prolifico, perché l’Agenda consta di 17 OSS (obbiettivi per lo sviluppo sostenibile); articolati in ben 169 traguardi (targets) da verificare con l’ausilio di 304 indicatori (la maggioranza dei quali oggi inesistenti)¹, che vanno dal fantascientifico (l’indicatore 17.19.2, Gross National Happiness) al sicuramente irrilevante (il 4.7.2, % degli studenti tredicenni che sostengono valori ed atteggiamenti che promuovono l’uguaglianza, la fiducia e la partecipazione nelle azioni di governo), all’impossibile (indicatore 5.6.1, % delle donne e delle ragazze che prendono decisioni circa la loro salute sessuale e riproduttiva e sui propri diritti riproduttivi (?), secondo l’età, la residenza, il reddito, le disabilità ed altre caratteristiche rilevanti per ciascun paese). E’ davvero dubbio che un ventaglio così ampio di obbiettivi, senza priorità, che vanno dall’irrilevante all’evanescente, possa condensarsi in motivazioni, parole d’ordine, linee guida in grado di mobilitare coscienze, risorse e azioni. Si tratta purtroppo di uno zibaldone che rispecchia le procedure burocratiche delle istituzioni internazionali, un’apertura alle esigenze degli stakeholder portatori di interessi specifici senza averle selezionate e ordinate secondo priorità. Va qui detto, a scanso di equivoci, che tutti i 17 Obbiettivi sono condivisibili e commendevoli: dall’eliminazione della povertà, alla scomparsa della fame; dalla buona salute per tutti e a tutte le età, all’istruzione di qualità (ancora) per tutti; dalla crescita economica inclusiva e sostenibile, alla riduzione delle disuguaglianze, per citarne solo alcuni (per il loro insieme, si veda la figura 1). Tutti e 17 gli Obbiettivi propugnano finalità nobili ed auspicabili anche se astratte (finanche l’astruso Obbiettivo 16, Promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, garantire a tutti l’accesso alla giustizia, realizzare istituzioni effettive, responsabili e inclusive a tutti i livelli). Ma tante buone intenzioni, formulate da un pulpito poco credibile, rischiano di non valere la carta su cui sono scritte o il costo delle innumerevoli conferenze, consultazioni, iniziative che hanno affollato gli ultimi tre anni.

Lo scetticismo degli statistici

Un’Agenda deve essere verificata, ed infatti essa prevede un monitoraggio per mezzo di indicatori per ciascuno del paio di centinaia di paesi che l’hanno sottoscritto. A questo fine l’Agenda, come già detto, prevede l’utilizzo di ben 304 indicatori, la cui fattibilità è stata esaminata dal UNSC (United Nations Statistical Commission). L’opinione di questo organismo (che rappresenta gli Istituti Statistici Nazionali che tali indicatori dovrebbero calcolare), è impietosa. In sintesi: dei 298 indicatori esaminati, 50 sono stati valutati “fattibili, appropriati e molto rilevanti”; 67 sono “fattibili solo con notevole sforzo, appropriati e molto rilevanti”. I guai cominciano con altri 86 indicatori giudicati “fattibili solo con notevole sforzo, di incerta appropriatezza, moderatamente rilevanti” e gli ulteriori 95 indicatori (quasi un terzo del totale), ritenuti “difficili anche con grande sforzo, di incerta appropriatezza e moderatamente rilevanti”. Dato il linguaggio cauto proprio delle Nazioni Unite, il giudizio dell’UNSC non appare davvero entusiasta!

E la popolazione?

Le Conferenze sulla popolazione promosse dalle Nazioni Unite nel 1974, nel 1984 e nel 1994, avevano al centro della discussione il tema della insostenibilità della veloce crescita della popolazione del mondo in generale, e dei paesi in via di sviluppo in special modo. Nell’Agenda 2030 dei temi demografici resta solo qualche pallida traccia, nonostante che la rapidissima crescita del continente africano, la bassissima riproduttività dell’Europa e dell’Asia orientale, e le migrazioni senza ordine e regole insidino il mantra della sostenibilità, invocato a ogni piè sospinto. Certo il Goal 4, che invoca una “vita sana per tutti” ha una serie di indicatori riguardanti l’incidenza delle maggiori patologie, la salute di bambini e madri, e via dicendo. E il Goal 5, relativo alla “parità dei generi e l’empowerment di donne e ragazze” ha un target 5.6, assicurare accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva, che rimane del tutto generico. E sulle migrazioni internazionali, c’è il target 10.7,  facilitare l’ordinata, sicura, regolare e responsabile migrazione e mobilità delle persone, che è generico quanto ambiguo (chi deve facilitare? Cos’è la “migrazione responsabile”?), per giunta monitorato da due indicatori chiaramente impossibili da calcolare. Il documento non ha altro da dire sul tema, confermando la constatazione che la popolazione, per la comunità internazionale ufficiale, sembra essere divenuta irrilevante per la sostenibilità dello sviluppo, nonostante l’evidenza contraria.

¹Sustainable Development Goals (SDGs) 

² United Nations, Technical report by the Bureau of the United Nations Statistical Commission (UNSC) on the process of the development of an indicator framework for the goals and targets of the post-2015 development agenda,

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