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Le migrazioni dei ricercatori italiani

Maria Carolina Brandi

Un quadro poco incoraggiante
Non è facile stabilire quale sia la situazione italiana riguardo ai flussi di emigrazione ed immigrazione dei ricercatori dall’Italia: alcune stime (Sylos Labini e Zapperi, 2010) indicano comunque che, se si manterranno i flussi attuali in ingresso ed in uscita, l’Italia perderà circa 30000 ricercatori entro il 2020, mentre alla stessa data ne saranno importati solo 3000. Il programma “Rientro dei cervelli” (D.M. 13/2001) è nato nel 2001 per facilitare il ritorno dei ricercatori italiani dall’estero e per incoraggiare quelli stranieri a lavorare in Italia. Questa normativa è stata poi modificata con il D.M. 501/2003, che ha portato la durata minima dei contratti a 2 anni e quella massima a 4 anni e con il D.M. 18/2005, che fissa tra l’altro il finanziamento minimo del MIUR per ogni contratto. Infine la Legge 122/2010 ha previsto agevolazioni fiscali per il rientro in Italia dei ricercatori italiani residenti all’estero. I risultati conseguiti da questo programma (vedi Tabella 1), sono però deludenti, dato che questi provvedimenti hanno fatto entrare in Italia solo 519 ricercatori in 9 anni, contro un flusso in uscita che è stato sicuramente ben più consistente. Inoltre, solo 1/4 circa dei ricercatori che sono entrati nel Paese per effetto di questo progetto è rimasto in Italia per più di 4 anni. È quindi evidente che questi provvedimenti legislativi non sono adeguati e che, per combattere il fenomeno della “fuga dei cervelli” dall’Italia, è necessario comprenderne i motivi: non essendo disponibili dati statistici affidabili, divengono così importanti gli studi di caso condotti negli ultimi anni sull’argomento.

Tabella 1: Risultati del programma “Rientro dei Cervelli

ANNI NUOVI CONTRATTI RINNOVI
2001 99  
2002 125  
2003 65 2
2004 84 3
2005 72 16
2006 15 33
2007   45
2008 28 7
2009 31 4
Totale 519 110

I risultati di alcune ricerche
In particolare, l’indagine “Alma Laurea” sull’occupazione dei giovani laureati italiani del 2007, nel cui ambito sono stati intervistati per la prima volta anche coloro che lavoravano all’estero. L’elaborazione dei dati relativi ai 544 giovani italiani che lavorano all’estero, laureatisi nel 2002, condotta dall’IRPPS in collaborazione con l’Università di Trento (Brandi e Segnana, 2008), ha mostrato che rispetto ai laureati dello stesso anno che lavoravano in Italia, quanti lavoravano all’estero utilizzavano meglio il titolo di studio, ottenendo più spesso posti di lavoro permanenti e incarichi migliori, di solito in università e istituti di ricerca, e ricevendo uno stipendio mensile netto mediamente superiore . Inoltre, sono molto soddisfatti per il prestigio ricevuto dal loro lavoro, le opportunità di carriera, il salario, il tipo di contratto, il senso di indipendenza e libertà. Non sorprende, quindi, che più del 50% dei giovani laureati emigrati all’estero non intenda tornare in Italia. Per approfondire le ragioni dell’emigrazione dei ricercatori, nel 2010 l’IRPPS ha effettuato un sondaggio sui ricercatori italiani all’estero iscritti alla banca dati DAVINCI, disponibile sul sito web del Ministero degli Affari Esteri (Brandi et al., 2010). I risultati di questa Indagine mostrano che nella maggior parte dei casi la condizione professionale degli intervistati è decisamente soddisfacente: essi sono infatti in maggioranza professori ordinari, ricercatori senior o direttori di ricerca. Solo in pochi casi, sono titolari di assegni di ricerca o hanno altri rapporti di lavoro. I motivi che hanno spinto questi ricercatori ad emigrare (Push factors) e quelli che li hanno attratti nei paesi ove ora lavorano (Pull factors) sono riassunti dalle figura 1. Le risposte ottenute mostrano che la “fuga dei cervelli” dall’Italia è principalmente determinata dalla scarsa disponibilità di lavoro nel settore scientifico, che ormai non riguarda più solo il lavoro stabile, ma anche quello su fondi di progetto. Le ragioni che hanno spinto gli intervistati a scegliere un determinato paese ospite sono soprattutto l’offerta di opportunità di studio e ricerca in quella nazione e la possibilità di svolgervi una attività scientifica di alto livello. Quanto al loro progetto migratorio, il 63% non intende tornare in Italia.
Le nostre indagini hanno rivelato così una differenza fondamentale tra i flussi in uscita e in entrata di ricercatori in Italia, che avevamo studiato in passato tramite un’indagine diretta sui ricercatori stranieri che lavorano negli enti pubblici di ricerca italiani (Brandi & Cerbara, 2004): mentre la grande maggioranza degli scienziati stranieri che lavorano in Italia prevede di tornare in patria, la maggior parte dei ricercatori italiani che lavorano all’estero non vuole fare lo stesso. In entrambi i casi, le ragioni principali per la riluttanza degli scienziati a stabilirsi in Italia è dovuta alla difficoltà di trovare lavoro ed alle scarse prospettive di avanzamento di carriera in istituzioni di ricerca pubbliche, università e aziende italiane. Un’ulteriore conferma viene dalla recente indagine ISTAT (dicembre 2009 – febbraio 2010) sulla condizione occupazionale dei dottori di ricerca. L’indagine ha evidenziato come circa la metà sono occupati in posizioni professionali a termine o impegnati in assegni di ricerca o borse post-dottorato. Circa il 7% ha già lasciato il Paese e un ulteriore 12% pensa di emigrare entro un anno (vedi Fig.2). La percentuale degli espatriati dipende inoltre fortemente dal settore disciplinare: ad esempio, quasi un quarto dei dottori in Scienze Fisiche è già emigrato.
Chi poco spende ……..
In conclusione, la “fuga dei cervelli” dall’Italia è dovuta al fatto che il nostro Paese si colloca in una posizione medio-bassa nella classifica dei paesi più industrializzati rispetto a tutti gli indicatori delle attività di ricerca. Perciò la disponibilità di posti di lavoro, le prospettive di carriera e gli stipendi dei ricercatori in Italia sono molto minori di quelli negli altri paesi industrializzati ed i finanziamenti per l’università e la ricerca (sia pubblica che delle imprese) nel nostro Paese sono sempre più scarsi: non si può sperare di ovviare a questa situazione offrendo poche decine di contratti a termine per qualche anno. L’unica soluzione possibile è quindi quella di un rilancio del sistema di ricerca italiano che deve essere portato ai livelli di finanziamenti e di risorse umane dei paesi con i quali si vuole competere, perché, proprio nella attuale situazione di crisi economica, sono solo gli investimenti nel settore della conoscenza che possono fare riprendere slancio all’economia del Paese.
Per saperne di più
Brandi M. C., Avveduto S., Cerbara L., 2011, Almalaurea Working Papers no. 44
Brandi M.C., Cerbara L., 2004, Studi Emigrazione, XLI, 156 , n 156
Brandi M.C., Segnana M.L 2008, Lavorare all’estero: fuga o investimento? in Consorzio Interuniversitario Alma Laurea ( a cura di) X Indagine Alma Laurea sulla condizione occupazionale dei laureati, Il Mulino
ISTAT, 2010, Indagine sull’inserimento professionale dei dottori di ricerca, ISTAT, Roma
Sylos Labini F., Zapperi S. I ricercatori non crescono sugli alberi, 2010, Laterza, Bari

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