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Le fragilità di un paese demograficamente sbilanciato

Alessandro Rosina

L’Italia è un paese demograficamente sempre più sbilanciato. Ad indicarlo sono soprattutto due dati forniti dall’Istat. Il primo è il divario negativo crescente tra nascite e decessi. Nel corso del 2016 le persone che hanno iniziato sul suolo italiano la loro vita (i nati) sono state 142 mila in meno rispetto a coloro che l’hanno conclusa (i morti). Il numero di nascite diminuisce non solo per le difficoltà ad avere i figli desiderati, ma anche per la progressiva riduzione delle potenziali madri: le donne di 50 anni sono oltre 500 mila, mentre le donne di 30 anni sono meno di 350 mila e quelle di 20 anni meno di 300 mila. Le donne nate nel periodo del baby boom sono oramai uscite dall’età fertile e il ruolo riproduttivo è ora sempre più assegnato alle generazioni demograficamente meno consistenti nate dopo la fine degli anni Settanta. Riguardo ai decessi, il loro numero diminuisce con la longevità ma aumenta con l’invecchiamento della popolazione. Ovvero viviamo più a lungo e si riducono i rischi di morte in età avanzata, ma cresce il numero di persone nelle età in cui i rischi sono più elevati.

Il secondo dato che evidenzia il nostro progressivo sbilanciamento demografico è, appunto, quello relativo alla struttura per età. La bassa natalità non porta solo ad una riduzione della popolazione ma anche ad una accentuazione dello squilibrio strutturale. A fronte, infatti, di un numero di anziani che aumenta grazie ai miglioramenti delle condizioni di vita in età avanzata, la riduzione delle nascite porta ad una diminuzione del numero di giovani. Tanto per fare un esempio, negli anni Sessanta la fascia 65-69 contava meno di 2 milioni di abitanti ed era circa la metà rispetto alla fascia 20-24, mentre oggi ci troviamo con 650 mila abitanti in più nella classe 65-69 rispetto alla classe 20-24.

Questi dati tengono conto dell’apporto dell’immigrazione, senza il quale lo sbilanciamento risulterebbe ancora più marcato. Senza stranieri il deficit delle nascite sui decessi lievita a 205 mila e la fascia 20-24 scende di 880 mila persone sotto la fascia 65-69. Da un lato, quindi, la popolazione di cittadinanza italiana aumenta nel tempo il suo saldo negativo, dall’altro la popolazione straniera riduce la sua capacità di compensarlo. Le stesse nascite straniere, dopo essere salite da 30 mila nel 2000 a 80 mila nel 2012, sono poi scese a 69 mila. Contribuisce poi a ridurre e a invecchiare la popolazione anche il crescente numero di cittadini italiani, prevalentemente in età lavorativa, che cancellano la residenza per spostarsi all’estero (saliti nel corso del 2016 a 114 mila).

Di cosa abbiamo davvero bisogno per rendere meno squilibrato il nostro futuro? La risposta principale sta nell’aumento della popolazione che partecipa alla produzione di ricchezza economica e benessere sociale per il Paese. Prima di tutto questo significa rimuovere gli ostacoli e promuovere le opportunità della presenza delle nuove generazioni e delle donne nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione in età 25-29 maschile è il più basso tra i paesi europei, sotto di circa 17 punti percentuali rispetto alla media Ue-28. Ancora peggio il dato femminile, sotto di 22 punti. Questo produce ritardi e incertezze nelle scelte di autonomia e formazione di una propria famiglia, a cui si sommano le carenze delle politiche di conciliazione tra lavoro e figli nel resto della vita riproduttiva femminile. Lasciando scadere al ribasso i percorsi occupazionali e di vita di giovani e donne difficilmente potremo tornare a dar vitalità al paese.

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