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Lavoro della donna, fecondità e misure di conciliazione: Una risposta a Del Boca e Rosina

Gianpiero Dalla Zuanna
Del Boca e Rosina sostengono che le politiche per conciliare lavoro di cura e per il mercato messe in atto dal Governo Prodi sono molto timide. A mio avviso, tale affermazione non tiene nella giusta considerazione le misure effettivamente messe in atto. La Finanziaria del 2007 ha stanziato 300 milioni per creare nuovi servizi per la prima infanzia, equamente ripartiti per gli anni 2007, 2008 e 2009. Inoltre, per il 2007 a questa cifra sono stati aggiunti 40 milioni provenienti dal Fondo Politiche per la Famiglia. Ancora: nel decreto legge n. 159, art. 45 del 1 ottobre 2007, (in attesa di conversione), per il 2007 è stato assegnato un ulteriore stanziamento di 25 milioni di euro per i nuovi servizi alla prima infanzia. Infine, il Governo nella finanziaria del 2007 ha stanziato anche 35 milioni di euro per le cosiddette “sezioni primavera”, ossia classi aggiuntive nelle scuole per l’infanzia destinate ai bambini di età 24-36 mesi. Tirando le somme, il Governo nel 2007 ha destinato 205 milioni all’attuazione di servizi di cura per i bambini con meno di tre anni, oltre a 100+100 milioni per il 2008-09. Queste ultime due somme potranno essere incrementate nei prossimi mesi, se si destinerà a questo scopo parte del Fondo Politiche per la Famiglia. L’intenzione è di arrivare a stanziamenti simili a quelli del 2007. Inoltre, in un decreto emanato il 28.9.07 i 140 milioni già stanziati per il 2007 sono stati ripartiti fra le regioni (http://www.governo.it/Presidenza/politiche_famiglia/notizie/tredecreti.html).

Questi soldi sono sufficienti? A mio avviso sì, non certo perché in grado di coprire la domanda potenziale, ma perché verosimilmente congruenti con le capacità di spesa delle Regioni e dei Comuni. Se riuscissimo, nei prossimi tre anni, a spendere effettivamente 200 milioni di euro l’anno per costruire nuovi asili nido o mettere in atto misure di cura alternative (come le sezioni primavera, i nidi integrati, le organizzazioni di mamme di giorno, eccetera), sarebbe un successo straordinario. L’insoddisfazione del Ministro Bindi per la Finanziaria 2008 non riguarda tanto i mancati nuovi stanziamenti per politiche di conciliazione, quanto la mancata implementazione dell’assegno unico universale per i figli, che avrebbe dovuto unificare detrazioni e assegni familiari, estendendo la misura anche ai lavoratori autonomi, e accentuando la progressività per numero di figli e reddito.

Ora, qualche commento più “demografico” sull’articolo di Del Boca e Rosina. In che misura il recupero di fecondità in Italia è dovuto – come sembrano sostenere Del Boca e Rosina – ai primi cenni dell’inversione del tradizionale rapporto conflittuale fra fecondità e lavoro della donna? Del Boca e Rosina, in figura 2, mostrano una forte relazione positiva fra tasso di occupazione femminile e ripresa della fecondità, utilizzando dati per le 20 regioni italiane. Probabilmente, il risultato sarebbe stato lo stesso se, invece dell’occupazione femminile, si fosse messo in ascissa qualsiasi altro indicatore territoriale correlato allo sviluppo socioeconomico. I recenti dati Istat sulla fecondità per età mostrano che (1) per generazione, la fecondità dell’Italia non è mai scesa sotto 1,5 figli per donna; (2) il declino della fecondità in età giovanile è terminato, grazie anche alla maggior fecondità prima dei 30 anni delle donne straniere; (3) il recupero di fecondità oltre i 30 anni, per le coorti nate negli anni Settanta, è molto vivace (vedi il recente lavoro di Marcantonio Caltabiano: http://www.stat.unipd.it/v2/ricerca/fulltext?wp=694). Quindi, la ripresa della fecondità in Italia è in buona parte dovuta al recupero oltre i 30 anni della mancata fecondità in età giovanile per le donne nate negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, oltre che a una fecondità un po’ più elevata delle donne straniere. Questi due fenomeni sono stati più accentuati nelle regioni più sviluppate (che hanno attratto più stranieri) e dove la fecondità era maggiormente diminuita negli anni Ottanta e Novanta, e questo spiega risultati come quelli illustrati nella succitata figura riportata nel lavoro di Del Boca e Rosina.

Purtroppo, in Italia – a livello individuale – il legame fra occupazione femminile e fecondità è ancora fortemente negativo. Un lavoro comparativo molto ricco e documentato sull’argomento è stato recentemente scritto dal demografo spagnolo Pau Baizan (Family formation and family dilemmas in contemporary Europe, 2007, Fundacion BBVA). Solo in Danimarca le coppie dove entrambi i coniugi lavorano hanno più figli di quelle dove l’uomo lavora per il mercato e la donna è casalinga. Negli altri tre paesi studiati (Italia, Spagna e Regno Unito) avviene l’opposto.

In conclusione, a mio avviso Del Boca e Rosina si sono lasciati un po’ trascinare dalla passione. È vero che le misure di conciliazione sono fondamentali per aiutare le coppie ad avere figli. Non è però vero che il Governo sta facendo poco su questo versante. Le maggiori manchevolezze sono su altri aspetti, in particolare sulle misure monetarie per le coppie con più figli a reddito moderato. È vero, inoltre, che nelle società ricche la fecondità si alza se il lavoro di cura e per il mercato sono conciliabili. Non è vero, invece, che in Italia si osserva un’inversione di tendenza del legame negativo fra lavoro della donna e fecondità.

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