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Lavoratori immigrati nella cura degli anziani: un fenomeno non solo italiano

Alessio Cangiano

Negli ultimi due decenni l’impiego di lavoratori immigrati presso le famiglie italiane con anziani ha rappresentato la principale risposta al considerevole aumento del fabbisogno di cure non-specialistiche associato con l’invecchiamento demografico, il cambiamento dei ruoli familiari e di genere e l’inadeguatezza dei servizi socio-assistenziali. Pur con i limiti legati alle difficoltà di rilevazione della popolazione immigrata con indagini campionarie, le stime generate utilizzando l’Indagine Europea sulle Forze di Lavoro dimostrano che si tratta di un fenomeno che, con caratteristiche parzialmente diverse, è ugualmente diffuso in vari altri paesi europei. Tali dati consentono anche di mettere in luce alcune importanti regolarità demografiche del fenomeno.

Non solo ‘badanti’ per i nostri anziani
Utilizzando una definizione ampia di forza lavoro nel settore di cura che include infermiere, personale ausiliario impiegato in ospedali, case di cura e agenzie per l’assistenza domiciliare, e lavoratori direttamente impiegati dalle famiglie è possibile tracciare un quadro comparativo sull’impiego di lavoratori di cura immigrati nell’Europa dei 15 (figura 1). I paesi dell’Europa meridionale spiccano per il ricorso massiccio alla manodopera immigrata (oltre il 40% dell’occupazione nel settore di cura in Italia, oltre il 30% in Grecia e Spagna). Il fenomeno è tuttavia molto diffuso anche in altri paesi UE come l’Austria, l’Irlanda e la Germania. Il grafico mostra  che in tutti i paesi dell’Europa dei 15 i lavoratori immigrati sono più rappresentati (in alcuni casi largamente) nel lavoro di cura rispetto all’insieme degli altri settori lavorativi. Dalla fine degli anni Novanta il ricorso a manodopera immigrata in tutti i paesi è anche cresciuto più rapidamente nella cura degli anziani che nell’insieme delle altre occupazioni.

Fattori demografici e commercializzazione del lavoro di cura
Un’analisi delle correlazioni con alcuni indicatori demografici e del mercato del lavoro fornisce indicazioni sulle cause strutturali del fenomeno. Come prevedibile il ricorso alla manodopera immigrata si è sviluppato maggiormente in alcuni dei paesi a più rapido invecchiamento – ad  esempio Italia, Grecia e Germania sono i tre paesi demograficamente più vecchi con percentuali di popolazione anziana (65+) intorno al 20%. Nei paesi dell’Europa meridionale la domanda di lavoro di cura immigrato è aumentata anche mano a mano che la tradizionale base di assistenza informale fornita dai figli è venuta meno. Questo è accaduto sia a seguito di trasformazioni demografiche – un significativo declino del potenziale di supporto intergenerazionale espresso come rapporto tra la popolazione in età 50–64 (approssimando, i figli adulti con genitori anziani) e la popolazione in età 75+ (il gruppo di età con più elevato fabbisogno di cure di lungo periodo) – sia a causa dall’aumento della partecipazione lavorativa delle donne di mezza età (il gruppo demografico con maggiore probabilità di fornire aiuto agli anziani).

Un aspetto su cui raramente si sofferma l’attenzione è  la relazione inversa tra dimensione del mercato interno del lavoro di cura e ricorso alla manodopera immigrata (figura 2). In altre parole, nei paesi in cui il settore di cura assorbe una frazione minore dell’occupazione nativa (un risultato che sottintende sia una dimensione più ridotta del settore di cura formale sia una minore attrattività del lavoro di cura per la manodopera locale) la domanda di lavoro immigrato si è sviluppata in misura maggiore. Non è dunque un caso che i paesi mediterranei in cui la cura degli anziani dipende maggiormente da lavoratori immigrati siano anche quelli dove abbia prevalso la modalità d’impiego diretto presso le famiglie.

Quali prospettive per il futuro?
L’inarrestabile processo di invecchiamento che caratterizzerà i paesi Europei nei decenni a venire porterà con sé un prevedibile aumento della domanda di cura per la popolazione anziana. Il rapido declino del potenziale di cura intergenerazionale, accompagnato da altri fattori quali la maggiore divorzialità e l’auspicabile allungamento della vita lavorativa, produrrà un ulteriore assottigliamento della disponibilità di cure informali. C’è dunque da chiedersi se la fornitura di servizi socio-assistenziali potrà fornire le giuste risposte, attingendo ad una forza lavoro sufficiente e con le necessarie qualifiche. Gli scenari per il nostro paese non appaiono tra i più rosei. Volendo mantenere il rapporto tra forza lavoro nel settore di cura e popolazione anziana costante (cioè ad un livello tra i più bassi nell’Europa dei 15) al 2050 ci sarebbe bisogno di 900 mila lavoratori di cura in più. Se immaginassimo di voler raggiungere a metà secolo il livello di cura formale oggi disponibile in Francia (uno dei sistemi di cura più autosufficienti in termini di manodopera) bisognerebbe più che triplicare la forza lavoro impiegata nel settore di cura italiano. La natura un po’ semplicistica di queste proiezioni non toglie che il nostro paese difficilmente potrà fare a meno di considerare il reclutamento di lavoratori immigrati tra il bagaglio di possibili soluzioni.


Per saperne di più
Cangiano A. (2014) “Elder Care and Migrant Labor in Europe: A Demographic Outlook”, Population and Development Review, 40(1):  131–154.

 

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