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L’aiutino. (Seconda Puntata)

Giuseppe Gesano

(Riassunto della prima puntata : l’afflusso di immigrati ha permesso alla popolazione Italiana di non declinare, e di rallentare l’invecchiamento)

Le regioni a confronto
Questi effetti hanno però assunto dimensioni e rilevanza ben diverse nelle regioni del Nord-Centro e del Sud.

Una presenza straniera più stabile e regolare ha permesso alle prime di controbattere saldi naturali sensibilmente negativi per i cittadini italiani e di segnare incrementi dei loro residenti soprattutto là (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Marche, Valle d’Aosta, ecc.) dove all’immigrazione dall’estero si è aggiunta un’immigrazione interna sia di italiani che di stranieri già residenti in altre regioni. Nelle regioni del Sud, invece, per quanto la loro dinamica naturale sia stata in generale ancora positiva, la presenza straniera e i nuovi flussi d’immigrazione non sono stati tali da incidere in modo significativo sulla dinamica complessiva della popolazione e, anzi, quasi tutte hanno registrato nel periodo una perdita di stranieri residenti in esse a favore delle altre regioni italiane. Nel quadriennio 2003-2006, due componenti hanno accomunato però tutte le regioni, anche se in misura assai diversa: un saldo migratorio con l’estero ed un saldo naturale entrambi positivi per i loro residenti stranieri. Ciò conferma ed estende alla generalità delle regioni il contributo positivo della presenza straniera alla dinamica demografica.
Altrettanto diffuso territorialmente è stato l’effetto dell’immigrazione straniera sulla struttura della popolazione residente e, in particolare, sulla quota di popolazione in età di lavoro (20-59 anni) (figura 4).
Anche in questo caso, l’immigrazione straniera è riuscita a contenere la contrazione della quota di popolazione residente in età lavorativa in tutte le regioni in cui sarebbe calata a causa delle dinamiche dei residenti italiani, e ha contribuito ad aumentarla nelle poche regioni del Sud dove è ancora in crescita. Accanto alle implicazioni economiche e di mercato del lavoro di questi contributi dall’estero, che tendono a bilanciare le carenze strutturali che vanno manifestandosi in diverse popolazioni delle regioni di più antico ed intenso invecchiamento, va considerato anche il potenziale di crescita demografica che può derivare da gruppi di immigrati in età giovane, lavorativa e riproduttiva, ma solo alla condizione che essi possano inserire se stessi e le proprie famiglie nel tessuto demografico e sociale delle regioni che li ospitano.
Va dunque dato atto alla popolazione residente straniera di una vitalità, sia naturale, sia migratoria, che ha beneficiato in particolare alcune aree del Paese e che ha raggiunto le altre solo in misura marginale come conseguenza della minore attrazione che esse esercitano in termini di mercato del lavoro e di capacità di accoglimento. In ogni caso, quella vitalità ha comportato una ripresa nei numeri, nella composizione e nelle potenzialità della popolazione residente nel Paese inattesa nelle prospettive elaborate solo qualche anno fa.
Ritorno al futuro?
Ma proprio in termini di prospettive future, ciò che è avvenuto di recente di quanto allontana nel tempo quel calo della popolazione e rallenta l’invecchiamento atteso in base alla struttura ed alle dinamiche presenti? Oppure – da un’altra prospettiva – al costo di quali nuovi afflussi d’immigrati stranieri si potrebbe assicurare il mantenimento della dimensione e, soprattutto, di una struttura demografica non troppo deformata?
Sono quesiti che richiedono ipotesi ed elaborazioni che rimandiamo ad altri interventi. Basti però riportare quanto viene previsto dall’Istat (http://demo.istat.it/altridati/previsioni_naz/), che pure ipotizza un’immigrazione netta annua pari a 150 mila unità in tutto il periodo 2005-2050. Daquanto riportato in tabella 2, è evidente che gli effetti temuti sulla popolazione sono solo rimandati: essa potrebbe cominciare a ridursi a partire dal 2015; mentre il suo invecchiamento potrebbe portare, entro il 2027, al superamento della popolazione in età non lavorativa rispetto a quella in età 20-59.
Tabella 2 – Previsioni dell’ammontare e della struttura della popolazione residente: Italia, 1° gennaio 2005-2050
Anno

 

Popolazione residente totale (milioni)

 

Popolazione residente
20-59 anni
(% pop. totale)
2005

 

58,5

 

55,8

 

2010

 

59,0

 

54,4

 

2015

 

59,2

 

53,5

 

2020

59,1

 

52,3

 

2025

 

58,7

 

50,5

 

2030

 

58,3

 

48,3

 

2035

 

57,9

 

45,9

 

2040

 

57,4

 

44,3

 

2045

 

56,7

 

43,6

 

2050

 

55,9

 

43,4

 

Fonte: Elaborazioni su Istat, Previsioni demografiche nazionali: 1° gennaio 2005-1° gennaio 2050 http://demo.istat.it/altridati/previsioni_naz/
Se il primo fatto potrebbe non sembrare una sciagura davanti ai tanti problemi di sovrappopolazione che si devono affrontare nel mondo e nelle esperienze quotidiane di noi tutti, sul secondo vale la pena di riflettere in relazione alla sostenibilità economica e sociale di tali trasformazioni nel Paese.
È però necessario rendersi conto che i due aspetti sono tra loro strettamente correlati: ad esempio, analizzando la popolazione nelle 20 regioni italiane tra l’1/1/2003 e l’1/1/2007 si scopre che per ogni punto in più nel tasso medio annuo di incremento dei residenti è mediamente cresciuta di +0,7 punti percentuali la quota di popolazione in età lavorativa (20-59 anni). Insomma: mantenere una struttura demografica sostenibile implica una dinamica della popolazione almeno non decrescente, e il contributo di immigrati giovani è essenziale sotto entrambi i profili.

g.gesano@irpps.cnr.it

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