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La rilevazione statistica delle persone non occupanti un’abitazione

Antonio Cortese

La rilevazione censuaria incontra sistematicamente grandi difficoltà nel censire e classificare le persone che non occupano un’abitazione. Eppure si tratta di un ambito di grande interesse sociale, che si sospetta in crescita, in parte per ragioni "interne" (tra cui, in particolare, l’aumento della quota di popolazione che vive in città e l’assottigliamento della rete familiare) e in parte per ragioni "esterne" (tra cui, in particolare, l’arrivo di immigrati dai paesi poveri, non sempre in grado di procacciarsi alloggi decenti in cui vivere). Nell’ambito delle scienze sociali si pensa  alla persona senza dimora come a un soggetto in stato di povertà materiale e immateriale, portatore di un disagio. Ma ai fini del censimento serve una definizione più circoscritta e operativa.

 

Una proposta di classificazione

A questo proposito, innovando rispetto alle esperienze passate, sarebbe opportuno che nel prossimo censimento si operasse una distinzione, all’interno di questo gruppo, tra tre categorie di persone, molto diverse tra di loro:

a) Persone alloggiate presso i locali di sedi diplomatiche e consolari.

Questi non sono poveri, e proprio per questo vanno distinti dagli altri. Sono nella categoria censuaria di coloro che non occupano un’abitazione per una ragione tecnica: il personale straniero, non munito di passaporto diplomatico, deve essere censito; invece, i locali delle sedi diplomatiche e consolari, dove queste persone abitano, non rientrano nel campo di osservazione del censimento delle abitazioni.

b) Persone occupanti altro tipo di alloggio.

Il censimento tradizionalmente enumera le persone di questa categoria. Ma tra questi bisognerà d’ora in poi comprendere la ormai grande maggioranza degli zingari che vive stabilmente, spesso da diversi anni, in insediamenti fissi, abusivi o autorizzati (i “campi nomadi”). Non contarli come "stabilmente insediati" contribuisce a perpetuare una concezione distorta di questo gruppo etnico, che da tempo, ormai, non pratica più il nomadismo.

Sarebbe anche opportuno rivedere la tipologia degli “altri tipi di alloggio” (roulotte, camper, baracche, ecc.) per rendere meno stridente il contrasto tra i differenti livelli di precarietà. Consideriamo solo il caso di una grotta: nel 2001 questa era considerata "altro tipo di alloggio", ma la condizione di chi vi abita appare più simile a quella del barbone che trova riparo sotto un ponte.

c) Persone senza tetto.

     In questo gruppo sarebbero da comprendere gli homeless in senso stretto, quelle fasce di popolazione che vivono cioè in condizioni di grave precarietà, prive di un tetto e bisognose di tutto il necessario per condurre una vita rispettosa della dignità umana.

Alcuni equivoci possono sorgere per la compresenza di due problemi: la qualità dell’alloggio (ad esempio: una roulotte), e la sua mobilità sul territorio. Se questa mobilità non c’è, il censito è un residente; se c’è (come avviene, ad esempio, per i girovaghi o per gli artigiani ambulanti), il censito è un temporaneamente presente. Non sempre è facile distinguere le due tipologie, ma questo non deve far dimenticare che si tratta, in entrambi i casi, di una persona che occupa non un’abitazione, ma un altro tipo di alloggio, e che rivela con ciò un disagio socio-economico potenzialmente forte.

 

Programmare bene la rilevazione

Un preciso quadro definitorio è indispensabile, ma è altrettanto importante che le operazioni sul campo siano programmate con la massima cura se l’obiettivo è l’esaustività della conta.

Per quanto riguarda le categorie più disagiate, già nel 2001 la rilevazione era stata particolarmente accurata, garantendo, oltre a una buona conoscenza del territorio:

a) la simultaneità (raccolta dei dati in un giorno prefissato al fine di evitare duplicazioni);

b) la rinuncia all’autocompilazione del questionario, normalmente prevista nel censimento;

c) l’impiego di "rilevatori speciali", particolarmente qualificati, assistiti da “agenti comunali” e, se del caso, da “mediatori culturali”, perché la quota degli stranieri era già allora assai elevata.

Nonostante tutto ciò, gli esiti della conta censuaria non sono stati molto buoni: escludendo i membri permanenti delle convivenze, nel 2001 solo poco più di 71 mila persone residenti risultavano non occupare un’abitazione. E allora, cosa si può fare di più?

 

Paura del censimento?

Forse i "rilevatori speciali" andrebbero potenziati, ad esempio dotandoli di un libretto di istruzioni specifico per i casi che devono trattare, che sia esauriente, ma anche maneggevole – cosa che è un po’ mancata nelle rilevazioni del passato. Si potrebbero poi prevedere specifiche iniziative di sensibilizzazione al censimento nei confronti delle persone che si trovano in una situazione di disagio abitativo.

Ma, soprattutto, si potrebbero applicare, su scala nazionale, due peculiarità dell’organizzazione sperimentata nel 2001, con discreto successo, dal Comune di Roma. Per il reclutamento dei “rilevatori speciali” l’Ufficio di Censimento della Capitale si è rivolto alle diverse realtà associative e di volontariato, di matrice laica e religiosa, che svolgevano attività di assistenza, aiuto e solidarietà nei confronti delle persone con vari problemi di disagio. E lo ha fatto rinunciando a una valutazione preventiva del personale segnalato dalle associazioni: ci si è semplicemente affidati ai criteri adoperati da queste per la selezione dei potenziali rilevatori. Sembra sia stato un fattore di forza del censimento quello di far scendere nelle strade persone in qualche modo “amiche”, conosciute dai senza tetto, il che ha facilitato il contatto, contribuito a creare un clima di fiducia, e attenuato la sensazione che si trattasse di un’operazione di polizia.

Un altro elemento che ha contribuito alla buona riuscita di questa operazione è stato il rilascio di un cedolino di attestazione di avvenuto censimento. Questo strumento, apparentemente banale, è diventato invece importante, in quanto segno ufficiale, tangibile, dell’appartenenza dei senza tetto alla città.

 

Finalità statistiche e finalità amministrative

Chiudo con una riflessione. Il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, ormai vicino al varo parlamentare, prevede, tra le altre cose, l’istituzione presso il Ministero dell’Interno di un registro delle “persone senza fissa dimora”. Questo registro non sembra prioritariamente diretto al sostegno di politiche di welfare, e la sua istituzione si annuncia assai problematica.

Ma, al di là della valutazione che si può dare di questo registro, è importante che il censimento non contribuisca in alcun modo alla sua creazione e all’aggiornamento dei suoi dati. Il censimento è un’operazione statistica: si fa per conoscere. La creazione di uno schedario, invece, è un’attività amministrativa: si fa per amministrare. Perdere questa distinzione, recepita ormai da almeno due secoli in tutti i paesi sviluppati, snaturerebbe tutta l’operazione censuaria, e ne comprometterebbe irrimediabilmente il valore.

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