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La pratica crematoria in Italia

Marco Breschi, Marco Francini

Tre sono le modalità con cui, nel corso dei millenni e nelle numerosissime civiltà succedutesi nel tempo, è stato risolto il problema di rendere dignitose onoranze ai corpi dei defunti: 1) l’occultamento in tombe sotto terra (inumazione), in sepolcri di pietra (tumulazione) o nelle acque profonde del mare; 2) la conservazione mediante imbalsamazione (riservata quasi esclusivamente ai sovrani e alla loro cerchia), mummificazione e, di recente, crioconservazione; 3) la distruzione tramite il fuoco (cremazione), una tradizione che, ininterrotta in India e nei Paesi del sud-est asiatico, è stata ripresa nell’Occidente cristiano da circa un secolo e mezzo: prima, infatti, era stata accantonata da quando la nuova religione optò per la deposizione dei cadaveri in luoghi consacrati che meglio si confaceva alla dottrina della risurrezione alla fine dei tempi; inoltre si riteneva che l’incenerimento dei cadaveri costituisse una violenza inferta a un corpo consacrato, dunque un sacrilegio, e oltre tutto si accompagnava nella mentalità comune all’immagine delle fiamme infernali come pena per i reprobi e come castigo degli eretici e delle streghe; quindi la sepoltura è rimasta il metodo prevalente per più di mille anni nel mondo cristiano, sino a che il rinnovamento di concezioni e costumi prodottosi in età moderna in corrispondenza con la transizione dalla civiltà agricola a quella industriale, ha modificato i modi tradizionali di vivere e, nello stesso tempo, di pensare la morte.

Il lento cammino della laicizzazione della morte

Il cammino verso la laicizzazione della morte attraverso il rito della cremazione è andato di pari passo con l’affermarsi dell’idea di progresso. Nel clima dello scientismo positivista, in cui la perfettibilità della condizione umana sulla terra parve a portata di mano, il rito della cremazione delle salme, ricuperato durante la rivoluzione francese, riacquistò una sua ragion d’essere e il movimento in suo favore è andato rafforzandosi a mano a mano che il terreno dei cimiteri, invaso da tombe e colombari, sfruttato oltre misura, si è rivelato non solo insufficiente, ma soprattutto saturo di sostanze organiche e quindi incapace di decomporre i cadaveri nei tempi previsti. Ai motivi di ordine igienico-sanitario, correlati alla pericolosità di inumazione e tumulazione per la salute pubblica, in quanto potenziali cause della contaminazione di acque aria e terreni, se ne sono aggiunti altri di natura economica: infatti si spende assai meno per un’urna cineraria che per la cassa da morto.
Molteplici sono state le ostilità al propagarsi della pratica crematoria e la Chiesa cattolica è stata la principale antagonista. Accusata di essere, con il suo oscurantismo superstizioso, nemica del progresso umano, essa ritenne che i suoi dogmi (immortalità dell’anima, risurrezione dei corpi) e le sue tradizioni fossero sotto tiro: intravedendovi un attacco alla fede, ha osteggiato a lungo l’incenerimento dei cadaveri, senza affermarlo mai in senso esplicito e assoluto, nel secolo intercorrente tra i due concili vaticani (quello del 1869-1870 e quello del 1962-1965). Le resistenze di natura culturale molto complicate da vincere, al pari e più di altre manifestazioni della mentalità collettiva, lo sono state ancora di più in Italia perché la Chiesa teneva da secoli nelle proprie mani la gestione dei tre momenti decisivi dell’esistenza di ogni individuo (nascita, matrimonio e morte) e ne fece il baluardo contro la secolarizzazione.
In un silenzio quasi assordante, dovuto in parte alla mancanza di statistiche sulle modalità di gestione dei corpi dei defunti, il rito crematorio si sta diffondendo nel nostro paese. Pur tra non poche incertezze è possibile ricostruire a livello nazionale l’evoluzione del fenomeno da un punto di vista quantitativo. Nel 1910 i forni crematori erano diffusi solo in 32 delle 69 circoscrizioni provinciali: gli impianti erano concentrati nel centro-nord, mentre ne erano prive il sud e le isole con la sola eccezione di Napoli dove, però, il movimento non aveva una sua sede e, stando alle informazioni reperite, non era stata effettuata alcuna cremazione nel decennio 1900-1909. Nel complesso, a livello nazionale, il numero di affiliati alle Società di cremazione (Socrem) risultò pari a 8.969, vale a dire 25 soci ogni 100.000 abitanti. L’associazionismo era più radicato al centro (50 soci ogni 100.000 abitanti), un po’ meno nel nord-ovest (42 ogni 100.000 abitanti), a distanza significativa nel nord-est (26 per 100.000) e circoscritto alla sola Napoli (273 soci) in tutta l’area meridionale (isole incluse). Il movimento era, comunque, in lenta crescita: il numero degli associati si aggirava infatti intorno alle 6.000 unità nei primi anni ottanta del XIX secolo.
Le statistiche relative alle cremazioni offrono più di ogni altro dato una nitida immagine della irrilevante dimensione quantitativa del fenomeno: ne sarebbero state effettuate 4.122 in tutto il paese nel 1900-1909; nello stesso arco temporale, si ebbero quasi 7,3 milioni di morti: il rito inceneritorio venne praticato con una frequenza pari a 55 volte ogni 100.000 decessi. Una manifestazione, dunque, del tutto marginale ma in progresso se si tiene conto che nel decennio 1880-1889, a poco distanza di tempo dalla prima cremazione moderna avvenuta in Italia (1876), se ne erano avute in media appena 17 ogni 100.000 defunti: la frequenza relativa era dunque più che triplicata, ma il movimento restava ancora del tutto minoritario e confinato nella parte più avanzata della nazione.
Queste due caratteristiche della cremazione permarranno a lungo nel paese. Per quanto riguarda la distribuzione spaziale sul territorio nazionale di centri per la cremazione, il forte squilibrio esistente al 1910 non sarebbe stato colmato quaranta anni più tardi. Il numero di are operative si era tra l’altro ridotto a seguito delle difficoltà incontrate nell’ultimo periodo della dittatura fascista e negli anni della guerra; così pure il numero dei soci, a livello nazionale, non mostrava variazioni (24 soci ogni 100.000 abitanti). Il meridione e le isole risultavano ancora del tutto prive di centri attivi e Roma, il punto più a sud, era una realtà quasi trascurabile (meno di 50 soci) in rapporto alla popolazione della capitale.
Del resto, come si può dedurre dalla figura 1a, che traduce graficamente una ricostruzione dell’andamento annuale delle cremazioni in Italia dal 1876 ad oggi , il fenomeno era ancora contenuto nei primi anni sessanta del Novecento: il numero di casi restò al di sotto di 1.000 all’anno; tale soglia venne raggiunta e superata nel decennio successivo che si chiuse con circa 2.500 eventi annuali. Il trend presenta una apprezzabile crescita nel corso degli anni ottanta, arrivando a superare le 15 mila cremazioni nel 1995 allorché il numero di centri con almeno un impianto operativo ritornò ai livelli dei primi anni del Novecento ma, ancora una volta, nella parte meridionale non è data notizia di alcun impianto attivo, mentre si segnala il forno di Cagliari nella ripartizione insulare.

L’accelerazione negli ultimi decenni

La pratica della cremazione si diffonde velocemente negli anni successivi anche per effetto della posizione più conciliante della Chiesa (fig. 1a). Il numero delle cremazioni inizia a salire anno dopo anno sfiorando le 30 mila nel 2000 e superando ampiamente le 75 mila nel 2010 per raggiungere le 137 mila nel 2015: un dato da correggere verso l’alto per tenere conto dei casi verificatisi in tre forni (uno in Toscana e due in Campania). A prescindere dalla esattezza delle cifre, la diffusione trova piena conferma nell’andamento del rapporto tra i cremati e il complesso dei morti (fig. 1b): esso, infatti, da valori insignificanti all’inizio del periodo in esame (meno di 10 casi per 100.000 decessi) sale in misura contenuta sino a metà del Novecento (intorno a 100 casi) per iniziare poi una graduale progressione e arrivare infine a circa un sesto nel quinquennio 2010-14 (16.565 cremazioni su 100.000 deceduti).

La continua e crescente richiesta del rito crematorio ha infittito la presenza di centri dotati di forni in tutto il paese e, nei prossimi anni, altri impianti entreranno in funzione: un’espansione ritenuta sin troppo rapida e che potrebbe portare a una sottoutilizzazione degli stessi nel centro e nel nord del paese. Al 2015, le località con almeno un forno attivo risultano pari a 68 , di cui 60 sono situate nel centro-nord (rispettivamente 28 nel nord-ovest, 20 nel nord-est e 12 nel centro) e solo 8 nell’area meridionale (3 nella parte continentale e 5 in quella insulare). Il divario all’interno del paese resta ancora ben evidente come risulta dal grafico successivo (fig. 2) dove è riportato, per l’Italia e per le quattro macro ripartizioni territoriali, l’andamento del rapporto delle cremazioni sui morti (moltiplicato per cento) dal 1995 al 2015.

La diffusione della pratica crematoria è stata a dir poco impressionante negli ultimi anni a livello nazionale: da valori di poco superiori al 2,5% nel 1995 si è arrivati ad oltre il 21% nel 2015; essa è anche attestata dall’ampliarsi del numero degli associati alle Socrem in rapporto alla popolazione che sale di circa dodici volte (da 24 a 280 soci per 100.000 abitanti) tra il 1960 e il nuovo secolo: nella valutazione dell’associazionismo bisogna ricordare che dal 2001 non è più necessario aderire a una società per potere usufruire del diritto alla scelta del tipo di esequie. La cremazione è ormai adottata per oltre il 37% dei deceduti nel nord-ovest e per circa il 31% nel nord-est; il trend nelle regioni centrali ricalca, invece, quello medio nazionale, mentre tale pratica è ancora contenuta nel sud e nelle isole dove l’attaccamento al culto tradizionale dei defunti è più radicato e forse perché maggiori sono le resistenze da parte degli imprenditori di pompe funebri dato che la cremazione intacca direttamente i loro interessi.

Confronti internazionali

Il sempre più frequente ricorso all’incenerimento delle salme ha determinato una riduzione delle due forme tipiche di sepoltura: in particolare, tra il 2000 e il 2015, si è registrato un sensibile calo della tumulazione che da oltre il 60% è scesa a poco più del 45%; sostanzialmente invariata è la frequenza relativa dell’inumazione passata da circa il 34% a poco più del 33%; invece la cremazione è salita, sempre nell’ultimo quindicennio, da poco più del 5% ad oltre il 21%. Se la pratica crematoria sembra destinata ad essere a breve la modalità di esequie più diffusa almeno nell’area settentrionale del nostro paese, risulta ancora ampio il divario non tanto rispetto al Giappone e altri paesi dell’estremo oriente, dove è pressoché l’unico rito, ma anche nei confronti di larga parte delle nazioni europee. Il primato continentale è detenuto dalla Svizzera con oltre l’85% dei cremati sui decessi nel 2015; di poco inferiore è la percentuale in Slovenia, Svezia e Repubblica Ceca; elevati valori si riscontrano in Gran Bretagna (76%) e Germania (55%); persino i paesi del sud dell’Europa (ad eccezione della Grecia dove tale modalità è stata vietata fino al 2016 per l’opposizione della Chiesa ortodossa) superano il dato italiano e tra essi spicca quello della cattolica Spagna (ormai prossimo al 50%). Il ritardo dell’Italia colpisce tanto più se si considera che è stata, intorno alla metà del XIX secolo, uno dei primi paesi in Europa a promuovere campagne a favore della cremazione. Molti di coloro che si sono occupati del problema hanno rimarcato questo aspetto come un vero e proprio paradosso: esito del sedimentarsi e permanere di un contrasto culturale-religioso i cui riflessi stanno lentamente svanendo, per la verità, più nel centro-nord della penisola, molto meno nel meridione e nelle isole. Tale dualismo evolutivo sembrerebbe ricalcare il modello di secolarizzazione attinente agli altri due momenti rilevanti del ciclo della vita (nascere e fare famiglia).

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