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La povertà tra gli immigrati in Italia

Francesco Chelli, Anna Paterno
Non sono molti i tentativi di analizzare e misurare l’intensità e la diffusione dell’indigenza all’interno delle varie collettività di stranieri presenti nel nostro paese. I dati raccolti, elaborati e pubblicati da istituti come la Banca d’Italia e l’Istat, infatti, riguardano esclusivamente la popolazione residente e solo di recente sono stati realizzati approfondimenti riferiti a particolari aree della nostra penisola[1]. A livello internazionale, poi, i numerosi studi che hanno affrontato tale tematica hanno utilizzato strumenti di analisi e di misura che, a nostro avviso, perdono parte della loro efficacia quando, all’interno della popolazione di riferimento, si trovano sottogruppi eterogenei per stili di vita e modelli di produzione e utilizzazione delle risorse.
Immigrati poveri. Ma rispetto a chi?

Consideriamo, ad esempio, gli immigrati e la misura della povertà monetaria relativa. Il metodo di misura "classico" consiste nel misurare il reddito medio (o mediano) di una certa popolazione di riferimento, e nel definire povero chi si trova "troppo" al di sotto di questo standard. Questo approccio si fonda però sul presupposto teorico, implicito ma molto forte, che esista una sola distribuzione dei redditi condivisa dall’intera collettività e che la sua media (o mediana) costituisca il termine universale di paragone. Tale presupposto si rivela però inadatto in presenza di forte variabilità o eterogeneità nella popolazione. Come è noto, in presenza di forte variabilità, la distribuzione non si presta ad essere rappresentata con un solo valore di sintesi. Nel caso di eterogeneità, invece, è l’unicità stessa della distribuzione che viene a essere messa in dubbio, e, se i redditi sono prodotti da distribuzioni diverse, che senso ha costruire un’unica media? Come si comprende, una popolazione di riferimento che includa al suo interno uno o più sottogruppi di immigrati è fortemente esposta a entrambe le critiche.
Alcuni tentativi di misurazione

Alcune analisi eseguite su collettivi di immigrati albanesi (200 individui) e marocchini (295 individui) presenti nell’area barese e romana hanno confermato innanzitutto la necessità di rifarsi almeno a due diversi approcci al fine di quantificare la diffusione della povertà.

In entrambi i casi, secondo la logica dell’International Standard of Poverty Line, la soglia di povertà per le famiglie di due componenti è il reddito medio pro-capite[2], mentre, per famiglie di dimensione diversa, la soglia di povertà si trova moltiplicando per opportuni coefficienti, detti "di equivalenza". Nel primo caso, però, detto “assimilazionista”, il termine di riferimento è il reddito medio dell’intera popolazione residente. Se si agisce così, la proporzione di poveri tra gli immigrati assume dimensioni molto (forse troppo) cospicue, perché risulta pari a circa la metà degli individui osservati.

Invece, con il secondo approccio, di carattere “endogeno”, il termine di riferimento è la distribuzione dei redditi degli stessi immigrati. Sotto l’ipotesi che gli individui poveri abbiano una distribuzione diversa dai più abbienti, il punto di cambiamento tra le due distribuzioni viene interpretato come linea di povertà[3]. In questo modo, la quota di poveri diminuisce in maniera decisa (20% per il collettivo albanese e 14% per quello marocchino), pur rimanendo più elevata di quella comunemente riscontrata per la popolazione residente (12% circa). Le forti differenze di risultato prodotte dalle diverse metodologie, che emergono anche in altri casi, rappresentano, a nostro avviso, una conferma dell’utilità di disporre di “punti di riferimento” diversi.
Non è solo una “questione di soldi”

La consapevolezza che la condizione di indigenza si configura, e non solo per gli immigrati, come un fenomeno a più dimensioni ha reso opportuno considerare, oltre alla sfera strettamente economica, anche altri aspetti inerenti gli standard di vita[4]. È stato così possibile evidenziare innanzitutto che, in un’ampia proporzione di casi, per gli individui definiti come economicamente poveri, alla scarsità di introiti monetari si associano bassi livelli di consumo e bassi standard occupazionali e abitativi, mentre, per i non indigenti, a una più ampia disponibilità finanziaria si associa solitamente una minore precarietà nei suddetti aspetti. Nonostante ciò, cospicue quote di individui (31% del totale degli albanesi e 44% dei marocchini; cfr. Tab.1), pur disponendo di redditi non particolarmente esigui, sono definibili come indigenti poiché sono caratterizzati da differenti povertà “specifiche”, ad esempio dal punto di vista professionale, abitativo, ecc.
Tab.1.Confronto tra povertà “economica” e povertà “sociale”, valori percentuali.
Povertà economica

Povertà sociale

Poveri

Non poveri

Totale

Albanesi

Poveri

15,0

5,3

20,3

Non Poveri

31,1

48,6

79,7

Totale

46,1

53,9

100,0

Marocchini

Poveri

9,1

4,9

14,0

Non Poveri

44,0

42,0

86,0

Totale

53,1

46,9

100,0

Fonte: Chelli e Paterno (2006).
Per tali persone, l’indigenza riscontrata al momento della rilevazione potrebbe essere anche inserita nell’ambito del ciclo di vita migratorio come un “passaggio obbligato”, sopportato al fine di accumulare capitali necessari per migliorare il proprio futuro. In altre parole, la povertà negli “stili di vita” potrebbe essere connessa, oltre che alle oggettive difficoltà di integrazione nella società ospitante, anche alla disponibilità ad accettare disagi e precarietà nella speranza di miglioramenti futuri, da perseguire per sé e, eventualmente, per la propria famiglia, in Italia o nel paese di origine, attraverso il risparmio e l’invio di rimesse.

Quanto alle determinanti della condizione di indigenza, le analisi eseguite mostrano che, mentre alcuni di questi fattori (assenza di altri percettori di reddito nel nucleo familiare, disoccupazione e occupazione irregolare) sono analoghi a quelli comunemente indicati in letteratura come determinanti della povertà anche con riferimento agli italiani, altri aspetti (clandestinità, durata della presenza, abitazione presso il datore di lavoro) sono tipici della condizione di ”migranti” che caratterizza gli intervistati, penalizzandoli ab initio.

È proprio l’esistenza di queste cause di povertà a dover essere, a nostro avviso, oggetto di riflessione e approfondimento, al fine di pervenire a un’adeguata conoscenza del fenomeno e costituire la base di azioni di politica sociale che concedano agli immigrati una reale parità di opportunità, consentendo loro di accedere a standard di vita simili a quelli degli “italiani”.


[1] Tra tali contributi si ricordano quelli realizzati nell’ambito della Fondazione Ismu per conto della Commissione Povertà, con riferimento agli stranieri presenti in Lombardia

[2] Cioè, si considerano povere le famiglie di due componenti con un reddito complessivo non superiore al reddito medio individuale.

[3] L’ipotesi è che il vettore ordinato dei redditi della popolazione presa in esame sia generato da due differenti modelli e che la soglia di reddito in corrispondenza della quale si verifica il passaggio da un modello all’altro sia proprio la linea di povertà.

[4] Per individuare la povertà degli immigrati senza ricorrere al reddito si è considerato un insieme di variabili riguardanti la condizione lavorativa, le caratteristiche abitative e i consumi. Tali informazioni hanno permesso di riclassificare, attraverso una procedura di analisi discriminante, gli immigrati in “socialmente” poveri o non poveri.

Per approfondimenti

Chelli F., Paterno A. (2006) “La povertà”, in Paterno A., Strozza S., Terzera L. (a cura di) Sospesi tra due rive: migrazioni e insediamenti di marocchini e albanesi, Franco Angeli, Milano.

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