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La dispersione dell’apprendistato

Manuel Beozzo
apprendistato

Nonostante l’Italia abbia già raggiunto l’obiettivo (ricalcolato) definito nella Strategia Europa 2020, la dispersione scolastica italiana, seppur in calo, rimane tra le più alte d’Europa. Come evidenzia Manuel Beozzo nel suo contributo, tra gli strumenti per tamponare la falla, c’è anche l’apprendistato (di primo livello), che a oggi non porta risultati e rischia invece di rendersi via via meno attrattivo.

Dispersione scolastica e apprendistato

L’abbandono scolastico, tecnicamente dispersione scolastica, misura la quota di giovani di età compresa tra 18 e 24 anni non più impegnati in percorsi di istruzione e formazione e con al massimo un titolo di studio di secondaria di I grado o di qualifica professionale biennale. L’iniziale obiettivo del 10% prefissato nella Strategia Europa 2020 per tutti i Paesi membri ha subito delle modifiche definendo nuovi traguardi nazionali. A seguito di questo ricalcolo, l’Italia è riuscita con largo anticipo a raggiungere l’attuale traguardo fissato al 16%, registrando nel 2017 un livello pari al 14% (Eurostat, 2018). Nonostante il trend degli ultimi 10 anni sia, sia a livello nazionale che europeo, in calo, le percentuali degli abbandoni di alcuni Paesi dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, si mantengono molto al di sopra della media europea (tab.1). All’interno del panorama italiano degli indirizzi della scuola secondaria di II grado, la formazione professionale presenta l’emorragia di abbandoni maggiore con una quota pari a circa il 9% rispetto, ad esempio, al 2% dei licei (MIUR, 2017). Per tentare di incanalare parte degli abbandoni e contestualmente permettere un riscatto sociale ai giovani né occupati né inseriti in contesti formativi, raggruppati nella ormai nota sigla NEET, è stato deciso di investire su un già noto strumento contrattuale che abbinasse formazione e lavoro. Con il Capo V del D.Lgs. 81/2015, prendendo spunto da quanto già concretizzato nella legge Biagi (2003) e mantenuto in seguito, sia pur con importanti modifiche, dall’ora abrogato Testo unico sull’apprendistato (2011), è stata data una nuova veste anche all’apprendistato di I livello, un contratto di lavoro volto al conseguimento di qualifica professionale, diploma professionale, diploma di istruzione secondaria superiore o del certificato di specializzazione tecnica superiore. La sperimentazione del modello duale in Italia, recentemente conclusasi, prevedeva diverse attività formative, tra le quali l’apprendistato di primo livello, caratterizzate da un forte orientamento alla pratica. Dei circa 21mila alunni coinvolti circa il 7%, ossia poco più di 1.500 studenti, aveva scelto un percorso di apprendistato di primo livello, mostrando un evidente scarso interesse, da parte dei giovani e verosimilmente anche da parte delle aziende, verso l’unica attività della sperimentazione che realmente si avvicina al modello duale così come presente in Alto Adige e nei Paesi germanofoni. All’interno del programma Garanzia Giovani, l’apprendistato per il raggiungimento di un titolo di studio avrebbe dovuto rappresentare uno strumento di eccellenza delle politiche attive e di implementazione del modello duale. Anche in questo caso è mancato sia l’iniziale interesse da parte delle aziende (i percorsi di apprendistato rappresentavano, nel 2014, l’1,6% dei posti disponibili) che, oggi, la propensione di scelta dei giovani (nel corso del 2018 solo lo 0,1% degli iscritti al programma Garanzia Giovani ha optato per il percorso di apprendistato di I livello). La diffidenza delle aziende verso la forma contrattuale dell’apprendistato di primo (ma anche di terzo livello, relativo all’alta formazione e alla ricerca), che si trova a competere con altri contratti, non è stata superata neppure dall’abbassamento del costo dell’apprendistato per le imprese¹.

Il “sistema di passaggio” tedesco

Il paragone con il mondo germanofono, patria del modello duale che tanto ha ispirato l’apprendistato di primo livello, viene pressoché naturale. L’abbandono scolastico in Germania si attesta, per l’anno 2017, al 10,1% (Eurostat, 2018), con forti differenze tra Länder, con percentuali sopra la media nazionale nelle regioni orientali (tab.2). Come per l’Italia, la formazione professionale rappresenta la filiera più interessata ai fenomeni di dispersione. Fermo restando che il marchio made in Germany, per il settore della formazione come per altri, non è necessariamente sinonimo di perfezione, alcuni spunti possono comunque essere presi in considerazione. Il sistema duale tedesco si caratterizza per un alto livello di competitività, sia tra apprendisti per un posto in azienda, sia tra aziende per accaparrarsi un valido apprendista. Nonostante la situazione attuale sia caratterizzata da scarsità numerica di apprendisti, le aziende non si avventurano nell’assunzione di giovani con un basso livello di competenze tecniche e/o relazionali. Il rischio di esclusione dalla filiera formativo-lavorativa di giovani non in linea con le richieste delle aziende ha portato la Germania alla messa in pratica di una via alternativa. La soluzione è stata identificata nell’implementazione, dagli anni 90, di un canale parallelo, inserito dal 2006 a pieno titolo nel sistema della formazione professionale. Il “sistema di passaggio” (Übergangssystem) si compone di varie tipologie di intervento con lo scopo di agevolare l’inserimento lavorativo e l’aumento di competenze relazionali e professionali, agevolando il transito verso il mondo del lavoro per i soggetti non in grado di farlo attraverso i canali tradizionali, limitando così il rischio di abbandono. Si tratta di un sistema che è enormemente cresciuto negli anni, arrivando ad assorbire, nel 2017, circa 290mila giovani (nel 1997 erano 70mila), vale a dire oltre il 27% sul totale dei giovani iscritti a percorsi di formazione professionale. L’assenza di coordinamento nazionale, gli alti costi di gestione e un’insufficiente valutazione sulla reale efficacia delle proposte fanno del “sistema di passaggio” un percorso che certamente necessita migliorie, ma che è stato comunque in grado di mettere in atto percorsi, perfettibili, ad hoc per contrastare la dispersione.

Alcune considerazioni finali

La costante ricerca di soluzione per fronteggiare l’abbandono scolastico ha visto nell’apprendistato di primo livello un canale alternativo che avrebbe potuto tamponare la dispersione, assicurando l’inserimento nel mondo lavorativo senza sacrificare il conseguimento di titoli di studio. Tuttavia non tutto sembra aver funzionato come previsto. Gli enti della formazione professionale si sono dovuti improvvisare agenzie interinali con lo specifico obiettivo di agevolare l’inserimento in azienda di giovani potenzialmente in fuga dalla scuola. Le aziende, che tendenzialmente non si riconoscono come luoghi formativi e in generale non considerano la formazione un investimento, sono state chiamate a svolgere compiti formativo-pedagogici per i quali non hanno alcuna preparazione e ancor meno interesse. Non c’è quindi da stupirsi se da parte delle aziende ci sia stata una certa reticenza nell’incentivare l’avvio dell’apprendistato di primo livello. Per invertire questa tendenza sarebbe necessario chiarire ai fruitori (aziende e studenti) la finalità di questo strumento, combattuta tra il carattere assistenziale e il rilancio qualificante della formazione professionale. Volerlo mantenere parallelamente su ambedue le strade rischia di non dare risultati né in un senso né nell’altro, come pare stia accadendo.

Note

¹Accanto a varie agevolazioni fiscali per il datore di lavoro, la retribuzione dell’apprendista è riconosciuta per le sole ore di lavoro effettivo svolto in azienda. La parte formativa scolastica non viene retribuita e quella in azienda al 10%.

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