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La diaspora ebraica nel mondo

Massimo Livi Bacci

La Shoá e, nel dopoguerra, l’emigrazione verso l’America e verso Israele, hanno profondamente mutato la distribuzione geografica della diaspora ebraica. Massimo Livi Bacci descrive tre modelli di sviluppo della diaspora che hanno portato allo svuotamento dell’Europa, alla crescita delle comunità americane, e alla rapidissima espansione demografica di Israele per l’afflusso continuo di migranti, e per l’alta natalità, doppia di quella europea e la più alta nei paesi ad alto reddito.

Nel 1940, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, la consistenza della diaspora ebraica, nel mondo, era stimata in 16,5 milioni. In forte crescita rispetto all’inizio  del secolo (10,4 milioni nel 1900), dieci milioni di ebrei vivevano in Europa, un milione in Asia (la metà in Palestina), mezzo milione in Africa del Nord, e i restanti cinque milioni in America. In Europa, la grande maggioranza risiedeva nella parte orientale, che fin dal tardo Medioevo fu l’area d’insediamento più rigogliosa della diaspora. Nell’Ottocento, particolarmente nella parte finale, iniziò un intenso flusso migratorio oltreoceano, sospinto dai pogrom antiebraici e dalle restrizioni legislative di cui gli ebrei furono vittime nell’Impero Russo, e attratto dalle opportunità del Nuovo Mondo. Nel 1940, le comunità ebraiche del Canada e degli Stati Uniti, dell’Argentina e del Brasile, formavano collettività prospere, dinamiche, sicure e ben radicate.

Dopo la Shoá l’Europna non è più il baricentro della diaspora

La Shoá, o Olocausto, ha cambiato radicalmente la geografia insediativa degli ebrei; l’orrendo massacro (sì, signori negazionisti, tra 5,5 e i 6 milioni di vittime, sicuro come è sicuro che la Terra non è piatta) ha distrutto le comunità ebraiche nell’Europa orientale, salvo che in Unione Sovietica (nella parte che i Nazisti non occuparono). I nuclei sopravviventi hanno nutrito l’emigrazione verso Israele, sostenuto la sua dinamica crescita, e alimentato le comunità nordamericane. Dopo il 1989 gli ebrei hanno rapidamente abbandonato i territori dell’ex-Urss rinvigorendo la crescita della popolazione israeliana. All’inizio del 2019, secondo le ultime stime, nove decimi dei 14,7 milioni di ebrei del mondo vivevano, in parti uguali, in Israele e in America settentrionale. Scomparse le comunità in Asia e in Africa, comunità di una qualche consistenza sono restate in Francia, Regno Unito, Russia (per quel residuo che non è emigrato altrove), Argentina, Australia, e in Germania (grazie all’apporto di molti immigrati russi).

Un’impresa difficile

Ogni anno, viene pubblicata, con ricchezza di informazioni, un’analisi della diaspora ebraica, della sua consistenza, distribuzione e dinamica, a cura del maggiore studioso della materia, Sergio Della Pergola². Un lavoro difficile, perché a esclusione della popolazione d’Israele, ben definita giuridicamente e accuratamente censita, negli altri paesi la raccolta dell’informazione è molto difficile. I censimenti ufficiali, in primo luogo, non pongono di norma la domanda sulla religione praticata o sull’appartenenza etnica; quando fanno domande simili, la risposta è sempre soggettiva, influenzata dalle convenienze o da come la domanda viene posta. Altrimenti bisogna rifarsi a indagini campionarie ad hoc, di non semplice attuazione; a statistiche fornite dalle singole comunità o associazioni; a stime indirette. Il criterio definitorio utilizzato nelle stime di Della Pergola è quello di appartenenza alla “core Jewish population” (potremmo tradurre “popolazione Ebraica ristretta o nucleo”), costituita da coloro che si autodefiniscono ebrei, anche se non sono religiosi, o sono identificati come tali dal familiare che risponde all’indagine, e che non professano un’altra religione monoteista². (figure 1 e 2)

 

Le perdite della Shoá non sono state recuperate

La dinamica complessiva della diaspora presenta aspetti molto contrastanti. Gli Ebrei, oggi, sono in minor numero rispetto al 1940: 16,5 milioni allora, 14,7 oggi; la Shoá ne aveva ridotto il numero a 11,3 milioni nel 1950. Il recupero da questa data a oggi è stato consistente (+30%), ma inferiore all’incremento avuto da tutta la popolazione europea (+36%) e, soprattutto, nordamericana (+113%). Nell’ambito della diaspora, tuttavia, si riscontrano situazioni diversissime secondo l’area geografica. Gli ebrei d’Europa sono in rapido declino per l’emigrazione, l’estraniamento culturale e la bassissima natalità. Nell’ultimo quarantennio sono diminuiti di due terzi, essendosi praticamente “svuotato” il serbatoio orientale ex-Urss (Russia, Bielorussia, Ucraina e Moldavia), per la forte emigrazione verso Israele e, in misura molto minore, verso la Germania (in un primo tempo) e il Nord America. In America, la popolazione si è mantenuta più o meno stazionaria, per una natalità più alta che in Europa e il contributo dell’immigrazione. La popolazione d’Israele si è invece più che raddoppiata, grazie alla natalità che è la più alta tra le popolazioni a elevato reddito, e grazie a un forte e continuo flusso di immigrazione (oltre un milione dalla ex-Urss tra il 1989 e il 2018). Va qui notato che la fecondità degli ebrei d’Israele è doppia di quella Europea (e addirittura in ripresa negli ultimi anni), nonostante il pesante clima di insicurezza del paese. Ma altre forze agiscono in senso contrario: efficienti politiche sociali per la famiglia, il lavoro e i giovani, ma soprattutto un coraggioso ottimismo e una forte coesione nazionale. Un significativo contributo alla natalità nazionale viene anche dato dalla minoranza ebrea ortodossa, dall’ideologia pro-natalista e dai molti figli che mettono al mondo.

Una popolazione metropolitana e cosmopolita

La diaspora ebraica è nella stragrande maggioranza urbana e metropolitana e vive quindi in contesti fortemente internazionalizzati e cosmopoliti. Secondo le stime del 2019, 3,6 milioni vivono nell’area metropolitana di Tel Aviv, 2,1 milioni in quella di New York, Newark e Jersey City; 0,9 milioni a Gerusalemme. E poi nelle maggiori aree metropolitane americane (Los Angeles, Washington, Miami, Filadelfia, Chicago, Boston) e, altrove nel mondo, nelle grandi capitali (Parigi, Londra, Buenos Aires). Questo spiccato carattere urbano e cosmopolita forma una forte e resistente rete internazionale, economica e culturale, ma costituisce anche un fattore di vulnerabilità sotto il profilo della coesione demografica e sociale (alta mobilità, matrimoni misti, conversioni, estraniamenti), soprattutto all’esterno dello Stato d’Israele.

Arabi e Ebrei nelle Terre di Palestina

Grande rilevanza politica ha poi la dinamica degli ebrei nell’ambito dello Stato d’Israele e nell’insieme della regione palestinese; la minoranza non ebrea, in stragrande maggioranza Araba (1,9 milioni), è circa un quinto della popolazione totale (9,2 milioni). A lungo il divario tra l’alta natalità musulmana e quella ebraica, assai più moderata, ha segnato il dibattito politico in relazione al mutamento del peso relativo delle due comunità. Tuttavia il divario si è notevolmente attenuato negli ultimi anni: la natalità araba è diminuita sensibilmente (scendendo da oltre il 35 per mille, livello stabile fino alla prima decade del secolo, al 25 per mille attuale), quella ebraica appare in recupero (oltre il 20 per mille). Inoltre l’immigrazione ha apportato in continuazione nuove persone di fede ebraica. Continua a crescere rapidamente, invece, la popolazione araba nei territori Palestinesi, più che triplicata tra il 1980 e il 2020 (da 1,5 a 5,1 milioni secondo le valutazioni delle Nazioni Unite che includono anche Gerusalemme est) che oggi, assieme alla minoranza araba dello stato d’Israele, quasi uguaglia la popolazione ebraica. In questa regione critica del medio-oriente, la variabile demografica ha, e continuerà ad avere, un ruolo centrale.

Note

¹ Sergio Della Pergola, World Jewish Population, 2018, Current Jewish Population Reports, n. 23, 2018

² Un’altra variante definitoria importante è quella suggerita da Della Pergola e utilizzata nel rapporto qui esaminato: la “popolazione ebraica allargata”, che aggiunge alla “popolazione ristretta” anche persone di ascendenza ebraica che non si considerano ebree, e i loro familiari. Con questo criterio “allargato”, la popolazione ebraica mondiale del 2019 sarebbe di 20,9 milioni rispetto ai 14,7 valutati col criterio “ristretto”.

 

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