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Quando rimandare diventa troppo tardi. La crisi e la rinuncia alla maternità.

Chiara Ludovica Comolli
rinuncia alla maternità: donna quarantenne dal volto crucciato

La quota di donne che rinuncia in modo definitivo alla maternità è in aumento da decenni in molti paesi sviluppati. Quello che sorprende è che, di recente, questa proporzione cresca anche nei paesi del sud Europa, dove sembrava che il desiderio di avere figli fosse più forte rispetto ai paesi dell’Europa continentale e del nord. In Italia, la percentuale di donne ancora senza figli, all’avvicinarsi della fine dell’età riproduttiva (40-44 anni), è rimasta stabile intorno al 12% per le donne nate tra il primo dopoguerra e la fine degli anni ’50, per poi rapidamente aumentare arrivando a toccare il 21% tra le donne nate nella prima metà degli anni ‘70 (Fig. 1). Inoltre, tale crescita non sembra destinata a rallentare: tra le donne nate negli anni ‘80 si stima che un’italiana su quattro rimarrà senza figli (dati preliminari Eurostat, Istat e Human Fertility Database). Alcune donne riusciranno ad avere figli dopo i 40 o i 45 anni ma, al momento, questa probabilità, anche se in crescita, rimane molto bassa (le nascite al di sopra dei 45 anni sono lo 0,6% del totale nel 2013, Istat).

Le radici del rinvio

Sebbene i dati mostrino come la rinuncia alla maternità sia un fenomeno di portata sostanziale, il dibattito in Italia si concentra ancora quasi esclusivamente sulle ragioni biologiche dell’infertilità, come se quest’ultima fosse solamente dovuta alla sterilità o all’astinenza sessuale. La dimensione del fenomeno e la sua rapida diffusione, però, suggeriscono che la rinuncia alla maternità abbia oggi assunto radici più sociali che biologiche. La proporzione di donne senza figli cresce indubbiamente con il cambiamento degli stili di vita, la prolungata permanenza nel mondo degli studi e la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

In Italia più che in altri paesi, le donne che non vogliono perdere la propria sicurezza lavorativa rinunciano ad avere figli per mancanza di politiche familiari e di servizi per l’infanzia adeguati a sostenere la combinazione maternità-lavoro. In moltissimi casi, però, non scelgono consapevolmente ex ante di non avere figli, ma si trovano per varie ragioni a rimandare la gravidanza fino a quando non diventa troppo tardi.

Recenti studi mostrano che, nell’Italia degli ultimi anni, la rinuncia alla maternità è dipesa fortemente anche dall’incertezza legata alla crisi. La precarietà lavorativa, i redditi in calo e le incognite sul futuro inducono, infatti, i giovani a rimandare l’uscita dalla famiglia d’origine e la formazione di una famiglia propria. In questo contesto, le coppie, più e meno giovani, rimandano la decisione di avere un figlio. In un Paese dove le politiche familiari sono deboli, è ragionevole, infatti, che la decisione di avere figli dipenda sempre di più dal reddito di entrambi i partner. Non a caso, dunque, la precarietà del lavoro e il rischio concreto della disoccupazione spingono le coppie a rimandare, attendendo tempi migliori. Il meccanismo è ben noto: si stima, infatti, che, in Europa e negli Stati Uniti durante la recente recessione, l’aumento della disoccupazione femminile abbia contribuito al calo della natalità in ugual misura rispetto alla disoccupazione maschile.

La crisi e chi rinuncia alla maternità

In un recente studio ci siamo interrogati sul ruolo che la Grande Recessione – scoppiata nel 2008 – ha avuto nel determinare il rinvio del primo figlio tra le donne vicine ai 40 anni. A quest’età, infatti, un posticipo può più facilmente tramutarsi in una rinuncia definitiva alla maternità.

I dati della Rilevazione sulle forze di lavoro 2004-2013 (Istat) mostrano che in Italia, in concomitanza con la recessione, la rinuncia al primo figlio nella fascia d’età 37-44 non è cresciuta in modo omogeneo tra tutte le donne: mentre non si evidenziano grosse differenze a livello territoriale, emergono rilevanti disparità a seconda del livello di istruzione. Più a rischio di una permanente rinuncia alla maternità sono le donne nella fascia di istruzione media, vale a dire le donne che abbiano al massimo conseguito la licenza media o il diploma di scuola superiore oppure il diploma universitario (diverso dalla laurea). In modo particolare, la probabilità di rimanere senza figli è cresciuta del 2% tra le donne con licenza media o superiore nella fascia d’età 37-39. Ancora maggiore è l’aumento osservato tra le donne con diploma universitario della stessa classe d’età (+8%) e tra le 42-44enni (+ 3%).

Queste sono le donne per le quali l’incertezza economica pesa di più nelle scelte riproduttive: la perdita del proprio lavoro o quello del marito, una cassa integrazione o una trasformazione da un contratto full-time ad un part-time fanno la differenza a fine mese, incidendo maggiormente sul reddito familiare e quindi sulle scelte riproduttive. Le donne laureate senza figli, invece, da una parte sono state toccate dalla crisi in misura minore e dall’altra sono probabilmente più consapevoli del declino della capacità biologica di concepire oltre i 40 anni, e per questo durante la Grande Recessione hanno continuato ad avere figli in quelle classi di età.

Le donne con istruzione elementare – pur essendo un gruppo svantaggiato – sono state meno toccate dalla crisi. Queste sono donne che in genere hanno un reddito molto basso e una vita professionale “intermittente” e che potrebbero aver reagito alla crescente incertezza rinunciando alla maternità per realizzarsi socialmente e acquisire un ruolo nella società.

Riferimenti bibliografici

Caltabiano, M., Comolli, C.L. e Rosina, A., 2017, “The effect of the Great Recession on permanent childlessness in Italy”, Demographic Research 37(20): 635-668.

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