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Invecchiamento attivo e transizione verso la pensione

Mauro Tibaldi

In Italia, ma non solo da noi, stanno rapidamente invecchiando sia la popolazione sia la forza lavoro, il che fa emergere questioni importanti che investono i riassetti del mercato del lavoro e la sostenibilità dei sistemi pensionistici e assistenziali. Riguardo alle conseguenze nel mercato del lavoro, nel secondo trimestre 2012 l’Istat ha inseritoall’interno della rilevazione sulle Forze di lavoro il modulo ad hoc europeo “Conclusione dell’attività lavorativa e transizione verso la pensione” con l’obiettivo di ampliare, in riferimento alla popolazione di 50-69 anni, il patrimonio informativo disponibile riguardo a percorsi, tempi e modalità di ritiro dall’attività lavorativa per monitorare la partecipazione al mercato del lavoro della popolazione anziana. Attraverso l’analisi di questi dati vengono qui esaminati due aspetti cruciali all’interno delle politiche di active ageing: la transizione graduale verso il pensionamento e il prolungamento della vita lavorativa.

Dal lavoro alla pensione: un passaggio senza transizioni
L’Italia si caratterizza sia per un intenso invecchiamento della popolazione, sia per la bassa partecipazione al mercato del lavoro delle persone in età matura. L’indice di vecchiaia (persone di 65+ anni su persone di 0-14 anni) nel 2011 è pari al 147,2%, il secondo nell’Unione europea dopo la Germania, il tasso di occupazione nella fascia dei 50-64enni – seppure in crescita – nel 2012 si attesta al 51,3%, oltre sette punti sotto la media dei paesi Ue27. La coesistenza dei due fenomeni da un lato mette a rischio la tenuta del sistema previdenziale, dall’altro evidenzia che le politiche di invecchiamento attivo nell’ambito del mercato del lavoro sono insufficienti.

Come da varie parti osservato, l’incentivo alla permanenza sul posto di lavoro andrebbe combinato con una transizione graduale verso il pensionamento, introducendo misure di riduzione del tempo di lavoro nella fase conclusiva dell’impiego. Le forme di transizione graduale verso il pensionamento, tuttavia, non sono ancora diffuse nel nostro Paese.

Nel 2012 tra gli occupati di 55-69 anni solamente il 3,5% (116 mila unità) ha ridotto l’orario di lavoro in vista della pensione. Tale scelta è più frequente al crescere dell’età e tra i lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti. Il confronto con i dati del 2006, anno della prima edizione del modulo ad hoc, evidenzia un calo di questa quota (era il 4,3%, sei anni prima), nonostante le raccomandazioni internazionali che sottolineano da tempo l’importanza di un passaggio graduale dalla vita lavorativa al pensionamento.

Un futuro grigio per il prolungamento dell’attività lavorativa
Il prolungamento dell’attività lavorativa è uno dei punti cardine delle politiche di invecchiamento attivo. I dati raccolti sulle intenzioni future degli occupati di 50-69 anni che ancora non beneficiano di una pensione da lavoro (6 milioni e 253 mila unità), non mostrano risultati incoraggianti. Una volta iniziata a percepire la pensione, il 62% degli intervistati intende smettere di lavorare, quasi un quarto non ha preso ancora una decisione e poco meno del 15% intende restare in attività (Tab. 1), con le donne maggiormente propense a uscire subito dal lavoro. I lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti sono più inclini a proseguire l’attività (il 28,6% contro il 10,1%) e più incerti sul futuro, con una percentuale molto superiore alla media di persone che imputano il proseguimento a motivi non economici, presumibilmente perché più soddisfatti dei contenuti e della maggiore autonomia del proprio lavoro. Le motivazioni sottostanti alla scelta di continuare a lavorare dopo la pensione variano in funzione del livello d’istruzione. Chi possiede al massimo la licenza media sarebbe incentivato a proseguire l’attività lavorativa più per motivi economici (il 12,6%, contro il 3,1% per motivi non economici), mentre l’incidenza di chi proseguirebbe per motivi legati alla soddisfazione del lavoro è sensibilmente più alta tra i laureati (10,3%), ancora di più se uomini.

Di particolare interesse i dati retrospettivi riferiti alle esperienze lavorative degli inattivi di 50-69 anni che beneficiano già di una pensione da lavoro. La durata media delle carriere lavorative è in lieve aumento rispetto al 2006 (36,2 anni contro 35,1 anni), ancora mediamente più lunghe per la componente maschile. Si allungano anche le carriere contributive, da 34,0 a 35,4 anni, con periodi di contribuzione mediamente inferiori per le donne e i pensionati del Mezzogiorno. A sintesi di tali percorsi l’età media in cui i ritirati dal lavoro di 50-69 anni hanno dichiarato di aver iniziato a ricevere la pensione passa da 57,1 anni del 2006 a 58 anni nel 2012.

Il rischio dell’active ageing senza misure di sostegno
Tali evidenze confermano che, seppur lentamente, i percorsi lavorativi si stanno allungando anche nel nostro Paese, nonostante che circa tre quarti dei ritirati dal lavoro di 50-69 anni sia andato in pensione in maniera anticipata rispetto all’età prevista per la pensione di vecchiaia, con una quota ancora più elevata per la componente maschile (oltre il 90%). Tale fenomeno, oltre che alle scelte individuali, è ascrivibile alle politiche industriali attuate negli ultimi trent’anni nei diversi processi di ristrutturazione aziendale, allorché le imprese hanno utilizzato il pensionamento anticipato come strumento per favorire il ricambio generazionale e di competenze, espellendo dal processo produttivo i lavoratori maturi.

La recente riforma delle pensioni (legge n. 214/2011) non solo ha abolito la pensione di anzianità (o anticipata), ma con l’innalzamento repentino dell’età pensionabile, e l’introduzione del sistema di calcolo contributivo per tutti ha di fatto chiuso un’epoca.

D’altra parte, il prolungamento della carriera lavorativa, attuato in modo stringente per via normativa e senza prevedere forme flessibili di transizione verso il pensionamento (legge n. 214/2011), ha ora aperto un fronte che le imprese e le istituzioni sono chiamate ad affrontare urgentemente, prima che si trasformi in un problema sociale. La direzione da intraprendere è quella di supportare l’occupabilità in età relativamente avanzata in termini di organizzazione del lavoro e mansioni adatte a questa fascia di occupati, ma anche quella di sostenere e accompagnare verso il pensionamento i lavoratori maturi espulsi dal processo produttivo, in presenza di un traguardo (la pensione) che è stato spostato in avanti mentre tutto il resto è rimasto sostanzialmente immobile.

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