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In pensione subito o al lavoro più a lungo: cosa ne pensano i cinquantenni? Un’indagine su 1000 piemontesi

Luciano Abburrà, Elisabetta Donati
Sia che li vogliano frenare sia che li vogliano favorire, coloro che discutono in pubblico della riforma pensionistica sembrano avere almeno una convinzione in comune: che i lavoratori in età compresa fra 50 e 60 anni siano tutti smaniosi di andare in pensione il più presto possibile. E molti pensano anche che i datori di lavoro non vedano l’ora di liberarsene.
Ma è proprio così?

Più di un dubbio a questo riguardo sollevano le risposte a un questionario sottoposto ad un campione di 1000 uomini e donne, statisticamente rappresentativi della popolazione di 50-60 anni residente nella regione Piemonte. Si tratta per 2/3 di persone ancora occupate, che lavorano quasi tutte a tempo pieno, per lo più con un lavoro dipendente (operai, impiegati e insegnanti, soprattutto), alcuni con lavoro autonomo, pochi come quadri o dirigenti. Come prevedibile, tra i 50-54enni gli occupati sono molto più frequenti (86%) che non fra i 55-60enni. Comunque, anche fra i più maturi, quasi la metà lavora ancora, benché quasi uno su tre avrebbe già i requisiti per la pensione. Chi lavora, dichiara di farlo soprattutto per raggiungere i requisiti necessari per andare in pensione, per la quale molti non hanno ancora maturato la contribuzione sufficiente. Tuttavia, questa non è l’unica ragione. In percentuali che superano il 50% dicono che sono "molto importanti" sia l’obiettivo di migliorare il proprio livello di reddito sia il fatto che a loro il lavoro piace, mentre assume una particolare accentuazione fra i 55-60enni l’obiettivo di "mantenersi attivi".
Lavoro come necessità e come fonte di soddisfazione

Dunque, il lavoro è una necessità ma è anche fonte di soddisfazione per molti e molte: degli occupati, circa uno su tre si dice "molto soddisfatto" del lavoro attuale, circa il doppio di quanti si dicono "poco o per nulla soddisfatti" (17%). In questo periodo, sono nell’occhio del ciclone della riforma delle pensioni, che viene di solito presentata come una minaccia per le loro prospettive di conseguire a breve una meta agognata. Eppure, a una domanda esplicita, non più del 55% dei cinquantenni occupati (50% dei maschi e 62% delle femmine) si dichiara contrario alla proposta di prolungare l’età lavorativa per legge, con una relazione abbastanza evidente con la collocazione professionale: la percentuale dei contrari si abbassa dal 63% degli operai al 54% degli impiegati ed insegnanti, al 40% dei lavoratori autonomi.

Di più, a una precisa domanda su se stessi, il 59% degli occupati dice che intenderebbe lasciare il lavoro "non appena possibile", ma il restante 41% sarebbe intenzionato a rimanere al lavoro anche dopo aver maturato i requisiti contributivi necessari per andare in pensione.

Progetti per il futuro per classi di età e condizione professionale (valori %)

Età

Condizione professionale

50-54

55-60

Dirigenti/ quadri

Impiegati/ insegnanti

Operai

Autonomi

Smettere appena possibile

59.8

58.0

44.1

52.3

72.1

49.1

Continuare:

40.2

42.0

55.9

47.7

27.9

50.9

– stesso lavoro

31.3

38.1

46.7

38.0

20.9

48.0

– cambiando lavoro

8.9

3.9

9.1

9.7

7.0

2.9

Totale

100.0

100.0

100.0

100.0

100.0

100.0

Nel complesso, una parte ampia degli occupati cinquantenni dice che rimarrebbe ancora qualche anno al lavoro, anche se non fosse obbligata a farlo. Alla domanda sulle condizioni che potrebbero favorire questa scelta, le più sottolineate sono: che il lavoro dia loro soddisfazione e utilizzi al meglio le loro capacità, che ricevano una retribuzione adeguata operando in un ambiente gradevole, che vengano rispettati dai più giovani, che siano facilitati da una maggiore compatibilità degli orari con le altre loro responsabilità e impegni personali. Fra donne e uomini emergono differenze più di accento che di tono, in particolare su alcune delle condizioni per continuare: orari più compatibili sono definiti molto importanti dal 40% delle donne, rispetto al 21% degli uomini; l’esigenza di rispetto da parte dei giovani è molto sentita dal 41% delle donne, rispetto al 27% degli uomini.
E le imprese?

Se gli occupati non hanno così fretta di andarsene, le stesse imprese presso le quali lavorano o di cui hanno conoscenza indiretta non sono da essi definite così ostili o inclini a liberarsi della componente più matura del personale, come spesso si presume sulla base della concreta esperienza di un certo numero di grandi imprese. Secondo il 66% degli intervistati, nei luoghi di lavoro "non si farebbe troppo caso all’età" del dipendente, e oltre il 70% concorda col giudizio secondo cui le imprese considererebbero gli ultra cinquantenni come "persone d’esperienza su cui contare", mentre il 58% condivide che "li utilizzano come modello per insegnare il lavoro ai giovani". Per confronto, circa il 40% ritiene vero che "li considerano rigidi e superati", mentre poco più del 30% conviene che "offrono incentivi economici perché escano dal lavoro".
Cautele e indicazioni generali

Certo, il campione dei cinquantenni occupati nel 2006 non comprende quelli che hanno cessato di esserlo prima. Probabilmente, il campione è esso stesso un effetto di questi processi selettivi, a cui hanno concorso da un lato le "generose" politiche di pre-pensionamento del recente passato e dall’altro le incertezze derivanti dalla riforma delle pensioni, che hanno sospinto i più adulti e quelli meno attrezzati ai margini.

Però, i cinquantenni di oggi sono quelli rappresentati dal campione: sono loro quelli con cui dovrebbero confrontarsi le proposte di riforma dei regimi pensionistici, ma ancor più le intenzioni e i programmi che li guardano come protagonisti di processi di invecchiamento attivo diversi da quelli toccati ai loro predecessori. Da questo punto di vista, l’immagine che essi offrono sembra tutt’altro che chiusa e scoraggiante: è certamente composita, ma caratterizzata in prevalenza da soggetti ancora solidamente inseriti tanto nella sfera esterna dell’occupazione e delle attività, quanto nella sfera privata delle relazioni familiari e personali.

Possibile che da parte delle politiche pubbliche e degli attori sociali si continui a prospettare loro soltanto un’alternanza frastornante di minacce di prolungamento coatto e promesse di pensionamento obbligato?

Per saperne di più:

Abburrà L, Donati E, (2004), Ageing. Verso un mondo più maturo. Il mutamento delle età come fattore di innovazione sociale, Quaderni di ricerca Ires Piemonte, n, 104.

Abburrà L, Donati E, (2007), I nuovi cinquantenni fra occupazione e attività. Transizioni nel corso della vita adulta : comportamenti individuali e gestioni aziendali, Quaderni di ricerca Ires Piemonte, n. 114

AA.VV. “Il mutamento delle età”, monografia pubblicata in InformaIres. n. 1, marzo 2006

Abburrà L., Donati E., Nuovi cinquantenni e secondi cinquant’anni, di prossima pubblicazione

Tutti i contributi sono reperibili sul sito www.ires.piemonte.it , nella sezione “pubblicazioni”

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