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Immigrazione, rimesse e sviluppo

Nicola Coniglio, Maria Concetta Chiuri, Giovanni Ferri
Da alcuni anni a questa parte, il tema dell’immigrazione attrae l’attenzione crescente dei mezzi di informazione. Non tutte le prospettive d’analisi hanno però il medesimo impatto mediatico, e le discussioni recenti sembrano concentrarsi principalmente sui problemi di sicurezza e di legalità, apparentemente di maggiore interesse per il pubblico.
A nostro avviso, invece, sarebbe meglio concentrarsi sulle potenzialità economiche delle immigrazioni, che sono numerose e importanti, anche per il nostro paese. Questo contributo fornisce una prospettiva d’analisi del fenomeno immigratorio decisamente meno consueta, ma non di secondaria importanza, guardando al ruolo potenziale delle rimesse per lo sviluppo dei paesi di origine nonché per i paesi ospitanti.
 
La rilevanza macroeconomica delle rimesse nel contesto internazionale
Un tempo, le rimesse degli emigranti erano considerate una Cenerentola nel paradigma dello sviluppo economico, ma ormai da diversi anni il flusso annuale delle rimesse ha superato quello dei trasferimenti ufficiali (Official Development Aid), per raggiungere dimensioni piuttosto vicine a quelle dei flussi di investimenti diretti esteri e degli investimenti di portafoglio verso i Paesi in via di sviluppo (PVS). Nel 2005, ad esempio, le rimesse dei migranti verso il complesso dei PVS sono state pari a circa 167 miliardi di dollari USA (circa 138 miliardi di Euro dell’epoca), in crescita del 73% rispetto al 2001 (World Bank, 2006).
Anche le rimesse di cittadini stranieri residenti in Italia sono cresciute, rispetto all’anno precedente, del 15,8% nel 2005 e, ancora, dell’11,6% nel 2006 andando a superare i 4,3 miliardi di euro, secondo le stime effettuate con i dati della Banca d’Italia (Chiuri, Coniglio e Ferri, 2007). L’aumento del 2005 è stato determinato soprattutto dalla forte dinamica delle rimesse verso l’Estremo Oriente (Cina in particolare) e verso l’Europa Centro-orientale (la Romania che, con il suo 16,9% sul totale, rappresenta il secondo paese di destinazione dopo la Cina). Nel 2006, invece, la dinamica piú sostenuta la si è osservata per l’Asia sub-continentale (principalmente India e Bangladesh).
Ma è ancora più significativo considerare il rapporto tra il flusso delle rimesse che proviene dalle economie avanzate e la dimensione dell’economia nazionale, misurata dal Prodotto Interno Lordo (PIL). Ebbene, per alcuni paesi, le rimesse dalle economie avanzate rappresentano ormai una vera e propria linfa vitale (dati 2004): ben il 31,1% del PIL per Tonga, seguita da Moldavia (27,1%), Lesotho (25,8%), Haiti (24,8%), Bosnia-Erzegovina (22,5%), Giordania (20,4%), Giamaica (17,4%), Serbia-Montenegro (17,2%), El Salvador (16,2%) e Honduras (15,5%).
Diversamente da altri flussi di capitali internazionali, che hanno avuto un andamento pro-ciclico e altalenante, la crescita delle rimesse è stata ininterrotta e costante. Un aumento considerevole delle rimesse è stato osservato anche in occasione di severe crisi economiche e finanziarie in alcuni paesi: si veda il caso dell’Indonesia nel 1997, dell’Ecuador nel 1999, dell’Argentina nel 2001. Le dimensioni finora raggiunte dal fenomeno e la bassa volatilità assegnano, quindi, ai flussi di rimesse un ruolo assai importante per consentire ai PVS migliori e più stabili assetti macroeconomici.
Il ruolo delle rimesse (e del ritorno)
Le rimesse non rispondono solo alla finalità filantropica di aiutare i cari rimasti in patria, ma si intrecciano saldamente a un intero progetto di vita dell’emigrante che, in molti casi, non pianifica un’emigrazione definitiva e prevede, presto o tardi, un ritorno in patria. Così, parte delle rimesse è destinata a sostenere se stessi dopo il progettato ritorno al paese d’origine. È questa tipologia di rimesse, legata alla decisione di ritorno, che può sprigionare importanti stimoli allo sviluppo dei paesi d’origine.
Ma perché tutto questo ha interesse anche per chi l’immigrazione la subisce? I flussi di rimesse, soprattutto se canalizzati attraverso il sistema bancario, promuovono l’integrazione finanziaria, che a sua volta favorisce l’espansione e il consolidamento delle banche dei paesi ospitanti, oltre che lo sviluppo di un sistema bancario efficiente nei paesi di origine dei migranti. Gli studi economici sul tema hanno mostrato che, con le rimesse, e poi con il ritorno, si producono ricadute non trascurabili anche per i paesi di accoglienza. Non va poi sottovalutato il ruolo preventivo delle rimesse, per cui un maggiore sviluppo nei paesi di origine è garanzia futura di minori flussi di immigrazione, perché più deboli saranno i fattori di spinta.
Gli ostacoli da rimuovere
In molti casi però prevalgono le rimesse effettuate in modo informale, che spesso superano il volume che transita attraverso i canali formali: banche, uffici postali, sistemi di money transfer. Portare l’esecuzione delle rimesse dall’alveo informale ai canali formali potrebbe generare vari benefici. In primo luogo, oltre a ridurre i rischi di riciclaggio di capitali di provenienza poco chiara, il maggiore ricorso ai canali formali accrescerebbe il volume delle rimesse mediante la significativa riduzione dei costi di transazione. In secondo luogo, aiutando gli immigrati ad acquisire consapevolezza delle varie opportunità di investimento finanziario, il ricorso ai canali formali ridurrebbe il rischio che ampi risparmi siano tenuti inoperosi invece di essere utilmente impiegati.
Attrarre le rimesse verso canali formali, amalgamando così gli ingredienti indispensabili a favorire la crescita nel paese d’origine, è possibile attraverso tre tipologie di interventi.
Primo, ridurre le commissioni di invio, che talvolta incidono sino al 25% della somma trasferita. A tale riguardo, la Global Commission on International Migration raccomanda di migliorare le tecnologie di trasferimento, accrescere il livello di sicurezza delle transazioni, aumentare la concorrenza dal lato dell’offerta dei servizi di rimessa, incrementare il grado di trasparenza.
In secondo luogo, occorre introdurre programmi mirati all’istruzione finanziaria degli immigrati – in modo da ampliare il loro accesso al canale bancario, quello generalmente più affidabile e meno costoso.
Infine, più in generale, occorre contrastare l’immigrazione clandestina. L’utilizzo di canali informali e costosi per l’invio delle rimesse è una scelta sostanzialmente obbligata per i migranti clandestini. Anche da un punto di vista meramente economico, parrebbe perciò desiderabile rivedere le politiche di immigrazione in modo da spostare i flussi verso l’immigrazione regolare.
Per approfondire
Chiuri M.C., Coniglio N. e Ferri G (2007), “Le rimesse degli stranieri in Italia”, in Caritas, Immigrazione. Dossier statistico 2007, Roma, Nuova Anterem.
Chiuri M.C., Coniglio N. e Ferri G. (2007) L’esercito degli invisibili: aspetti economici dell’immigrazione clandestina, Bologna, Il Mulino.
World Bank (2006) Global Economic Prospects 2006: Economic Implications of Remittances and Migration, IBRD/World Bank, Washington DC.
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