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Il prezzo della maturità

Ronald Lee, Andrew Mason
La popolazione mondiale raggiungerà quest’anno 7 miliardi di abitanti, e supererà quota 9 nel 2050. Ma più importante ancora è probabilmente il cambiamento nella struttura per età. Tra oggi e il 2050, alla popolazione mondiale si saranno aggiunti circa 1 miliardo di adulti e di 1,25 miliardi di anziani (60+ anni), ma i giovani (fino a 24 anni) resteranno approssimativamente costanti, a 3 miliardi.

Questo processo di invecchiamento ha implicazioni preoccupanti, poiché, in generale, gli anziani non fanno più parte della forza lavoro, e il loro consumo deve essere finanziato in qualche modo: dai membri più giovani delle loro famiglie, dalle pensioni pubbliche, o, privatamente, dai capitali che essi stessi hanno accumulato lavorando. Ma, con l’invecchiamento, il peso dei trasferimenti pubblici o privati rischia di diventare insostenibile, mentre i capitali accumulati sono spesso insufficienti.
L’invecchiamento nel mondo

Nel mondo, il processo di invecchiamento avviene con ritmi diversi:

• Nei paesi a basso reddito, la popolazione in età lavorativa cresce, e sono in diminuzione gli indici di dipendenza totale (che contano la presenza sia di anziani che di bambini). Questa tendenza continuerà ancora per molti decenni, ad esempio in India e nell’Africa sub-sahariana.

• In molte economie emergenti, la quota della popolazione in età lavorativa sta adesso raggiungendo un picco, ma il processo di invecchiamento si farà sentire già dai prossimi decenni.

• Nei paesi più ricchi, invece, sta crescendo il numero degli anziani. La popolazione qui è già invecchiata, ma il peggio deve ancora venire: il rapporto anziani/adulti raddoppierà, o quasi, entro il 2050.
Le tre fasi fondamentali della vita

Come esseri umani, consumiamo dalla nascita fino alla morte, ma produciamo solo per una parte limitata della vita: per lunghi periodi, insomma, consumiamo più di quello che produciamo.

Nella maggior parte dei paesi a basso e medio reddito, il consumo pro capite è relativamente contenuto durante l’infanzia, ma poi cresce e si stabilizza fino alla vecchiaia (fig. 1, parte in alto).

Al contrario, in molti paesi ricchi e con welfare ben sviluppato, il consumo pro capite aumenta fortemente in età più avanzata, particolarmente oltre gli 85 anni di età, a causa delle spese per la salute e per l’assistenza a lungo termine. Nelle nazioni a alto reddito, poi, i lavoratori tendono ad andare in pensione prima, in parte perché possono permetterselo, e in parte per gli incentivi impliciti nei piani pensionistici, nei sistemi fiscali e nel funzionamento del mercato del lavoro.

A livello aggregato, però, bisogna anche tener conto della numerosità della popolazione nelle varie classi di età. E, come si vede dalla fig. 1 (part  in basso), il profilo complessivo del ciclo di consumi e produzione è molto diverso in un paese giovane, come l’India, o in un paese vecchio, come la Germania. Il profilo indiano è dominato dal peso dei bambini, mentre in età più avanzata il deficit è relativamente piccolo, principalmente per lo scarso peso relativo della popolazione anziana. In Germania, invece, il deficit tra produzione e consumo è molto più grande alle età avanzate, più che non alle età giovani: la struttura per età della popolazione è il principale motivo della differenza.
Le implicazioni economiche della transizione demografica[1]  stanno tutte qui. In paesi come l’India, all’inizio del processo, il trasferimento di risorse è principalmente “verso il basso”, dagli adulti ai giovani. Questo avviene tramite una combinazione di trasferimenti familiari, da parte di genitori e nonni, e trasferimenti pubblici, da parte dei contribuenti. Ma nei paesi a basso e medio reddito, pesano di più i trasferimenti familiari: sono le famiglie a sostenere le (grandi) spese che derivano dal dover mantenere una popolazione giovane.

Invece, la fine della transizione demografica è caratterizzata da grandi trasferimenti in favore delle popolazioni anziane. Ma questi flussi sono molto diversi dagli altri flussi, quelli verso i bambini. In primo luogo, la famiglia gioca adesso un ruolo molto limitato, mentre gran parte dei trasferiemnti avviene attraverso il settore pubblico. In secondo luogo, il deficit tra produzione e consumo a questa età può essere anche finanziato da una precedente accumulazione di capitale: piani di pensionamento, risparmi personali, una casa, beni di consumo durevoli, un’attività economica, e così via. I bambini dipendono necessariamente dagli adulti, ma questo non vale per i vecchi.
Dalla demografia all’economia

Lo standard di vita di un paese è direttamente influenzato dai cambiamenti nella struttura per età della sua popolazione. Se il numero di lavoratori (quelli che contribuiscono al reddito nazionale) cresce più rapidamente della popolazione totale (quelli che consumano), lo standard di vita aumenta. Il rapporto tra il numero dei lavoratori e la popolazione totale si chiama tasso di sostegno: più alto è questo rapporto, maggiore è il reddito pro capite, a parità di condizioni.

Fino a poco tempo, i tassi di sostegno sono aumentati nella maggior parte dei paesi, il che ha favorito la loro crescita economica. Ma l’invecchiamento della popolazione fa sì che i tassi di sostegno siano oggi in declino nei paesi ricchi (vedi fig. 2), e questo declino si manifesterà nei prossimi decenni anche in molti paesi poveri.

Tra il 2010 e il 2050, si prevede che il calo nei tassi di sostegno ridurrà la crescita economica annua: dello 0,7% in Giappone, Germania e Spagna e dello 0,8% a Taiwan. Negli Stati Uniti, che invecchiano più lentamente grazie alla loro maggiore fecondità, al forte afflusso netto di immigrati, e anche alla più bassa durata media della vita, l’effetto negativo dovrebbe essere solo dello 0,3%.

Ma gli effetti demografici si sentiranno anche in Cina: tra il 1972 e il 2012 il tasso di sostegno è aumento dello 0,8% per cento annuo, ma tra il 2012 e il 2050 si prevede invece un calo pari allo 0,4 per cento annuo.

In molti paesi poveri, invece, dove il declino della fecondità è iniziato più tardi ed è stato più lento, i tassi di sostegno sono ancora in aumento e contribuiscono alla crescita economica. In India, per esempio, il tasso di sostegno continuerà ad aumentare fino al 2040, con stimolo positivo alla crescita del reddito pro capite stimabile in un intorno dello 0,2 per cento l’anno.
Chi pagherà il prezzo?

Il costo dell’invecchiamento dipende molto da come sono finanziati consumi della vecchiaia: se ritardando il pensionamento, gravando di più sulla famiglia o sui trasferimenti pubblici, o risparmiando di più e quindi accumulando più capitale durante la vita lavorativa.

Dove ci si basa soprattutto sui trasferimenti, gli anziani sono effettivamente “un peso”. Ma ci sono vari modi per alleggerire questo peso. Uno è, ovviamente, allungare la vita attiva. Affidarsi a questo solo meccanismo, però, soprattutto nei paesi ricchi (e invecchiati), richiederebbe spostamenti dell’età pensionabile molto accentuati, in alcuni casi anche di 8 anni, da qui al 2050. Non ci si può quindi affidare a questo solo strumento, pur se anch’esso potrà dare il suo contributo alla soluzione del problema.

Il miglior modo di contrastare gli effetti economici negativi dell’invecchiamento è far sì che il consumo degli anziani sia finanziato principalmente grazie all’accumulo dei loro stessi risparmi durante la vita attiva. Questo meccanismo fa aumentare il risparmio e quindi di capitale per ogni individuo, e, a livello aggregato, incrementa la dotazione di capitale del paese. Ciò dà un prezioso stimolo all’economia, aumentando, tra l’altro, la produttività del lavoro. Questa possibilità – l’aumento dell’intensità di capitale in un’economia con popolazione che invecchia  – è ben descritta dall’espressione secondo dividendo demografico.[2]

La terza strada da sfruttare è quella di un aumento degli investimenti nel capitale umano dei lavoratori. La bassa fecondità è stato il principale fattore di invecchiamento della popolazione, ma un minor numero di bambini può andare di pari passo con un aumento degli investimenti, pubblici e privati, ​​nel capitale umano dei giovani. Con la transizione demografica ci sono meno lavoratori, ma ognuno di essi può diventare più produttivo.

In conclusione: l’invecchiamento della popolazione costituisce certamente una sfida per i bilanci pubblici, e spesso anche per quelli privati (delle famiglie), ma con una combinazione di azioni (riduzione dei consumi degli anziani, rinvio del pensionamento, maggiori risparmi e formazione di capitale, e maggiori investimenti in capitale umano) dovrebbe essere possibile far fronte a questa sfida senza conseguenze catastrofiche.


[1] Diminuzione della fecondità e della mortalità , con rallentamento della crescita della popolazione, ma invecchiamento.

[2] Il primo dividendo demografico, in una transizione demografica, è dato dalla fase storica durante la quale la diminuzione del peso relativo dei bambini (per il calo della fecondità) non è ancora annullata dall’aumento del peso realtivo degli anziani.

Per saperne di più

Gruber J.,  Wise D.A. (1999) “Introduction and Summary,” Social Security and Retirement around the World, ed. by J. Gruber and D.A. Wise (Chicago: University of Chicago Press), pp. 437–474.

Lee R., Mason A. (in stampa) Population Aging and the Generational Economy (Cheltenham and New York: Edward Elgar).

Lee R., Mason A. (2010) “Some Macroeconomic Aspects of Global Population Aging,” Demography, No. 47, Special Supplement, pp. S151–S172.

United Nations (2009) World Population Ageing, Department of Economic and Social Affairs, Population Division, Working Paper ESA/P/WP/212 (New York).

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