• Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Il peso elettorale dei sedicenni (*)

Alessandro Rosina

L’Austria sarà il primo paese in Europa ad abbassare il voto ai 16 anni. Anche in Italia si sta discutendo di legge elettorale. I motivi che hanno spinto il governo austriaco al “rivoluzionario” cambiamento valgono ancor di più per il nostro paese. Ma le trasformazioni demografiche in atto sono tali che anche un allargamento così significativo dell’elettorato giovanile avrebbe di fatto solo un valore simbolico. Costituirebbe però un primo passo importante nella direzione auspicata di valorizzare maggiormente le nuove generazioni.

I numeri del rapporto tra generazioni
L’invecchiamento della popolazione sta alterando profondamente i rapporti tra le generazioni, con ripercussioni anche sul peso elettorale, in modo del tutto inedito nella storia dei paesi democratici. Il nostro paese sarà quello che per primo sperimenterà il sorpasso della fascia di elettorato più anziana (65 ed oltre) su quella più giovane (under 35). Un evento che si sta producendo proprio in questi anni (Figura 1). Il divario tra le due fasce di età è inoltre destinato nei prossimi decenni ad accentuarsi ancor più che altrove. Se oggi la situazione è ancora di sostanziale equilibrio, entro il 2020 l’elettorato under 35 si troverà con oltre tre milioni di unità in meno rispetto a quello di 65 anni e più. Se si abbassasse a 16 anni il diritto al voto, la differenza – sempre nel 2020 – rimarrebbe comunque sopra i due milioni, compensando quindi solo parzialmente il divario. Se poi ci si sposta più avanti nel tempo lo squilibrio generazionale diventa imponente: se oggi il voto dei giovani ha lo stesso peso di quello degli anziani, da qui al 2045 il peso dei primi si ridurrà ad essere la metà di quello dei secondi. L’impatto delle dinamiche demografiche sarà tale che anche l’aver abbassato a 16 anni l’età al voto produrrà un’incidenza molto modesta sul divario complessivo (Figura 2).
Una misura di impatto limitato, ma di alto valore simbolico
I dati implacabili del processo di invecchiamento in atto fanno ben capire come la scelta di portare a 16 anni l’età degli elettori possa avere un effetto apprezzabile solo nel breve periodo. Dato però che le elezioni sempre più spesso si vincono per pochi voti, la decisione di dare più peso all’elettorato più giovane costringerebbe forse la politica a svecchiarsi e a dedicare maggiore attenzione alle nuove generazioni.
L’Italia è un paese che finora ha scarsamente investito sui giovani e quindi anche sul proprio futuro. Come è stato ripetutamente evidenziato, la riforma delle pensioni è carente soprattutto in termini di equità generazionale (si veda, tra gli altri, il recente intervento di Vincenzo Galasso: “Pensioni: per i giovani il futuro è adesso”, www.lavoce.info). Una riforma del mercato del lavoro non accompagnata da opportuni ammortizzatori sociali, ha reso più precari i percorsi lavorativi: i giovani italiani sono quelli che presentano, rispetto ai coetanei degli altri grandi paesi occidentali, tassi di occupazione più bassa, salari di ingresso in media più ridotti, più lunga dipendenza economica dai genitori e una età più tardiva di formazione di una propria famiglia (si veda, tra gli altri, il nostro articolo: “Com’è difficile essere giovani in Italia“, www.lavoce.info, e quello di Rosolia e Torrini su www.neodemos.it). Siamo del resto il paese che destina la maggior quota di spesa per protezione sociale verso le generazioni più anziane. Inoltre, la classe politica italiana è già attualmente una di quelle con maggior tasso di gerontocrazia del mondo occidentale (si veda il contributo di Gianluca Violante: “La repubblica della terza età”, www.lavoce.info).
Il fatto che l’attuale dibattito sulla riforma della legge elettorale sia centrato soprattutto sul peso da dare ai partitini e non tenga per nulla conto di come si ridurrà invece nei prossimi decenni il peso delle più giovani generazioni, è un segno evidente di come la politica italiana continui a ragionare con vecchie logiche invece di cogliere le vere sfide delle trasformazioni in atto.
(*) L’articolo è presente anche su www.lavoce.info
image_pdfimage_print