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Il declino dell’Italia (*)

Gustavo De Santis

L’Italia è un paese in declino. Lo è certamente in termini relativi: se si prendono, per esempio, i dati Eurostat si può costruire la figura 1, che mostra, dal 1994 a oggi, l’evoluzione del reddito procapite italiano in rapporto al reddito procapite della media dei paesi EU-27. Un bel calo in pochi anni, che, incidentalmente, costituisce la peggior prestazione di tutta l’area EU-27. 

 
Recentemente il declino economico italiano è stato tale anche in termini assoluti (v. per esempio http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002204.html), per effetto della recessione del 2008. Però, mentre la recessione ha colpito tutto il mondo, e in ogni paese si può dire "Non è colpa nostra", che scuse  possiamo accampare noi italiani per un declino relativo che dura almeno dal 1994?

Al mal de quien la causa no se sabe ….
"… milagro es acertar la medicina" (scriveva Cervantes già nel 1605 – insieme al resto del Don Quijote de la Mancha). Ora, chissà se nel 1994 sono successe cose particolari, la cui importanza ci è magari sfuggita lì per lì, che giustifichino questa prestazione disastrosa: chi ha tempo e voglia può andare a rinfrescarsi la memoria di quell’anno, per esempio su wikipedia.
Ma è anche possibile che il 1994, da cui attualmente comincia la serie storica Eurostat, non sia un anno particolarmente significativo, e che le cause dell’arretramento vadano ricercate altrove, o almeno anche altrove. Qui la fantasia di ognuno di noi può sbizzarrirsi, e io, ovviamente, non ho la risposta.
Ritengo però che, tra le cause del forte declino relativo del paese, sia da annoverare anche la preoccupante situazione dei conti previdenziali. L’Istat ha meritoriamente pubblicato, lo scorso anno, il volume "I bilanci consuntivi degli enti previdenziali dal 1999 al 2007": le dimensioni dell’opera, e lo stesso titolo per il vero, ne scoraggiano la lettura, ma il contenuto resta nondimeno illuminante.
Vediamo le informazioni principali, ricordando che riguardano non un solo ente (come ad es. l’INPS), ma l’intero comparto previdenziale, pubblico e privato. Ebbene: la spesa previdenziale assorbiva, nel 2007, 280 miliardi di Euro, pari a circa il 15% del PIL – il valore più alto in Europa (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/social_protection/data/main_tables) e nel mondo. La maggior parte di questa spesa va in previdenza (235 miliardi nel 2007): le restanti voci di uscita sono essenzialmente per assistenza (22 miliardi) e per la "gestione", cioè personale, affitti, consulenze e altre spese di amministrazione (22 miliardi).
Che il comparto non possa coprire le spese complessive con i soli contributi, visto che fa anche opera di assistenza, è comprensibile. Ma quel che mi pare non sia abbastanza sufficientemente noto e dibattuto è che i contributi non coprono neppure le spese per le prestazioni previdenziali: in effetti coprono solo l’80% circa (v. prospetto 10 del citato volume Istat). Il resto (cioè il 20% di 235 miliardi, e già sono 47 miliardi di euro, ogni anno, più le spese per assistenza più le spese di gestione) arriva per trasferimenti dall’erario, per un totale di circa 80 miliardi euro.
Non è una situazione transitoria: siamo da molti anni in questo deficit strutturale. E le prospettive non sono buone: alzare le aliquote contributive, che sono già le più elevate del mondo, appare fuori questione. Si possono impoverire le pensioni: la riforma Dini agisce in questo senso, con il (lentissimo!) passaggio al sistema contributivo e, dal primo gennaio del 2010, con l’abbassamento dei coefficienti di trasformazione[1]. Ma soprattutto si può e si deve alzare l’età pensionabile. Anche in Italia lo faremo, a partire dal 2015, in collegamento con l’allungamento della durata media della vita, pur se il come ancora non è chiaro.
 
Wishful thinking
Poi, certo, si può pensare anche a altri interventi, utili in sé e utili anche per il sistema previdenziale: stimolare l’occupazione giovanile, che in Italia è bassa e "difficile" (con alta disoccupazione, e modesti salari di ingresso; v. Alfonso Rosolia e Roberto Torrini, Il divario generazionale, Neodemos, 17/04/2007); aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, abbattendo gli ostacoli che a essa si frappongono (v. Alessandro Rosina, La complessa conciliazione tra lavoro e famiglia nelle piccole imprese, Neodemos, 11/03/2010); incorporare meglio (e non al nero) gli stranieri che ci sono e che potrebbero ancora entrare (v. Massimo Livi Bacci, L’immigrazione di carta, Neodemos, 22/12/2010). Ma queste sono cose complesse: quand’anche ci fosse la volontà politica di intervenire su questi campi e nel senso indicato, i risultati non sarebbero rapidi.

 
Intanto però, per effetto del boom delle nascite degli anni ’60, e da allora in poi, poi del calo della fecondità, il peso degli ultrasessantaciquenni sul totale della popolazione appare destinato a crescere ancora, e molto, nel corso dei prossimi anni (fig. 2), con un costo, molto sensibile, destinato a ricadere sulla collettività e, probabilmente, a peggiorare ancora un po’ la nostra posizione relativa in Europa.
 
Il privato ci salverà?
Vi è, in questo periodo, la diffusa convinzione che, privatizzando, le cose vadano meglio. Ma è proprio così? In molti casi, non sembra. Il sistema previdenziale pubblico almeno un grosso vantaggio rispetto ai sistemi privati lo ha: la relativamente bassa quota di spese per gestione (personale, affitti, ecc.) rispetto al totale delle somme trattate. La si può misurare con il cd. "tasso di impegno per prestazioni", che, nella parole dell’Istat (p. 21) "evidenzia quanta parte del complesso delle spese correnti sia destinata alla mission istituzionale degli enti previdenziali: l’erogazione di prestazioni sociali." Dal Prospetto 13 del volume Istat si vede che gli enti complementari e gli enti che forniscono "altre assicurazioni" (cioè essenzialmente i privati) hanno i valori peggiori, cioè più bassi, pari rispettivamente all’80 e al 75%. Gli enti (pubblici) di base, quelli che erogano prestazioni Ivs, hanno i valori migliori, e il 92% di quello che spendono va in prestazioni.
Valori migliori degli altri, sì, ma con una tendenza al peggioramento: nel 1999, solo il 4% circa del giro d’affari degli enti previdenziali di base se ne andava in spese di gestione, ma nel 2007, come si è detto, questa quota era arrivata quasi all’8%. E’ vero che dietro vi è un notevole sforzo, da parte dell’INPS, per esempio, di migliorare i servizi, rendendo disponibile online la situazione contributiva di ciascuno dei contribuenti, ma la tendenza appare nondimeno preoccupante.
Un piccolo peggioramento contingente, una situazione corrente grave, un futuro a tinte fosche: e il paese, chissà di cosa si occupa, dal 1994 a oggi …
 


[1] Con il meccanismo della Dini, si cumulano, rivalutandoli i versamenti previdenziali effettuati nel corso dell’interva vita lavorativa. Al momento del pensionamento questo capitale (poniamo, per semplicità, 100 mila Euro) viene trasformato in pagamenti annuali, dividendo per il numero di anni che restano, presumibilmente da vivere. Se si prevede che il neopensionato debba vivere ancora per, poniamo, 20 anni, si divide il capitale virtuale (100 mila) per 20 (anni), e si ottiene la pensione annuale (5 mila euro, in questo esempio). Anziché dividere per 20, si può, ed è la stessa cosa, moltiplicare per 0,05, che è il cosiddetto coefficiente (moltiplicativo) di trasformazione. Se vive più a lungo da pensionati, il coefficiente si abbassa e, a parità di capitale accumulato, la pensione annuale (e quindi anche mensile) risulta più bassa. Per un confronto tra i coefficienti prima e dopo i l1° gennaio 2010, v. ad esempio, http://www.gazzettadellavoro.com/pensionati-piu-poveri/8372/ .
 
(*) l’articolo e’ presente anche su www.nelmerito.com
 

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