• Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

      • Geodemografia 2019. Quindici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

I rifiuti urbani: produzione, prevenzione e raccolta differenziata

Saverio Doccini
La produzione dei rifiuti urbani è salita costantemente dal dopoguerra ad oggi, in Italia come in tutti i paesi industrializzati, ma il problema è emerso con una certa forza solo in tempi recenti a causa dei crescenti territori destinati alle discariche, soluzione fino a poco tempo fa egemone nel campo dei rifiuti. Le cose sono cominciate a cambiare decisamente solo da quando l’Unione Europea è diventata parte attiva in materia: dagli anni ottanta in poi, con l’emergere di scandali legati alle modalità di smaltimento dei rifiuti, sono state emanate varie direttive, di cui le più importanti sono quella del 1996 sulla prevenzione e riduzione dell’inquinamento (IPPC), quella del 2000 sull’incenerimento dei rifiuti e quella del 2001 sulle discariche.
Soldi e strategie
La prima strategia adottata dall’Unione Europea è stata quella di fissare una percentuale minima di raccolta differenziata degli imballaggi provenienti dai rifiuti urbani. Questa strategia aveva, ed ha, il proprio fulcro nella consapevolezza che produrre materie prime da rifiuti differenziati è meno costoso rispetto al costo della materie prime vergini, oltre ai minori impatti ambientali.
Vi era pertanto un problema organizzativo e monetario per avviare questa strategia, che è stato impostato così: ogni stato istituisce un Consorzio Nazionale degli Imballaggi (in Italia: Conai), all’interno del Consorzio Nazionale sono stati istituiti Consorzi di Filiera per ogni materiale: per esempio Coreve per il vetro, Corepla per la plastica, Comieco per la carta ecc. Ogni produttore o commercializzatore di imballaggi deve obbligatoriamente associarsi al relativo consorzio di filiera e pagare una certa somma per ogni tonnellata di imballaggi immessa al consumo. I consorzi garantiscono ai comuni il ritiro dei rifiuti selezionati oltre al pagamento di un corrispettivo per ogni tonnellata di rifiuto differenziato. L’ammontare del corrispettivo viene fissato ogni 4 anni dall’accordo Conai-Anci (Associazione dei comuni italiani). Successivamente, i materiali differenziati vengono venduti dai Consorzi come materia prima alle industrie per il riciclaggio  (anche se è più corretto parlare di materia prima seconda per differenziarla dalle materie prime vergini).
Questo meccanismo è però solo una parte del più ampio approccio dell’Unione Europea alla gestione dei rifiuti, che prevede la seguente gerarchia di interventi: 1) prevenzione (cioè: evitare la formazione dei rifiuti), 2) riutilizzo, 3) riciclaggio, 4) recupero energetico e, 5) smaltimento.
La gestione dei rifiuti, in Italia e anche in Europa, ha posto l’accento soprattutto sulle ultime tre attività (riciclaggio, recupero energetico e smaltimento), ma poco è stato fatto sulle prime due, che sono anche le più importanti: prevenzione e riutilizzo. Quest’ultimo, poi, ha avuto la sorte più avversa, perché, per problemi igienici e logistici, è rimasto confinato a bar, ristoranti (acqua minerale in vetro) e a qualche supermercato (flaconi di detergenti).
Prevenire è meglio che curare
Ma è la prevenzione, insieme al riciclaggio, il punto focale della legislazione europea, come stabilito dalla ultima direttiva in materia, la 98/2008. Questa strategia è perseguita in due modi principali: a) una politica di “progettazione ecologica” dei prodotti, per ridurre sia la produzione dei rifiuti, sia  la presenza di sostanze nocive in essi; b) misure economiche volte a favorire l’utilizzo di prodotti sostenibili (riutilizzabili e riciclabili) e a promuovere l’uso efficiente delle risorse. Per raggiungere questi obiettivi si sta affermando un indicatore denominato LCA (life cycle assessment o valutazione del ciclo di vita), che è un metodo oggettivo di valutazione e quantificazione dei carichi energetici ed ambientali e degli impatti potenziali associati ad un prodotto (o a un’attività) lungo l’intero ciclo di vita, dal reperimento delle materie prime fino allo smaltimento. Una prima conseguenza di tale approccio dovrebbe essere la fissazione di una durata minima dei beni durevoli: per esempio in sede europea si potrebbe decidere che chiunque produca o importa frigoriferi in Europa debba garantire, allo stesso prezzo, 5 anni di garanzia totale. Questa strategia è già stata applicata con un certo successo per ridurre il fabbisogno energetico domestico (lampadine a basso consumo, categorie di efficienza per gli elettrodomestici).
Tre Italie (anche nei rifiuti)
In materia di raccolta differenziata, l’Italia può essere divisa in 3 parti: da nord verso sud, la quota di raccolta differenziata è via via minore, anche se il trend appare ovunque in (lenta) crescita (fig. 1). Gli ottimi risultati del nord derivano principalmente dal metodo di raccolta domiciliare, contro il metodo dei cassonetti stradali adottati nel resto dell’Italia. E’ quel che rivela il rapporto “comuni ricicloni 2009”, cioè i comuni che nel 2008 hanno superato l’obiettivo del 45% di raccolta differenziata: in classifica sono entrati 1.280 comuni, di cui ben 1.112 al nord, 41 al centro e 127 al sud, e tutti utilizzavano largamente il metodo di raccolta domiciliare.

Ciò, incidentalmente, dimostra anche che la situazione non è immodificabile, neppure là dove oggi appare negativa (ad es., al sud): sia pure a macchia di leopardo, già ora esistono diverse realtà comunali in linea con gli standard nazionali ed europei, un po’ in tutte le zone d’Italia.

La raccolta domiciliare, inoltre, costituisce un potente stimolo per la prevenzione: se occorre tenere in casa i rifiuti, sia pure solo per qualche giorno, si diventa di colpo più consapevoli del quotidiano spreco di risorse, e questo dovrebbe limitare l’acquisto di prodotti inutili e con troppi imballaggi.
La raccolta domiciliare necessita di maggior coinvolgimento e partecipazione da parte dei cittadini. Non è facile certo, ma ci si può riuscire, soprattutto se ci si comincerà a rendere conto della riduzione dei costi che ciò comporta: il rifiuto indifferenziato va smaltito, ed è una spesa; il rifiuto differenziato, invece, rappresenta un ricavo.
Dalla raccolta differenziata al riciclaggio
L’ultima Direttiva europea in materia di rifiuti, la 98/2008, si è posta obiettivi più ambiziosi: da percentuali minime di raccolta differenziata a percentuali minime di riciclaggio. Questo è un passaggio fondamentale in materia di tutela dell’ambiente, perché la raccolta differenziata è soltanto l’inizio di un processo che deve concludersi con il riciclaggio. Anche in questo caso l’Italia si presenta divisa: al nord ed in parte del centro, esiste una filiera che consente, già oggi, il riciclo dei rifiuti differenziati, mentre in gran parte del sud, come in Sicilia, Campania e Calabria gli impianti per la selezione e per il riciclaggio sono completamente assenti.
image_pdfimage_print