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I quattro megacambiamenti demografici mondiali

Gustavo De Santis

Sull’ultimo numero di Foreign Affairs, Jack Goldstone ha pubblicato un articolo dal titolo provocatorio (“La nuova bomba demografica. I 4 megacambiamenti demografici che cambieranno il mondo”), e dai contenuti allarmistici (http://www.foreignaffairs.com/articles/65735/jack-a-goldstone/the-new-population-bomb). Di cosa parla?

 

La nuova bomba

Nel 1968, uscì The population bomb, di Paul Ehrlich, un libro diventato rapidamente famoso, in cui si prevedeva, a relativamente breve termine, la fine del mondo, a causa dell’eccessiva crescita demografica (allora pari a circa il 2% annuo), largamente superiore alla capacità di sostentamento del pianeta. La previsione, che fece molto scalpore all’epoca, è oggi ricordata soprattutto come uno dei tanti esempi di errore dei “catasfrofisti”, sempre pronti a lanciare allarmi, apparentemente anche ben documentati, ma fondamentalmente infondati.

Jack Goldstone richiama esplicitamente quel testo, per far risaltare con più forza il cambio di prospettiva. Le minacce di allora sembrano svanite nel nulla, ma altre, non minori, si profilano oggi all’orizzonte – anzi, sono già tra noi. Quali sono? Vediamole in sintesi:

1) Europa e Nord America peseranno sempre meno nel mondo. Erano arrivate a contare un terzo della popolazione mondiale (nel 1913) e due terzi del Pil (nel 950). Ma nel 2050, dei circa 9 miliardi di abitanti della popolazione mondiale, prevedibilmente arrivata ormai al suo massimo (contro meno di 7 miliardi oggi), quelli di Europa e Nord America, insieme, peseranno per appena il 12%, e produrranno solo il 30% della ricchezza mondiale. Il potere dei numeri e dei soldi, e quindi anche quello politico e militare, stanno passando di mano, e neppure troppo lentamente.

2) L’invecchiamento della popolazione nei paesi oggi ricchi creerà nuovi problemi o esaspererà quelli esistenti: quando gli ultrasessantenni supereranno la popolazione di 15-59 anni (che dovrebbe in teoria lavorare per pagare le pensioni), il sistema previdenziale scoppierà: è il caso previsto per la Corea del Sud verso il 2050, e, con punte un po’ meno accentuate, anche per tanti altri paesi, soprattutto per quelli che di recente hanno bruscamente frenato la loro fecondità, Cina in testa. E anche se si cercherà di porre rimedio, per esempio innalzando l’età pensionabile, avremo pur sempre a che fare con una forza lavoro invecchiata (quindi meno produttiva e innovativa, ma più costosa), e con spese sanitarie potenzialmente esplosive (v. anche Dove va la spesa sanitaria? Impatto demografico ma non solo, Nicola Salerno).

3) La popolazione giovane crescerà essenzialmente nei paesi più poveri, che però non sempre in grado di offrire adeguata istruzione e adeguati sbocchi lavorativi, e dove talvolta attecchiscono le correnti musulmane più radicali. Questa combinazione è pericolosa: è vero che l’emigrazione allevierà in parte la tensione, ma il risentimento verso il mondo occidentale (e verso gli USA in particolare), spesso presente già oggi, potrebbe crescere e portare all’esplosione di nuovi conflitti, forse non solo su scala locale.

4) La popolazione urbana è in aumento in tutto il mondo, e proprio in questi anni sta superando per numero la popolazione che vive in campagna (v. anche Nuove stime della popolazione urbana e rurale distribuita per sesso e per età, 1950-2005, Jorge Bravo & Giacomo Sbrana). E’ un fenomeno che riguarda soprattutto i paesi più poveri, dove già oggi si trovano i più grandi agglomerati urbani (Mumbai, Città del Messico, Nuova Dehli, Shangai, Calcutta … tutti compresi tra i 15 e i 20 milioni di abitanti), che sono proprio quelli con i maggiori problemi di igiene, degrado, violenza, disordini, rivolte, estremismo politico, e via dicendo.

 

Che fare?

Goldstone individua alcune conseguenze che derivano da queste grandi e in gran parte inevitabili tendenze. Un primo blocco di esse verte essenzialmente intorno al problema demo-politico di chi governa oggi e chi governerà domani il mondo. La questione è in fondo semplice: si creano strutture basate su una certa realtà (es. il G8, la Nato, ecc.), ma poi la realtà cambia, anche rapidamente, e le strutture, che rimangono, cessano di essere rappresentative, e si rivelano quindi inadatte a risolvere i problemi. Ed è a questo punto che la situazione si fa pericolosa, perché non ci si riconosce più nei luoghi deputati alla mediazione dei diversi interessi.

Un secondo blocco di questioni riguarda le politiche (latamente) demografiche dei singoli paesi – e qui, come un po’ in tutto l’articolo, la prospettiva è quella occidentale. Alcuni consigli sono un po’ scontati: sostenere la fecondità nei paesi ricchi, per arginare l’invecchiamento, e aprire le frontiere a un certo flusso controllato di immigrazione di giovani lavoratori. L’ultima idea è più originale (ma anche molto meno realizzabile, su larga scala): incoraggiare gli anziani a passare le ultime fasi della loro vita nei paesi (oggi) poveri. Questo creerebbe posti di lavoro dove ce n’è più bisogno, e consentirebbe anche di risparmiare un po’ sui costi di cura, presumibilmente meno cari in Tailandia che non negli Stati Uniti, ad esempio.

 

Permanenze e cambiamenti

Le popolazioni cambiano lentamente, e in maniera relativamente prevedibile, e questo è un bene, perché i segnali di allarme possano essere lanciati e colti per tempo. E così è anche in questo caso, al punto che nessuno dei macrocambiamenti segnalati da Goldstone è originale. Il declino relativo del mondo occidentale, (v. ad esempio Sartori, i demografi, la sovrappopolazione, Andrea Furcht), ma forse è anche giusto dire che non si tratta di un peggioramento per l’umanità tout court: solo per una parte di essa (quella oggi ricca), a vantaggio di un’altra (quella oggi povera), e come tale non andrebbe messo sullo stesso piano delle altre questioni.

Tutte le altre minacce sono rilevanti, ma ampiamente note, e dibattute, come ho cercato dimostrare con qualche citazione, anche su Neodemos. Detto questo, la lettura dell’articolo di Goldstone non è tempo perso: è utile per ricordarci i problemi che abbiamo davanti. Ma forse è utile soprattutto perché ci dovrebbe far riflettere sul fatto che la nostra rappresentazione del mondo – anche nelle questioni demografiche – è molto più basata su dati vecchi e su pregiudizi che non sulla realtà.

Ma le cose cambiano, e anche rapidamente se valutate nella loro giusta scala temporale, e gli imperdibili video di Hans Rosling (per es. http://www.gapminder.org/videos/ted-talks/hans-rosling-ted-2006-debunking-myths-about-the-third-world/), sono lì a ricordarcelo.

 

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