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I confini tra il mondo povero e quello ricco

Andrea Stuppini

Secondo alcuni studiosi il processo di globalizzazione, soprattutto attraverso l’ascesa delle economie emergenti, sta riducendo le disuguaglianze tra le nazioni ma le aumenta tra i ceti sociali, soprattutto nei paesi avanzati. Branko Milanovic, lead economist della Banca mondiale di Washington, ha calcolato tuttavia che circa i due terzi delle differenze di reddito nel mondo sono dovuti al paese in cui uno vive e che ciò alimenta le migrazioni che vanno considerate un fenomeno strutturale. In una conversazione con Danilo Taino del Corriere della sera1 egli ha individuato alcuni punti di contatto in cui paesi poveri e paesi ricchi sono vicini, per confine terrestre o braccio di mare: in tutti questi punti ci sono muri, mine, fili spinati, guardacoste. “Il mondo ricco si sta recintando” afferma Milanovic.

Muri e barriere: i punti critici del mondo
Proviamo ad individuare queste aree di doloroso contatto e contrasto,  nella consapevolezza che questa geografia cambia nel tempo. Nel continente americano l’area cruciale è rappresentata dal confine tra Stati Uniti e Messico, particolarmente nel tratto occidentale non demarcato dal Rio Grande. Se la crescita economica messicana continuerà, in futuro acquisirà importanza anche il confine tra Messico e Guatemala. Il film messicano “La gabbia dorata” descrive bene questo percorso verso nord. Tra Africa ed Europa ben conosciamo i tre punti di accesso mediterranei. Le enclaves spagnole di Ceuta e Melilla in Marocco sono periodicamente prese d’assalto da migranti provenienti dai paesi a sud del Sahara,  e sono state recentemente di nuovo recintate. In precedenza, i flussi si dirigevano verso le isole Canarie, poi “protette”, a partire dal 2008, da un imponente sistema di controlli. Lampedusa resta il punto di accesso centrale nel Mediterraneo, anche se con la tecnica delle ‘navi madre’ (che si fermano al limite delle acque territoriali , facendo proseguire i migranti su imbarcazioni più piccole) è ora possibile approdare direttamente in Sicilia o sul continente.

Tra Grecia e Turchia il confine più presidiato è quello del fiume Evros, largo venti metri e con un numero di transiti spesso superiore a quello di Lampedusa; nel corso di quest’anno l’aumento della sorveglianza sul fiume, e la costruzione di una barriera di 10,5 chilometri lungo un tratto di confine non segnato dal fiume, ha in parte deviato i flussi migratori da un lato verso la Bulgaria e dall’altro verso le isole dell’Egeo. L’annunciato potenziamento di Frontex si concentrerà soprattutto su questi tre punti ma anche sul confine orientale della Polonia. In Asia va ricordato il muro tra i territori palestinesi e quello israeliano, che dovrebbe svolgere anche una funzione antiterrorismo. Della invalicabilità del confine tra le due  Coree, presidiato militarmente da sessant’anni, sono responsabili più le scelte politiche che non le motivazioni economiche e sociali. Una imponente opera di fortificazione è in atto presso il confine tra India e Bangladesh che condividono una frontiera comune di 3.900 chilometri; di questi circa il 70% è coperto da una rete di filo spinato elettrificato eretta dalle autorità indiane per proteggere il proprio territorio da migranti indesiderati, opera resa più difficile dalla presenza di numerose enclaves. Un sistema di protezione è presente anche al confine tra Arabia Saudita e Yemen per frenare il transito dai poverissimi paesi del Corno d’Africa verso quelli ricchissimi del Golfo Persico. All’estremità orientale del Borneo è in costruzione una barriera di 5 km, sul confine tra Indonesia e Malaysia dopo che, all’inizio del 2013, militanti armati islamici provenienti da alcune isole meridionali delle Filippine erano sbarcati sulla costa malaysiana.

Australia: “outsourcing” dei drammi migratori e la “Pacific solution”
Una variante della politica delle barriere è quella dell’outsourcing degli inconvenienti che l’immigrazione arreca al paese di arrivo, anche se l’immigrato è un richiedente asilo. E’ quel che avviene nell’isola Christmas, parte dell’Australia ma più vicina alle coste dell’Indonesia, e meta di sbarchi di migranti irregolari, in gran parte richiedenti asilo. Qualche anno fa il governo australiano ha approvato una legge che definisce una sorta di extraterritorialità dell’isola, rifiutando così a chi vi sbarca il diritto di presentare domanda di asilo in Australia, nel tentativo di scoraggiare viaggi di questo tipo. Inoltre, attraverso la cosiddetta “Pacific solution” l’Australia ha finanziato due centri di identificazione e detenzione al di fuori delle proprie acque territoriali, nelle isole di Manus (appartenente a Papua Nuova Guinea) e di Nauru (lo Stato indipendente con il minor numero di abitanti al mondo, dopo il Vaticano), al fine di inviarvi migranti “privi di visto” sbarcati sul proprio territorio. Nata nel 2001 con Howard, interrotta  nel 2008 da Rudd e poi riproposta nel 2012 da Gillard questa politica è stata condivisa tanto dai governi liberali che da una parte di quelli laburisti. Queste soluzioni appaiono però in contrasto con i principi della Convenzione di Ginevra che impone agli Stati firmatari il dovere dell’accoglienza dei migranti discriminati, perseguitati o in situazioni di pericolo negli Stati di appartenenza.

Protezione dei confini o muri?
Le soluzioni adottate su scala mondiale sono assai diversificate, ma una tendenza alla protezione dei confini che si realizza sotto forma della loro fortificazione da parte dei paesi relativamente più ricchi è chiaramente riscontrabile. Al di là delle considerazioni di natura etica, politica e giuridica,  l’efficacia di questi strumenti di protezione è controversa. Inoltre, l’erezione di barriere, o difese, invalicabili induce i migranti più disperati ad intraprendere percorsi più rischiosi. E’ quanto avviene al confine tra Messico e Stati Uniti, e nel Mediterraneo, dove è stata creata una  fitta trama di intercettazioni alla partenza o in mare.   Gli oltre ventimila morti nelle traversate mediterranee, e le molte migliaia di vittime nella traversata del confine Messico-USA ne sono la tragica testimonianza. Nonostante la crisi e il diffondersi delle barriere, il flusso internazionale delle migrazioni non sembra in diminuzione,  anche se non è da escludersi che la fortificazione dei confini svolga un ruolo deterrente, soprattutto in alcune situazioni locali.

1 – Danilo Taino, Proletari del mondo diversamente poveri, Corriere della Sera, 3-11-2013. Si veda anche Branko Milanovic, Chi ha e chi non ha. Storie di disuguaglianze, Il Mulino, Bologna, 2012. Ringrazio Danilo Taino per alcune cortesi indicazioni.

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