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I cinque volti dell’immigrazione

Andrea Stuppini

Gli immigrati non sono tutti uguali: l’immigrazione in Italia si sta articolando e diversificando sempre più. Per quanto la storia di questo importante fenomeno sia nel nostro paese relativamente recente, esso ha subito profonde trasformazioni interne nel corso dell’ultimo decennio.

 

Un fenomeno in crescita e in trasformazione

Da un milione circa di stranieri presenti in Italia nel 1999, siamo passati ai circa quattro milioni odierni (in attesa dei dati della regolarizzazione delle badanti); la componente femminile ha ormai superato quella maschile; l’età media è ancora molto giovane (meno di 31 anni, rispetto ai 45 degli italiani), e i paesi di provenienza restano estremamente eterogenei, con una crescita dell’Europa Orientale negli ultimi anni, e particolarmente della Romania dopo il 2007.

Questi mutamenti sono abbastanza conosciuti, sia per gli aspetti che accomunano il fenomeno migratorio in Italia a quello degli altri Paesi europei, sia per quelli che lo differenziano. Ma trasformazioni altrettanto importanti sono quelle che sembrano testimoniare un avanzamento del processo di integrazione o quantomeno di stabilizzazione e che vanno nella direzione opposta a quello dei “lavoratori ospiti” che forse era auspicata dal legislatore della Legge 189/2002.

Si tratta di cambiamenti che derivano da una permanenza più o meno prolungata o che segnalano trasformazioni nella condizione giuridica dello straniero. Pur tralasciando figure non trascurabili, come ad esempio i richiedenti asilo, le vittime di tratta o il fenomeno della clandestinità, alimentato dall’ampiezza dell’economia sommersa, si possono individuare cinque tipologie principali di stranieri: vediamole.

 

Cinque tipologie

1) Innanzitutto ci sono coloro che erano stranieri, ma che hanno acquisito la cittadinanza italiana dopo dieci anni di residenza o, più frequentemente, per aver sposato un/a cittadino/a italiano/a. Si tratta di circa 200.000 persone negli ultimi dieci anni, con una progressione crescente (145.000 dal 2004 al 2008 e 40.000 nel solo 2008). Per quanto la legge italiana sulla cittadinanza n. 91/92 sia molto restrittiva e soggetta a ritardi amministrativi, il numero dei “nuovi cittadini italiani” comincia a non essere più tanto trascurabile.

2) In secondo luogo ci sono i permessi di soggiorno tradizionali per lavoro o per ricongiungimento familiare (di durata annuale o biennale): sono circa 1,8 milioni. Dieci anni fa essi costituivano circa il 95% del fenomeno, ma oggi solo il 50% circa del totale dei cittadini stranieri ha un permesso di soggiorno per questi motivi, il che lascia uno spazio crescente alle nuove tipologie.

3) In terzo luogo è cresciuta grandemente la componente dei cittadini comunitari dopo gli ingressi nell’UE del maggio 2004 (Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Malta e Cipro) e soprattutto del gennaio 2007 (Romania e Bulgaria). Si tratta oggi di circa un milione di persone, dei quali almeno 700.000 provenienti dalla Romania, anche se la maggioranza di questi immigrati non ha un progetto stabile di permanenza in Italia, ma solo di breve periodo.

Occorre considerare tuttavia che il processo di allargamento dell’Unione Europea appare tutt’altro che concluso e riflettere, ad esempio, sulle implicazioni di un probabile ingresso dei paesi dell’ex-Yugoslavia, e soprattutto dell’Albania, tra alcuni anni.

4) La quarta fattispecie che è cresciuta negli ultimi anni è quella delle carte di soggiorno (permesso di soggiorno CE di lungo periodo): il documento che si ottiene normalmente dopo cinque anni di residenza in Italia, che non necessita più del rinnovo annuale (o biennale) del permesso di soggiorno e che può rappresentare una tappa intermedia verso l’eventuale richiesta di cittadinanza italiana dopo ulteriori cinque anni.

Si tratta di oltre 710.000 persone che in qualche modo segnalano un avanzamento nel processo di integrazione in Italia, mentre dieci anni fa questa tipologia era praticamente inesistente.

5) Infine abbiamo il fenomeno forse più importante, quello che caratterizzerà (in positivo o in negativo) il futuro dell’immigrazione in Italia: su circa 800.000 minori stranieri, oltre 400.000 sono nati in Italia e spesso non hanno mai visto il paese di origine dei loro genitori, anche se, secondo la legge 91/92, potranno diventare cittadini italiani solo dopo diciotto anni ininterrotti di residenza in Italia.

La percentuale di bambini stranieri sui nati nel nostro paese continua a crescere ogni anno (è ormai oltre l’11%), e il futuro delle seconde generazioni sarà la vera cartina di tornasole per il successo o il fallimento delle politiche di integrazione.

 

Alcune implicazioni

Queste cinque diverse tipologie di un fenomeno sempre più rilevante e complesso sono importanti non solo dal punto di vista sociale, ma soprattutto sul piano giuridico ed anche in quello politico. Coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana, esercitano naturalmente il loro diritto di voto politico ed amministrativo. I cittadini comunitari possono richiedere di votare per i candidati italiani al Parlamento europeo, ma anche per il Comune in cui risiedono. Nel giugno scorso si è visto qualche timido segnale in questa direzione; nel 2014 il fenomeno sarà tutt’altro che trascurabile.

Sul piano dell’accesso ai servizi, la direttiva 109/2003 dell’Unione Europea garantisce ai cittadini comunitari (ed in qualche misura anche alle Carte di Soggiorno) parità di trattamento rispetto agli autoctoni. Molte delibere comunali che non tenevano conto di queste distinzioni sono state annullate dalla magistratura.

E’ invece necessario che i decisori politici nazionali e locali sappiano tenere conto delle nuove caratteristiche che l’immigrazione sta assumendo nel nostro paese per governarla nella direzione di una crescente integrazione.

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