• Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

      • Geodemografia 2019. Quindici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • “L’Ospite inatteso” il nuovo e-book di Neodemos

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Fare in modo che gli immigrati salgano sul treno della ripresa

John P. Martin
L’OCSE pubblica ogni anno l’autorevole “International Migration Outlook”, una documentata e completa rassegna dell’evoluzione dei fenomeni migratori nel mondo ricco. Nell’edizione dello scorso anno, la parte monografica fu dedicata alle conseguenze della crisi sulle migrazioni; in quella del 2010, appena uscita, viene affrontato il tema della ripresa economica  e delle condizioni necessarie perché gli immigrati non ne siano esclusi. Dall’editoriale che introduce il rapporto risulta che in Italia, nonostante la crisi, il numero dei residenti stranieri occupati ha continuato ad espandersi; è aumentato anche il loro tasso di disoccupazione, ma in misura assai moderata, segno che la domanda di lavoro immigrato continua ad essere sostenuta.
La recente recessione ha rallentato le migrazioni, specialmente quelle determinate dalla domanda di lavoro. Eppure le migrazioni non si sono fermate, in parte perché i movimenti dovuti a motivi familiari od umanitari sono assai meno sensibili ai mutamenti nelle condizioni del mercato del lavoro, ma anche in ragione di una domanda strutturale e dei mutamenti demografici.  Mascherata da un mercato del lavoro rallentato, L’invecchiamento delle popolazioni sta riducendo, in molti paesi, la popolazione in età attiva, ma gli effetti negativi sono mascherati dalla crisi del mercato del lavoro..
Crisi e ripresa
         La crisi ha anche determinato, per molti immigrati, la perdita del lavoro, e con una velocità maggiore di quanto non sia accaduto per i lavoratori autoctoni. In molti casi – ma non in tutti – si trattava di immigrati recenti. Il cammino per un’occupazione sicura è stato, per molti immigrati, assai lungo. Dopo la perdita del lavoro, il cammino per recuperare la precedente situazione potrebbe essere altrettanto lungo. Si aggiunga a questo il fatto che, anche nelle trascorse congiunture favorevoli, l’integrazione nel mercato del lavoro degli immigrati e dei loro figli non è stata – in molti paesi dell’OCSE – pari alle aspettative.
         La situazione attuale, in special modo per i giovani immigrati, è particolarmente difficile. Ed infatti la diminuzione più marcata dell’occupazione, tra gli immigrati, si è verificata tra i più giovani di questi, particolarmente nei paesi che più hanno sofferto della crisi. E c’è il serio pericolo che questo fatto possa avere effetti negativi sulla loro integrazione.
         E’ importante ricordare che gli immigrati hanno contribuito positivamente alle economie nazionali negli anni buoni e dunque non debbono essere considerati un peso, adesso che la situazione è sfavorevole. Quelli tra loro che sono rimasti senza lavoro debbono avere le stesse opportunità dei lavoratori nazionali per quanto riguarda lo sviluppo delle loro professionalità e il recupero di un’occupazione durante la ripresa. Il lavoro è la migliore assicurazione contro l’esclusione sociale e l’emarginazione degli immigrati e dei loro figli. Il lavoro contribuisce alla loro integrazione e ad una più vasta coesione sociale. E risponde anche alle preoccupazioni dell’opinione pubblica in tema di immigrazione.
Si consolida la domanda di lavoro immigrato
         Non c’è modo di eludere il fatto che più lavoro migrante sarà richiesto, nel futuro, in molti paesi dell’OCSE, man mano che la ripresa si consolida e che la crisi del mercato del lavoro viene riassorbita. E’ utile richiamare i motivi di questa affermazione.  Nell’area dell’OCSE  i nuovi posti di lavoro sono – in proporzione crescente – altamente specializzati, ma molti paesi non sono in grado di rispondere a questa domanda. Molti tra questi, per risolvere il problema, dovranno reclutare i lavoratori specializzati fuori dei loro confini, come facevano anteriormente alla recente recessione. D’altro canto molti posti di lavoro a bassa qualificazione non trovano candidati disponibili nelle generazioni che entrano nella forza di lavoro.  Ed è agli immigrati che vengono affidati questi lavori, nell’industria alimentare, nelle pulizie, negli alberghi, nei ristoranti, nelle costruzioni. Senza gli immigrati, sarebbe difficile ottenere manodopera in questi settori e i prezzi sarebbero più elevati. I servizi alla persona costituiscono un altro settore con alta domanda di lavoro, sia per sostenere persone anziane non autosufficienti, sia per occuparsi dei bambini le cui madri hanno una carriera professionale o vogliono entrare nel mercato del lavoro. Solo tra gli immigrati esistono persone disponibili per questi lavori.
         Il sistema pensionistico e quello sanitario sono in gran parte finanziati dai contributi dei lavoratori occupati.  La caduta della natalità avvenuta negli anni ’70 implica che non ci sono abbastanza occupati per pagare le pensioni di coloro che si ritirano dal lavoro e le loro maggiori spese sanitarie. Quando i tassi di attività della popolazione sono alti, l’unica alternativa per non aumentare le tasse e la pressione sulle finanza pubbliche è quella di reclutare nuovi immigrati, che contribuiscono a finanziare i sistemi pensionistici e sanitari, ma che non pesano su di essi, se non in una fase successiva. Ma i tassi di attività in molti paesi dell’OCSE sono già elevati. Così, benché la mobilitazione delle risorse occupazionali domestiche sia il modo migliore per contrastare l’atteso declino della popolazione attiva, questo rimedio non è sufficiente. Aumenti ulteriori dei tassi di attività saranno sempre più difficili da conseguire, rendendo probabile un’accresciuta richiesta del lavoro dei migranti.
Le condizioni politiche necessarie
         A quali condizioni sarà politicamente accettabile un ulteriore aumento di lavoratori migranti? Ci sono due presupposti principali. Il primo è il successo degli immigrati che già sono nel paese.  Il secondo è che i flussi migratori corrispondano alle reali richieste del mercato.
         Un buon successo dei migranti nel mercato del lavoro non è solo un fatto di per se desiderabile. E’ un imperativo che le economie dei paesi dell’OCSE non possono permettersi di ignorare.  Gli immigrati debbono essere inseriti attivamente nel mercato del lavoro come lo sono le persone native con istruzione e professionalità similari.  Questo significa che quando il treno della ripresa si rimetterà in moto, e l’occupazione riprenderà a crescere, gli immigrati dovranno essere, metaforicamente, a bordo del treno.  La demografia darà una mano, perché in ogni anno che passa, un numero crescente di baby-boomers andrà in pensione. Tuttavia questo non sarà sufficiente perché tutti “salgano sul treno”, cosicché dovranno rafforzarsi quelle misure che permettono di superare gli ostacoli che si frappongono – per i migranti – allo sviluppo delle loro professionalità, all’accesso al mercato del lavoro, al conseguimento di lavori stabili.
         Una migliore padronanza della lingua deve essere  incoraggiata e finanziata; una buona formazione al lavoro è costosa, ma è un saggio investimento.  I legami con il datore di lavoro e con il posto di lavoro – che sono normalmente più deboli per gli immigrati – debbono essere rafforzati. La formazione per i lavori disponibili deve essere bene organizzata, adattandola agli immigrati come lo è per gli autoctoni. In un mondo nel quale il lavoro sta diventando scarso, gli immigrati sono una risorsa preziosa, e i datori di lavoro debbono considerarla tale.  La discriminazione basata sul pregiudizio o sulla insufficiente informazione deve essere efficacemente combattuta.  La ripresa deve essere tale per tutti, nativi ed immigrati.
         Per quanto riguarda le nuove leve di lavoratori immigrati queste debbono, più che mai, essere in sintonia con la domanda del mercato.  Se questo è fiacco, se ne deve prioritariamente trovare il rimedio; se i lavoratori autoctoni sono disponibili (o possono essere facilmente formati per un determinato lavoro) questa deve essere la prima opzione, prima di procedere al reclutamento dall’estero.  Ma occorre ammettere che non è semplice capire quando questo sia praticabile. Alcune garanzie possono essere introdotte per mezzo di un attento e continuo monitoraggio del mercato del lavoro, moderando il costo del lavoro nazionale (per esempio, per mezzo di sussidi salariali) o aumentando il costo del reclutamento dall’estero, unitamente a più efficaci controlli di frontiera e del mercato del lavoro.
         Buone politiche sono necessarie per fare sì che gli immigrati già radicati, come quelli di recente arrivo e provenienti da una molteplicità di origini culturali e sociali, giochino un ruolo produttivo. L’apporto produttivo degli immigrati deve essere valorizzato. La crisi ha reso più difficile ottenere buoni risultati, ma di fronte ad un futuro d’invecchiamento, questi sono ancora più necessari che in passato.
OECD, International Migration Outlook. SOPEMI 2010, Paris, 2010.
image_pdfimage_print