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E se votassero anche i minorenni (tramite i genitori)?

Gustavo De Santis
L’Italia invecchia, e lo fa rapidamente, almeno rispetto ai tempi tipici della demografia. L’età media della popolazione, ad esempio, pari a circa 25 anni nel 1861, è oggi arrivata a 42 anni, e potrebbe raggiungere i 49 anni nel 2050, secondo le previsioni dell’Istat.
Invecchia quindi anche l’elettorato, attivo e passivo. Si tratta di un processo comune a tutti i paesi sviluppati, che però da noi è più accentuato che altrove e che, anche per ragioni non strettamente demografiche, ha generato la classe politica più vecchia di tutta Europa, come documentato, tra gli altri, da Gianluca Violante su www.lavoce.info (“La repubblica della terza età del 18-05-2006).
Invecchiare è un male?
Naturalmente invecchiare di per sé non è un male. Non lo è certamente per gli individui (l’alternativa sarebbe senz’altro peggiore) e non lo è necessariamente per le società. Ma conviene ricordare che le società moderne invecchiano sia perché i loro membri vivono più a lungo, sia perché nascono meno bambini. Quando, come in Italia, il declino della natalità è forte e rapido, si altera il tradizionale equilibrio socio-demografico tra persone di diversa età, e questo può avere ricadute su meccanismi molto delicati, quali ad esempio il trasferimento intergenerazionale di risorse e la distribuzione del potere all’interno della società.
Il rischio è quello della crescita cumulativa, che si ha quando i gruppi che riescono a essere più forti in un certo momento modificano le regole a loro vantaggio, e questo li rafforza ulteriormente. Ad esempio, e in via puramente ipotetica, se tra questi gruppi ci fosse una “lobby degli anziani”, e se questa lobby riuscisse a creare un sistema di trasferimento di risorse a proprio vantaggio (magari prevedendo pensioni generose da una parte, e pochi sostegni alle famiglie con figli dall’altra), tra le possibili conseguenze ci sarebbe uno scoraggiamento della fecondità, e questo creerebbe a sua volta una società ancora più anziana, in un processo circolare, che alla fine, però, porterebbe al crollo della società stessa, per insufficienza di rinnovo.
 
Il rimedio elettorale
Molti autori si sono interrogati su come tentare di arginare questa deriva. Una strada possibile è quella della riforma elettorale: non nei termini in cui se ne discute abitualmente nelle sedi politiche (uninominale, sbarramenti, alleanze, ecc.), ma cambiando i limiti di età che consentono l’accesso al voto. In Italia, ad esempio, votano i maggiorenni, ma l’età che sancisce l’ingresso nella maggiore età non è rimasta costante nel tempo: dai 21 anni in vigore fino al marzo 1975 si è passati agli attuali 18.
Forse si potrebbe fare ancora di più: in Austria, ad esempio, un disegno di legge (frutto di larghe intese, e verosimilmente destinato a diventare legge), consentirà, dal 2010, il voto ai 16enni. Alessandro Rosina (“Il peso elettorale dei sedicenni “) riduce però la portata pratica di questa estensione. Se applicata in Italia, essa cambierebbe, sì, il profilo dei votanti, ma l’effetto sarebbe una tantum. La modifica non arginerebbe la corsa all’invecchiamento, considerato che le persone di 16 e 17 anni, a conti fatti, non pesano molto: solo per il 2% circa dell’elettorato complessivo.
C’è però anche un’altra soluzione possibile: permettere a tutti i cittadini di votare, minorenni compresi. Ma prevedendo che il diritto al voto dei minorenni sia esercitato dai genitori.
L’idea, che non è nuova[1], ha lo scopo di far pesare di più il parere delle persone che si troveranno, domani, a fronteggiare le conseguenze delle scelte effettuate oggi. Ad esempio: una riforma previdenziale insostenibile nel lungo periodo, o una politica energetica miope, producono effetti negativi non solo per il tempo di una legislatura, ma per moltissimi anni. Perché i bambini di oggi, che ne pagheranno i costi, non dovrebbero poter esprimere il loro parere, per tramite dei loro genitori?
Ipotizzando che i genitori votino effettivamente nell’interesse dei loro figli (cioè che, ad esempio, il voto di una donna di 30 anni, madre di un bimbo di 5, possa essere pensato come espresso da un elettore di 5 anni), una misura di questo genere equivarrebbe a abbassare di circa 6 anni l’età dell’elettore mediano, dai 47 attuali a 41 anni. Certo, la tendenza all’invecchiamento non si arresterebbe per questo, ma alle elezioni del 2050, l’elettore mediano avrebbe 51 anni circa, non 57 come invece si avvia ad avere, con le attuali regole di voto. In breve, sarebbe solo un poco più vecchio allora (con la riforma “voto ai minorenni”) di quanto non lo sia oggi (senza riforma).
Difficoltà
Certo, una riforma di questo genere si dovrebbe scontrare con alcune difficoltà. La prima è di ordine pratico: a ogni figlio corrispondono due genitori. A chi dei due dare la delega di voto del minore? Ad esempio, Campiglio, citato in nota, propone di dare la delega di voto alla madre, ma una possibile soluzione più neutra consiste nell’attribuire a ogni elettore non una, ma due schede elettorali. In questo caso, in una coppia con un figlio minorenne, tanto il padre quanto la madre si presenterebbero alle urne con tre schede elettorali ciascuno: le due proprie, più quelle del figlio, equamente divise tra i genitori. Questo, certo, allungherebbe un po’ le operazioni di voto, conteggio compreso, ma avrebbe anche il vantaggio accessorio (non demografico) di permettere scelte elettorali un po’ più sfumate: oggi, se siamo indecisi tra due partiti che ci piacciono quasi allo stesso modo, dobbiamo optare per uno solo di essi; domani, invece, potremmo dare a entrambi una preferenza.
La seconda difficoltà è, invece, più ostica da superare. Se fosse vero che gli anziani formano una lobby, attenta a conservare le proprie posizioni di potere e ostile alle riforme che potrebbero minarne il controllo sulla società, perché mai dovrebbe consentire un cambiamento così radicale?
Infine, va osservato che la proposta alternativa, di abbassamento dell’età del diritto al voto a 16 anni, ha anche lo scopo di responsabilizzare di più le generazioni coinvolte. La speranza, un po’ tenue per il vero, è che un sedicenne che sa di poter votare si senta più “cittadino”, si informi, non faccia il teppista, ecc. Invece, l’idea guida di questa proposta, e cioè la delega del voto del minorenne ai genitori, non è detto che produca gli stessi effetti – ma non è neppure escluso che lo faccia. Certo, la scelta finale spetta ai genitori che si recano alle urne, ma il figlio (titolare, per interposta persona, del diritto di voto), potrebbero insistere con i genitori perché le “sue” schede elettorali siano usate come dice lui.
In scelte politiche più lungimiranti forse no, ma almeno in una ripresa del dialogo in famiglia, che oggi apparentemente langue, una riforma siffatta potrebbe consentire di sperare.

[1] V. ad esempio P. Demeny (1986) “Pronatalist policies in low-fertility countries: patterns, performance and prospects”, in K. Davis, M. Bernstam e R. Ricardo-Campbell (eds.) Below-replacement fertility in industrial societies. Causes, consequences, policies, Supplement to Population and Development Review, pp. 335-358, o, più recentemente, L. Campiglio (2005) Prima le donne e i bambini. Chi rappresenta i minorenni?, Bologna, Il Mulino.

 

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