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E se per aumentare i tassi d’occupazione qualcuno dovesse lavorare meno?

Luciano Abburrà

Da anni non vi è occasione di dibattito o di proposta in cui non vengano richiamati gli “obiettivi di Lisbona” come un vincolo da rispettare e una meta condivisa da raggiungere per le politiche del lavoro di tutti i paesi europei. Come è ben noto, si tratta di target comuni accettati dai paesi partecipanti al summit europeo del 2000 che prevedono il raggiungimento nel 2010 di tassi di occupazione di almeno il 70% per la popolazione in età di lavoro (15-64 anni), del 60% per la componente femminile e del 50% per la popolazione d’età matura (55-64 anni). Da allora, tutti gli anni i singoli governi e la stessa Unione europea misurano il grado di approssimazione di ciascun paese rispetto a ciascuno degli obiettivi. Quello che sembra condiviso pacificamente è che ognuno degli obiettivi sia conseguibile e valutabile separatamente dagli altri e che i diversi paesi si distinguano solo per il grado di anticipo o ritardo che fanno registrare nei confronti di ciascuno di essi.
In realtà, i valori medi nazionali della partecipazione della popolazione al lavoro corrispondono a diversi modelli di distribuzione di tale partecipazione fra diversi gruppi di popolazione (uomini e donne, giovani e adulti), riflessi da tassi specifici differenti non solo per età e genere all’interno di ogni paese, ma anche per le stesse classi fra paesi diversi. Innalzare il livello medio del tasso d’occupazione dei vari paesi, dunque, può significare cose diverse per gruppi diversi. Ma le dinamiche relative a ciascun gruppo non possono essere modificate senza tenere conto degli effetti di retroazione che ne derivano per tutti gli altri, data la connessione delle persone entro relazioni familiari e di parentela che condizionano e sostengono i comportamenti degli individui nei confronti del mercato del lavoro. E’ perciò improbabile che i mutamenti quantitativi da tutti auspicati possano essere conseguiti senza modifiche importanti nei modelli di partecipazione al lavoro consolidatisi nei diversi paesi. In realtà tale operazione richiede processi d’innovazione sociale, organizzativa e culturale dei quali sembra non si sia fin qui valutata a fondo la complessità e la portata. Ciò è particolarmente vero proprio per l’Italia, e i dati di alcune regioni italiane, come il Piemonte, possono documentarlo in modo particolarmente efficace[1].
 
Modelli di partecipazione al lavoro: Italia e Europa
Se calcolato per il complesso della popolazione in età 15-64 anni, il tasso d’attività piemontese restava nel 2006 inferiore di circa 4 punti rispetto alla media europea: 67,5% contro 71,7%. Guardando ai tassi specifici delle diverse classi d’età, però, risulta che il divario negativo medio deriva essenzialmente dalle situazioni ai due estremi della distribuzione: quello delle età superiori ai 55 anni, in cui la partecipazione al lavoro risulta di oltre 20 punti più bassa della media europea della stessa classe d’età, ma anche quelle sotto i 25 anni, con oltre 10 punti in meno. 
Per tutte le età comprese fra 30 e 50 anni, invece, i tassi di partecipazione al mercato del lavoro in una regione come il Piemonte sono non solo allineati, ma persino superiori ai corrispondenti livelli europei. Ciò trova riscontro fra i maschi dai 35 ai 50 anni, più spesso attivi dei coetanei europei. Ma anche fra le donne d’età compresa fra 30 e 40 anni i tassi delle piemontesi superano la media europea, mentre fra 40 e 50 anni i due valori sono sostanzialmente allineati. Dunque, le donne piemontesi d’età riproduttiva e adulta esibiscono una partecipazione al mercato del lavoro uguale, se non superiore, alle loro coetanee europee, benché vivano in un contesto occupazionale che dovrebbe giocare piuttosto in senso contrario: si pensi in primo luogo alla diversa disponibilità del lavoro part-time, che rappresenta in Piemonte nel 2005 il 23,2% dell’occupazione femminile, contro il 36% medio dell’UE a 15 nazioni.
 
Che accadrà nel prossimo futuro? Una simulazione
Se quello richiamato è lo stato di fatto della partecipazione al lavoro, che cosa accadrà alle forze di lavoro  nei prossimi anni?
Con tassi d’attività invariati sui livelli 2006, la dotazione di risorse umane piemontesi al 2015 – sostanzialmente costante nella quantità – varierà soprattutto per un forte calo dei giovani adulti 30-40enni (fra il 15 e il 20% in meno) e un aumento intenso degli adulti d’età superiore (45-55 anni: +15%). Sia gli aumenti sia le diminuzioni riguarderanno tanto gli uomini quanto le donne.
E’ però da tutti auspicato e atteso che i tassi di partecipazione al mercato del lavoro aumentino nel prossimo periodo.
Si possono allora considerare le variazioni delle forze di lavoro al 2015 in uno scenario definibile “europeo” perchè ottenuto applicando alle proiezioni della popolazione piemontese al 2015 i tassi medi di attività di ogni singola sottoclasse d’età quinquennale, calcolati separatamente per maschi e femmine al 2006, dei 15 paesi facenti parte dell’Unione Europea prima dell’allargamento.
Un tale scenario darebbe luogo ad un aumento delle forze di lavoro complessive di 100.000 unità, con un aumento del tasso generale di attività dal 67,5 al 71,7% della popolazione. In uno scenario “europeo” l’aumento delle forze di lavoro d’età più matura ed anziana sarebbe molto più forte che in uno “stazionario” (a tassi invariati) e le differenze sarebbero tanto maggiori quanto più elevate le età considerate: in particolare, al di sopra dei 55 anni gli “attivi” aumenterebbero di oltre 100.000 unità, anziché restare più o meno stabili.
Ma i cambiamenti nella partecipazione al lavoro rispetto ad uno scenario stazionario non sarebbero limitati alle classi d’età più mature. Il mutamento di scenario darebbe luogo ad un aumento consistente anche dei contingenti giovanili delle forze di lavoro. Non solo 100.000 cosiddetti “anziani” in più,  ma anche 65.000 giovani “veri” si aggiungerebbero alle forze di lavoro piemontesi, così da dare forma ad una popolazione lavorativa non solo più numerosa, ma soprattutto molto più varia ed equilibrata al proprio interno.
A questo risultato concorre anche il fatto che le classi degli adulti d’età intermedia si ridurrebbero in misura ancor più accentuata di quella prevista in uno scenario “stazionario” (-120.000 circa, anziché -100.000), in conseguenza del fatto che i nostri attuali tassi d’attività specifici delle età centrali sono più elevati di quelli medi europei. Se si allineassero (verso l’alto) quelli delle classi d’età in cui sono più bassi, non è verosimile ipotizzare che tendano ad allinearsi (verso il basso) anche quelli che oggi sono più elevati? In effetti, sarebbe grossolano un esercizio di simulazione che facesse aumentare, ad esempio, i bassi tassi di partecipazione delle donne d’età 50-59 anni senza prevedere alcuna conseguenza di segno contrario sui tassi, relativamente molto elevati, delle donne sulla trentina. Nella realtà, spesso le seconde sono figlie delle prime, e la loro alta partecipazione ad occupazioni dalla forma prevalentemente “maschile” si regge molto sull’aiuto/sostituzione offerto dalle loro madri – non attive o già inattive a 50 anni – nello svolgimento dei ruoli familiari nelle loro varie forme e componenti. Dunque, il risultato, e in certo senso anche la condizione, di un processo di convergenza dei tassi di attività dell’Italia verso un livello pari a quello medio europeo potrebbe essere una minore partecipazione al lavoro nelle età “centrali” (delle donne, ma anche degli uomini, entrambi oggi relativamente “sovraoccupati”), a vantaggio di quelle nelle età “periferiche” (oggi nettamente meno presenti dei loro coetanei europei).
Se il trend delineato è largamente condiviso dai due generi, è significativo che siano le donne a dare ad esso il contributo maggiore, sia nell’aumento della partecipazione delle età mature sia nella riduzione nelle età centrali.
Del tutto analoga sarebbe invece la partecipazione dei maschi e delle femmine all’aumento delle forze di lavoro giovanili che viene prospettato da uno scenario “europeo”: uno dei cambiamenti la cui forza ed entità potenziale sono forse le più distanti dalle attese condivise nel dibattito pubblico corrente, almeno in Italia.
Eppure, l’aumento delle forze giovanili disponibili al lavoro, insieme ad una riduzione almeno relativa della disponibilità molto elevata registrata oggi nella popolazione d’età  “centrale”, sembrano due corollari importanti da tenere in conto quando si prospetta e si caldeggia un incremento dei tassi delle persone d’età matura “a livelli europei”: almeno sulla base di una comparazione “realistica” con quanto accade in paesi che hanno già ora un tasso medio di partecipazione al lavoro retribuito più alto del nostro.


[1] Per le analisi di dettaglio che sottostanno a questo contributo: L. Abburrà e M. Durando, Il mercato del lavoro fra modelli di partecipazione e sistemi di qualificazione, IRESCENARI 2007/3, Torino, 2008.
 
 

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