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Differenti urbanità

Adriano Cancellieri

Cos’è una piccola o media città? Sono tante le possibili risposte a questa domanda perché piccola e media sono entità relative che variano al mutare dei contesti presi a riferimento. Se consideriamo l’Italia al gennaio 2010 (dati ISTAT), solo due città superano il milione di abitanti (Roma e Milano) e appena una decina di realtà i 200.000 abitanti. La grande maggioranza degli italiani, oltre il 73% vive, invece, in comuni con meno di 80.000 residenti (Tab. 1), molti dei quali, però, con caratteristiche decisamente urbane. Insomma, la rete urbana italiana è caratterizzata in gran parte da città piccole e medie.

 

Tabella 1 – Ripartizione della popolazione residente nei comuni italiani raggruppati per fasce di abitanti

Numero di abitanti

Abitanti

% sul totale nazionale

Città con più di 1 milione di abitanti

4.051.291

6,7

Città tra 200.000 e 1 milione di abitanti

5.696.819

9,4

Città tra 80.000 e 200.000 abitanti

6.370.525

10,6

Città con meno di 80.000 abitanti

44.221.693

73,3

Totale

60.340.328

100

Fonte: dati Istat al 1/1/2010

 

Paesi e spaesamenti

Quella delle città di media e piccola dimensione è una realtà plurale, fatta di territori dinamici o in declino, ma spesso, in entrambi i casi, con una spiccata autonomia; di contesti suburbani, si pensi per esempio ai comuni dell’hinterland milanese; di città che sono parte di vere e proprie city-regions, cioè agglomerazioni urbane informali, come quelle che corrono lungo la via Emilia, lungo l’Adriatico o nel Veneto sud-orientale. In tutti i casi, comunque, sono contesti che, nonostante le limitate dimensioni, sono sempre più spesso marcati da connessioni, consumi e immaginari tradizionalmente considerati urbani.

Questo dinamismo sociale locale ha assunto in passato forme virtuose (si pensi allo sviluppo economico diffuso dei distretti italiani), ma oggi sembra manifestarsi sempre più frequentemente attraverso un crescente spaesamento. Non è un caso se la percezione della crescita della criminalità è avvertita soprattutto nei comuni medio-piccoli (56% contro una media nazionale del 51%) [1], indipendentemente dall’effettivo andamento del fenomeno. E non è neppure un caso se, come notato da Michele Serra (“L’orrore che nasce nella nostra banlieue”, La Repubblica, 1 febbraio 2006), in Italia il disagio da sradicati senza valide identità sostitutive è rappresentato proprio dalle ex-campagne e dalla provincia: “Abituati come siamo a considerare la metropoli come luogo per eccellenza della dissoluzione sociale, dell’anonimato a rischio, dovremmo invece prendere atto, se non altro per onor di statistica, che quasi tutti i più efferati casi di cronaca nera italiana degli ultimi anni non hanno per scenario grattacieli o muri di fabbrica, ma cascine, boschi, campi, casali isolati […] Queste ex campagne, queste non città cinte da capannoni e stradoni, con le radici contadine sradicate e lasciate disseccare, e ancora nessuna cultura metropolitana che aiuti (almeno aiuti) a capire”.

 

Centralità dimenticate

Alcuni studiosi come Diamanti (“L’infinita periferia dell’Italia”, La Repubblica, 2 dicembre 2007) hanno da qualche tempo messo in evidenza queste dinamiche accusando il fatto che molti, troppi tra borghi, città medio-piccole si stanno svuotando o sono sempre più ridotte, a seconda dei contesti, a grandi centri commerciali, a parchi giochi, a città-museo, a cittadelle universitarie: con il risultato di dare vita ad una ‘periferia infinita’ che produce sradicamento, invece di (nuove) identità e relazioni.

Ma, generalmente, queste realtà urbane in cui vive la grande maggioranza degli italiani non sono al centro dell’interesse di politici e studiosi. Quando si producono discorsi sulle città, infatti, si parla quasi esclusivamente di grandi città, cioè di quelle dove, generalmente, vivono gli scrittori, gli accademici, gli editori e i giornalisti che producono tali discorsi. Le piccole città sono soltanto utilizzate come antitesi macchiettistiche, come contesti isolati e quieti, di volta in volta idealizzati o stigmatizzati.

 

Localismo non fa rima solo con revanscismo

Però, se vogliamo comprendere davvero cos’è l’Italia e indirizzarne le dinamiche di trasformazione, dobbiamo farlo riconoscendo il ruolo demografico e socio-culturale centrale giocato dai piccoli contesti urbani e la specificità dei relativi processi socio-culturali ed economici: una specificità che è sia storico-geografica che di connessioni locali e transnazionali, sia di posizionamento nella divisione internazionale del lavoro che di forme di mediazione tra globale e locale.

Alcuni partiti come la Lega Nord colgono questa esigenza e anzi la pongono al centro della propria agenda politica. Non è quindi un caso, com’è emerso nelle ultime elezioni regionali, che l’elettorato di centro-destra sia molto più radicato nella provincia, in particolare nelle regioni del Nord dove la Lega raccoglie i maggiori consensi [2].

L’urbano non va confuso con il metropolitano, come spesso accade, nel dibattito internazionale, importando categorie analitiche e immagini di città da un contesto come quello americano così differente da quello italiano (e, in gran parte, europeo) incentrato su una miriade di città piccole, con una lunga storia e una fiera autonomia. Le immagini e i discorsi sulle città sono narrative potenti che formano strategie, aspettative e speranze di policy makers, operatori economici e abitanti: perciò non si può lasciare che ad interpretare le trasformazioni, gli attaccamenti al luogo e le forme di connessioni locali e transnazionali delle città piccole e medie dove vive la grande maggioranza degli italiani, sia soltanto un risentimento ‘revanscista’, oggi padano e domani, forse, come testimoniato dalle ultime tornate elettorali, sempre di più anche di altre parti d’Italia.

 

 

[1] Indagine Demos per UniPolis, novembre 2007.

[2] Istituto Cattaneo “Regionali 2010. Il centro-destra raccoglie meno consensi nelle maggiori città

rispetto all’intero territorio regionale”.

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