• Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

      • Geodemografia 2019. Quindici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • “L’Ospite inatteso” il nuovo e-book di Neodemos

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Di padre in figlio: le difficoltà di apprendimento della seconda generazione

Anna Di Bartolomeo

Nelle società europee sta crescendo l’importanza dei fenomeni di stabilizzazione e integrazione degli immigrati e delle loro famiglie, in particolare della seconda generazione. Accanto a paesi più maturi rispetto a queste esperienze, ve ne sono altri, come l’Italia, che, diventati solo recentemente mete dei flussi migratori, sono meno pronti ad affrontarle. Le esperienze dei primi possono perciò servire ai secondi affinché l’immigrazione rimanga una risorsa e non diventi un problema sociale.

La sfida dell’integrazione
L’evidenza empirica mostra che, nei complessi processi di integrazione, un ruolo chiave è giocato dall’istruzione dei figli degli immigrati, vale a dire dal processo di formazione e accumulazione del capitale umano, punto di partenza per il successo nel mercato del lavoro e per l’inserimento nella società. Inoltre, la condizione della seconda e terza generazione è il metro per valutare l’efficacia delle politiche di integrazione: maggiore è la distanza tra la loro condizione e quella del resto della popolazione e maggiore è la probabilità di segregazione ed emarginazione, con gli associati costi in termini di mancato utilizzo di risorse e problemi sociali (vedi C. Bonifazi “Quando la seconda generazione è da noi: successi e insuccessi degli alunni stranieri nella scuola italiana”)
Quello che emerge da numerose ricerche ([1], [2]), ma anche dai dati del Ministero (http://www.pubblica.istruzione.it/mpi/pubblicazioni/2005/esiti_stranieri.shtml#documenti), è che i figli degli immigrati faticano a inserirsi nel sistema educativo, mostrando, da una parte, esiti scolastici inferiori e, dall’altra, più bassi tassi di scolarizzazione. Questo fenomeno è particolarmente grave se consideriamo le traiettorie della seconda generazione di immigrati, che, in quanto nati o almeno scolarizzati nei paesi di accoglienza, dovrebbero godere delle stesse opportunità degli autoctoni.

Le determinanti del gap scolastico tra seconda generazione e nativi
Da dove derivano allora queste differenze? Quali strategie deve adottare il sistema scolastico e, più in generale, la politica per colmare questo gap ed evitare la riproduzione di disuguaglianze sociali? Questa è la grande sfida cui si trovano oggi immerse le società industrializzate di vecchia e nuova immigrazione.
La letteratura individua in determinanti di carattere socio-economico i principali ostacoli incontrati dai figli degli immigrati (es. lo svantaggio economico e culturale delle famiglie, i meccanismi di segregazione scolastica e le differenti aspirazioni). Queste determinanti sono state ampiamente studiate, mentre meno attenzione è stata posta sulla condizione di figlio di immigrato. In altri termini: essere figlio di immigrati è di per sé un fattore di svantaggio nell’apprendimento una volta che si sia eliminato l’effetto delle variabili socio-economiche? Il quesito è fondamentale per il disegno delle politiche; ad esempio, se il gap dipendesse solo da un differenziale di tipo economico e strutturale, allora gli interventi dovrebbero essere rivolti a tutte le famiglie disagiate, non solo agli immigrati. Nel caso contrario, invece, alle politiche economiche andrebbero affiancate politiche d’integrazione rivolte direttamente agli immigrati.

Nonostante tutto, conta essere figli di immigrati?
Nel contesto descritto ci siamo, quindi, chiesti [3] fino a che punto l’essere figlio di immigrato ha un effetto indipendente sulla prestazione scolastica, al netto delle tradizionali determinanti. L’analisi, condotta su dati PISA (OCSE, 2006) e disegnata in termini comparativi, confronta il caso italiano con altri due (francese e tedesco), relativi a società in cui il fenomeno dell’immigrazione è di più antica origine, cosi come le istituzioni sviluppate per affrontarlo.
Da una prima analisi dei dati emerge come i figli degli immigrati (prima e seconda generazione) soffrano di un netto differenziale in termini di rendimento scolastico (figura 1).

Naturalmente il dato descrittivo può essere fuorviante. Pertanto, attraverso modelli di regressione logistica, abbiamo controllato i dati per le diverse determinanti socio-economiche in modo da distinguere il peso dei diversi fattori e verificare se esista un’intrinseca difficoltà di apprendimento legata allo status di prima o seconda generazione di immigrati.
Le analisi confermano i tradizionali canali di svantaggio nell’apprendimento anche se sostanziali differenze si evidenziano tra i paesi. In Francia, ad esempio, al netto delle condizioni economiche, del background culturale, delle aspirazioni degli studenti e delle dinamiche connesse alla segregazione scolastica (concentrazione dei figli di immigrati nelle scuole), l’appartenere alla seconda generazione non ha più effetti significativi sulla performance; fra le determinanti considerate, è la segregazione scolastica a presentare le maggiori criticità. Al contrario, sia in Germania sia in Italia, controllando per le stesse condizioni, far parte della seconda generazione mantiene un impatto significativamente negativo sul rendimento scolastico. Nel caso tedesco è la lingua parlata in casa ad assumere un ruolo di assoluto rilievo; mentre in quello italiano sono lo svantaggio economico e la segregazione scolastica a determinare i maggiori ostacoli di apprendimento. Dal confronto internazionale emerge quindi la complessità di un fenomeno che presenta caratteristiche e problematiche differenti tra i paesi considerati.
Ad eccezione della seconda generazione in Francia, le “classiche” determinanti non sono perciò sufficienti a spiegare il divario tra le performance di figli di immigrati e nativi. La ricerca mostra, infatti, come lo status “figlio di immigrato” di prima e seconda generazione sia, a parità delle condizioni socio-economiche, più probabilmente associato a un peggiore rendimento scolastico. Ulteriori approfondimenti legati soprattutto all’organizzazione dei sistemi scolastici nazionali sono quindi necessari per ottenere un quadro più puntuale della situazione.
In definitiva, molti progressi sono stati fatti nel comprendere il fenomeno, ma rimangono zone d’ombra che occorre portare alla luce per poter affrontare il problema in modo soddisfacente, considerando anche che spesso è la comprensione delle differenze specifiche e più sfuggenti a fare la differenza nella riuscita delle politiche sociali.


[1] M. Ambrosini e S. Molina (a cura di), Seconde generazioni. Un’introduzione al futuro dell’immigrazione in Italia, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 2004.
[2] O. Casacchia,  L. Natale, A. Paterno, L. Terzera (a cura di), Studiare insieme, crescere insieme? Un indagine sulle seconde generazioni in dieci regioni, Franco Angeli, collana Fondazione ISMU Iniziative e Studi sulla multietnicità, 2008.
[3] A. Di Bartolomeo The educational attainment’s gap between immigrants’ children and natives: An international comparison, tesi per la European Doctoral School of Demography, non ancora pubblicata.

image_pdfimage_print