• Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Da stranieri a cittadini: ieri, oggi, domani.

Stefano Molina

Ieri: prima le spose, poi gli adulti, infine i bambini e i ragazzi.

Le norme che attualmente regolano i meccanismi di accesso alla cittadinanza italiana sono del 1992. Da allora fino al 2004 sono stati circa 120.000 gli stranieri residenti che ne hanno beneficiato: in media circa 10.000 all’anno, in larga maggioranza donne straniere che sposavano un cittadino italiano. A partire dal biennio 2005/06 il numero di nuovi cittadini è nettamente cresciuto, assestandosi su una media di 40/50.000 all’anno per l’effetto dell’aumento dell’anzianità migratoria e dell’informatizzazione delle procedure. E’ in questa seconda fase – dal 2009 – che le concessioni per durata della residenza hanno superato quelle per matrimonio: in prevalenza adulti di prima generazione giunti in Italia negli ultimi decenni del secolo scorso e ormai pienamente integrati. La terza fase, grossomodo iniziata nel 2011/12, è quella ben illustrata dall’articolo di C. Conti e R. Petrillo: trainate dai minori co-residenti ai quali il diritto viene trasmesso dai genitori e dagli stranieri nati in Italia che a 18 anni chiedono di diventare italiani, le acquisizioni di cittadinanza han raggiunto quota 100.000 nel 2013 e l’hanno superata abbondantemente nel 2014: 130.000, comprese le concessioni ai cittadini comunitari.

Questa crescita esponenziale si è potuta realizzare a legislazione invariata, dunque per effetto del consolidamento della presenza straniera e non per un allentamento dei criteri giuridici di accesso. Il fenomeno assume rilevanza anche alla scala europea: nel 2001 l’Italia occupava la dodicesima posizione per numero di acquisizioni di cittadinanza; su 1.000 acquisizioni avvenute quell’anno nell’UE27 solo 16 erano dell’Italia; meno di Austria, Danimarca o Norvegia. Nel 2013, la quota dell’Italia era salita a 103 su 1.000: solo Spagna – impegnata proprio quell’anno in un grosso sforzo di sfoltimento delle liste di attesa – Regno Unito e Germania hanno presentato numeri maggiori (fonte: Eurostat).

Oggi: rafforzamento dello ius soli (temperato) e introduzione dello ius culturae

Nel mese di ottobre è stato approvato dalla Camera un disegno di legge sul quale sono state fatte convergere ben 25 diverse proposte di legge in materia di cittadinanza¹. Due sono gli elementi che caratterizzano la riforma. Il primo, che riprende lo spirito della riforma tedesca del 1999/2000, consiste nel rafforzamento dello ius soli: potrà diventare immediatamente italiano lo straniero nato in Italia, a condizione che almeno uno dei genitori sia in possesso di un titolo di soggiorno di lunga durata (“diritto di soggiorno permanente” per i comunitari, “carta di soggiorno di lungo residente” per i non comunitari). Nella legge del 1992 lo ius soli era già previsto, ma i suoi effetti venivano sostanzialmente congelati fino alla maggiore età.

Il secondo e forse più innovativo tassello del provvedimento consiste nell’affermare il ruolo insostituibile della scuola nella formazione dei nuovi cittadini: un ruolo che viene elevato a criterio per superare l’annoso problema del difficile riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli dell’immigrazione. Oggi questo criterio viene definito ius culturae, ma nel recente passato ha raccolto consensi anche sotto la dizione di ius scholae²: l’accesso alla cittadinanza italiana per i figli degli immigrati (nati in Italia, oppure nati all’estero e giunti in tenera età) viene di fatto subordinata alla frequenza scolastica, nella convinzione che siano proprio la padronanza della lingua, l’accettazione di regole condivise, l’apprendimento di saperi ritenuti essenziali, e non semplicemente lo scorrere del tempo di residenza, ad essere collegati all’insieme dei diritti che uno Stato riconosce ai propri cittadini, e pure ai doveri conseguenti.

L’impianto della legge in approvazione è innegabilmente più amichevole nei confronti degli stranieri di seconda generazione: dovrebbe consentire loro di diventare italiani per meriti propri (ad esempio per aver concluso con successo le scuole primarie), e non a rimorchio delle procedure di naturalizzazione dei genitori.

Domani: almeno mezzo milione di nuovi italiani (giovanissimi)

Che cosa succederà nei prossimi anni? Partiamo da una prima considerazione: nel 2016, a legislazione invariata e sulla base della tendenza recente, la crescita inerziale nel numero di acquisizioni avrebbe comunque potuto attestarsi tra 150.000 e 180.000 unità. Poiché la riforma aggiunge nuovi meccanismi di acquisto, ma non modifica quelli previgenti, è sensato ritenere quelle cifre come la soglia minima a partire dalla quale misurare gli effetti aggiuntivi della riforma.

Tali effetti sono riconducibili a tre diverse modalità di acquisto. La prima riguarda i nati in Italia con genitori in possesso di un titolo di soggiorno di lunga durata. Lo stock di minorenni stranieri già nati in Italia, per i quali potrebbe esser fatto valere prima del compimento della maggiore età il diritto previsto dalla legge, è pari a circa 750.000, mentre la quota di stranieri in possesso dei titoli di lungo periodo è del 60% circa, con forti oscillazioni per nazionalità (circa 70% albanesi e tunisini, 42% cinesi). Prescindendo da considerazioni più fini sulle diverse strutture familiari, si può stimare pari a 450.000 il numero di minorenni che nei prossimi anni potrebbero diventare italiani in virtù dello ius soli temperato. Per inciso, nel caso tedesco l’onda anomala delle nuove acquisizioni si è distribuita nei due/tre anni successivi alla riforma.

I nati in Italia per i quali non sono soddisfatte le condizioni di lunga durata del soggiorno dei genitori, e gli stranieri arrivati prima dei 12 anni, avranno a disposizione un secondo canale di accesso alla cittadinanza: sarà necessario aver frequentato regolarmente almeno 5 anni di scuola; se la frequenza riguarda la scuola primaria, per acquisire la cittadinanza sarà indispensabile anche la conclusione positiva (ossia la promozione alla prima media, dato che l’esame di licenza elementare è stato abolito nel 2004). Secondo stime della Fondazione Leone Moressa sarebbero quasi 200.000 gli studenti stranieri nati all’estero con alle spalle almeno cinque anni di frequenza. A questi andrebbero sommati i nati in Italia esclusi dal primo canale di accesso. Ma più che sullo stock, possiamo dire qualcosa sul flusso a regime: saranno circa 50.000 all’anno gli alunni di origine straniera che completeranno con successo la scuola primaria: se non saranno già italiani (dalla nascita) lo diventeranno con la promozione; non tutti ce la faranno a 11 anni: oggi solo il 75% ci riesce, a causa di ritardi nell’iscrizione, o di bocciature. In ogni caso, l’approdo alla cittadinanza italiana avverrà durante la preadolescenza, quindi ancora sui banchi di scuola, e non più alla maggiore età.

Il terzo canale di accesso riguarda i ragazzi stranieri giunti in Italia tra i 12 anni e i 18 anni: ed essi si richiederanno 6 anni di residenza regolare e la frequenza di un intero ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo: maturità o qualifica professionale. Si tratterà presumibilmente di numeri modesti, pochissime migliaia all’anno, dal momento che le carriere scolastiche di chi arriva già grande sono sovente destinate all’abbandono: il tasso di scolarità a 18 anni degli stranieri è oggi di poco superiore al 50%.

In conclusione, la legge in approvazione potrebbe allentare i criteri per l’accesso alla cittadinanza italiana da parte delle seconde generazioni, e potrebbe farlo proprio nel periodo in cui ha iniziato a dar segni di cedimento l’argine “difensivo” pensato dal legislatore nel 1992, quando fu innalzato da 5 a 10 anni il requisito di residenza per i cittadini extra-comunitari. Il risultato potrà tradursi in almeno mezzo milione di nuovi cittadini: le statistiche Eurostat sulle acquisizioni di cittadinanza negli anni 2016 e 2017 mostreranno probabilmente l’Italia al primo posto. Ma a ben vedere, se abbiamo la capacità di considerare ogni singolo caso, si tratterà solo di una benvenuta riconciliazione tra la dimensione giuridica e la situazione di fatto.

¹Si veda il dossier preparato dal Servizio studi del Senato “Cittadinanza. Note sull’A.S. n. 2092 trasmesso dalla Camera dei deputati”

²Se ne parlava proprio su Neodemos nell’articolo “Stallo in tre mosse”, pubblicato il 15/05/2013.

image_pdfimage_print