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Come gli stranieri ci salvano dalla crisi (almeno da quella demografica)

Cinzia Conti

Il 18 febbraio l’Istat ha pubblicato le stime anticipate dei principali indicatori demografici relativi all’anno 2009 (indicatori demografici), una sorta di road map delle tendenze demografiche italiane.
Il quadro che ne emerge non è affatto roseo. Il 2009 è stato l’anno nero della dinamica naturale (differenza tra nascite e decessi): viene stimato un saldo negativo (‑17 mila e 700 unità) molto più accentuato di quello registrato nel biennio precedente. Le nascite sono diminuite (6 mila e 700 nascite in meno rispetto al 2008), mentre si è verificato un vero e proprio boom di decessi (588 mila); il tasso di mortalità (9,8 per mille) stimato per il 2009 è il più elevato registrato nel secondo dopoguerra.
 
Pochi figli, tanta longevità
Sarebbe facile e, per certi versi, comodo gridare alla crisi e trovare parallelismi, o addirittura rapporti di causa-effetto, tra il difficile periodo economico attraversato dal Paese e le tendenze messe in luce dagli indicatori demografici. In realtà, la questione è assai più complessa, perché la struttura e le dinamiche recenti della popolazione risentono di tendenze di ben più lungo periodo.
La diminuzione della fecondità, per esempio, non appare in collegamento diretto con la crisi economica: il calo registrato nel 2009 è ampiamente riconducibile a scelte riproduttive effettuate nel 2008, cioè prima o proprio all’inizio della crisi. L’Istat segnala, inoltre, la possibilità che stiano esaurendosi gli effetti del recupero della natalità che aveva caratterizzato l’ultimo decennio.
Anche per spiegare l’eccezionale numero di decessi non bisogna guardare ad aspetti congiunturali quanto, piuttosto, a tendenze di lungo periodo. Si vive a lungo, e si vive bene. La speranza di vita aumenta, arrivando a 78,9 anni per gli uomini e a 84,2 anni per le donne, che nel 2009 hanno visto allungarsi nuovamente la loro vita media dopo due anni di fermo. Questo naturalmente non può non farci piacere. Significa che sono ulteriormente migliorate le condizioni di vita e di salute, specialmente nelle età anziane che contribuiscono in maniera maggiore ai recenti guadagni nella speranza di vita. Tuttavia questo fa anche sì che l’Italia sia un paese sempre più vecchio e l’eccezionale numero dei decessi è riconducibile proprio al processo di invecchiamento che porta all’aumento del numero di individui che vivono la fase finale della vita (le persone con 65 anni e oltre rappresentano ormai un quinto della popolazione).
 

Eppure il Paese cresce
Grande cautela quindi a vedere facili parallelismi tra crisi economica e crisi demografica… Ma poi, si può davvero parlare di crisi demografica?
In realtà, nonostante il saldo naturale negativo, la popolazione continua a crescere con un tasso di incremento del 5,7 per mille, arrivando, al 1° gennaio 2010, a 60 milioni e 387 mila residenti. L’incremento è ovviamente determinato dal saldo migratorio positivo. Sebbene, infatti,  il tasso migratorio, pari al 6 per mille, risulti in calo rispetto all’anno precedente, nel 2009 si sono registrate 467 mila iscrizioni dall’estero (nel 93% dei casi si è trattato di iscrizioni di stranieri) e 83 mila cancellazioni (il 40% di stranieri). In questo caso una connessione tra crisi occupazionale e diminuzione dei flussi di immigrazione non può essere escluso. Bisogna inoltre tenere conto di una probabile sottostima del numero delle cancellazioni – soprattutto quelle riguardanti gli stranieri che non sempre, quando lasciano il nostro Paese, provvedono a cancellarsi dall’anagrafe – ma il saldo migratorio è ampiamente positivo, nonostante la possibile influenza sul calo degli ingressi esercitata anche da fattori non connessi alla crisi economica (decreto flussi emanato nel 2008, esaurimento degli effetti indiretti dei provvedimenti di regolarizzazione, ecc.).
I residenti non italiani aiutano la crescita della popolazione non solo in maniera diretta, ma anche in maniera indiretta: nel 2009, il 16,5% delle 94 mila nascite stimate hanno riguardato madri straniere. Le donne non italiane hanno dato alla luce 2,05 figli ciascuna, quelle italiane solo 1,33. Le straniere contribuiscono per il 12% all’indice di fecondità nazionale, con punte locali anche molto più alte  (in Emilia Romagna, ad esempio, il contributo delle straniere arriva al 21%). Quindi, anche per quanto riguarda la dinamica naturale, si registrerebbe un saldo negativo più forte se il comportamento degli stranieri non bilanciasse, almeno in parte, quello degli italiani.
Naturalmente la popolazione residente in Italia è anche un po’ meno vecchia grazie agli stranieri che hanno un’età media di soli 31,5 anni.  Il 70% dei 4,3 milioni immigrati residenti stimati al 1° gennaio 2010 ha meno di 40 anni.
I depositari delle dinamiche demografiche positive nel nostro Paese sembrano quindi essere gli stranieri. Che forse dovremmocominciare a chiamare, e a considerare, "nuovi italiani".
 
 
  Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autrice ma non coinvolgono l’Istituzione di appartenenza

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